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a cura del diacono Leondino
Cipolletti
disegni
e vignette di Silvia Cipolletti
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Visitare il
malato:
un'opera di
misericordia più che attuale
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La visita al malato non va da sé: è sempre
difficile incontrare l'altro; molto più difficile è incontrare, in
verità, il malato.
Spesso poi si va dal malato "a mani piene" e non "a
mani vuote": cioè armati di strumenti (Bibbia, libro spirituale,
doni, ecc.) che più che aiutare un incontro autentico, diventano
elementi di difesa e di presa di distanza dall'impotenza del malato.
Così ciascuno dei due attori del dramma (visitatore e
malato) appare di volta in volta persecutore e vittima, a partire
dalla pretesa del visitatore di essere salvatore, dunque figura di
cui il malato ha bisogno. Per visitare il malato occorre entrare
nell'ottica che non si ha potere sul malato e che solo tentando di
condividere la sua impotenza e la sua debolezza, lo si potrà
incontrare.
Occorre comprendere che il capezzale del malato non è
il luogo per una predica o per una lezione di morale o di teologia:
che la debolezza del malato non può divenire l'inconscia conferma
della propria forza: la visita al malato si situa nello spazio
dell'incontro significativo per l'altro, incontro che fa emergere la
qualità personale del malato: egli non è un "numero" o un "caso
clinico", ma una persona che vive il drammatico oggi della malattia.
Guai se la visita divenisse l'occasione con cui il visitatore si
sente lui valorizzato dalla debolezza del malato e rafforzato nella
sua significatività. E' al malato che si deve lasciare guidare la
visita, è lui che deve essere ascoltato, è a lui che deve essere
lasciata la parola, è lui il maestro da ascoltare: è in lui che si
identifica il Cristo, non nel visitatore.
Se poi la visita avviene a domicilio, nella casa del
malato, allora ci si deve assolutamente attenere, con infinita
discrezione, al quadro relazionale posto dal malato: i muri della
sua casa sono impregnati di ricordi significativi, sono ricchi di
storia affettiva, sono lo spazio vitale del malato (e quanto è
importante per una persona poter morire nel proprio letto, in casa
propria). Va poi tenuto conto della inevitabile asimmetria tra
malato e visitatore: quest'ultimo fa parte del mondo dei "sani",
quando si avvicina al malato che giace nel letto rischia di
guardarlo dall'alto in basso, visibilizzando così il potere che ha
sul malato: chiunque accompagni un malato sa che deve chinarsi e
porsi al livello degli occhi del malato per poter comunicare con
lui. Il malato chiede al visitatore di abbassarsi, di indebolirsi,
di impoverirsi, gli chiede di entrare in comunicazione fatta non
solo e non tanto di parole, ma di silenzio vigile, di ascolto, di
discernimento del linguaggio corporeo del malato. Soprattutto nelle
situazioni estreme si comunica con gli occhi e con le mani, con lo
sguardo e con il tatto. Il malato, che spesso è un corpo manipolato,
costretto a subire approcci tattili che, pur essendo curativi, sono
intrusivi ed aggressivi, vedendosi destinatario di gesti di
tenerezza e delicatezza, si sente accolto nel suo corpo debole e
dunque rispettato nell'intimità del suo essere personale. Così è
essenziale al malato il sentirsi accolto nei suoi stati emozionali
senza alcun atteggiamento di censura da parte del visitatore.
Se la visita al malato è così delicata, è bene non
lasciarla in balia dell'improvvisazione e delle buone intenzioni
senza discernimento, ma occorrerà sempre porsi due domande: perché
vado a visitare un malato? Come lo visito?
Allora si comprenderà come l'arte della visita
all'uomo nella malattia non è solo qualcosa da fare, un'opera
facendo la quale noi compiamo il bene sempre e comunque, ma un
evento che richiede un profondo lavoro su di sé e un discernimento
su ciò che ci abita, sulle motivazioni profonde che ci guidano; in
definitiva, su chi siamo e sul senso che hanno gli altri per noi.
diacono Franco Panetta
data ultimo aggiornamento:
Thursday 22 October 2009 12.15.46 Il presente sito è ottimizzato per l'utilizzo di Internet Explorer versione 4 e
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