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catechesi

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a cura del diacono Leondino
Cipolletti
disegni
e vignette di Silvia Cipolletti
Don Angelo
RIVA
Questioni di bioetica
L’argomento di
cui parleremo, è un argomento che ci tocca da vicino perché tutti
voi avete dei figli; questa mattina vogliamo proprio discutere
insieme su che cosa vuol dire un figlio: chi è il figlio, che senso
ha un figlio nella vita di una coppia, movendo dalla constatazione
di alcuni fatti di cronaca.
Per esempio:
ormai ha compiuto il 26° anno d’età Louise Brown.
Vi chiederete:
ma chi è? È la prima bimba nata in provetta, quindi un esperimento
riuscito dopo tanti fallimenti, nata secondo quella tecnologia di
riproduzione artificiale che la scienza ha ammesso.
Naturalmente è
chiaro che anche noi, come coscienza cristiana, ci sentiamo
obbligati a chiederci: ma queste cose sono giuste, sono accettabili,
sono rispettose dell’uomo, della generazione, sì o no?
Ecco allora
che nasce l’urgenza di fare una riflessione, come quella che faremo
noi questa mattina, cioè il dire: chi è il figlio, che cosa vuol
dire, che significato ha a livello umano generare una creatura,
procreare?
In base a
quello che diremo, poi, brevemente, faremo una valutazione di queste
tecnologie che oggi ci sono anche per far nascere i bambini al di là
del rapporto sessuale normale, naturale.
Quindi,
vedete, diciamo che il discorso di questa mattina è un po’ diviso in
due parti: c’è una parte più di meditazione, di riflessione e poi
una parte di confronto con alcuni problemi che sorgono oggi.
Ciascuno poi
prenderà la cosa che meglio gli piace.
Allora, chi è
il figlio? Io credo che per rispondere a questa domanda bisogna
andare un po’ indietro, cioè tentare di fotografare, per così dire,
quello che è la relazione coniugale: prima di arrivare a dire che
senso ha generare un figlio, forse bisogna chiedersi che senso ha
essere uomini e donne che s’incontrano, si piacciono, si scelgono,
si amano, perché poi dentro lì nasce il figlio, nasce la
generazione.
E allora, come
primo passaggio, io proporrei di guardare alla vita coniugale, al
rapporto fra l’uomo e la donna, fra il marito e la moglie, secondo
queste quattro
caratteristiche che sono:
LA RISPOSTA
LA BELLEZZA
La vita
coniugale è fatta di queste quattro realtà.
La prima cosa:
IL DONO:
cosa voglio dire? Voglio dire che all’inizio di ogni vita
matrimoniale c’è sempre qualcosa che è accaduto, in maniera
insospettata, in maniera - diciamo – desiderata, probabilmente, ma
come raccogliendo, come accogliendo ciò che la vita ha prodotto:
Cosa voglio
dire? Se qualcuno si è sposato nel modo che ora sto per dire, alzi
la mano.
Ha preso il
catalogo, ha fatto passare la rubrica telefonica – per esempio – di
Bormio e ha detto: ecco, questa qua, ho trovato la moglie. Le ha
telefonato e le ha detto: “Allora, ci sposiamo?”
È successo
così a qualcuno?
Ovviamente non
è successo a nessuno perché l’incontro coniugale è appunto un dono,
è un qualcosa che accade.
Diciamo pure
che, apparentemente, vi è un elemento di casualità.
Non c’è
all’inizio di ogni vita matrimoniale un elemento di casualità?
Certo. Perché
…se io non andavo quella volta lì…, …se non ci trovavamo in quel
posto là…, …se non conoscevo…
Ci sono degli
intrecci all’inizio della vita coniugale che sanno molto di casuale.
Naturalmente:
di casuale per chi? Per l’occhio pagano.
L’occhio
credente sa bene che non vi è niente di casuale: c’è dietro un
disegno, c’è una vocazione di Dio, un progetto che il Signore ha
misteriosamente intrecciato facendoci incontrare, ad esempio sotto
l’ombrellone di una spiaggia dove – casualmente – eravamo lì a fare
tutti e due le vacanze.
Quindi non è
casuale. Dietro lo sguardo credente scorge il provvidente disegno di
Dio.
Noi diciamo
giustamente “Non cade foglia che Dio non voglia”, ecco bravi, siete
ancora svegli.
È un dono, è
qualcosa che l’uomo e la donna, prima, separatamente presi,
desideravano.
Certo, chi non
desidera realizzare la propria vita in un matrimonio, in una
famiglia?
Ma questo
desiderio, capite, era impotente a produrre l’incontro. L’incontro
avviene, l’incontro accade. Accade sorprendente, accade
insospettato, accade in maniera che uno… sì desiderava, ma non
sapeva dare una fisionomia concreta a questo incontrare.
Diciamo che
l’incontro è sorprendente, proprio nel significato del termine:
sorpresa significa “essere presi da sopra”, come il disegno
misterioso, divino, che ci ha “sorpresi”, ci ha messi insieme.
Anche se noi
andassimo ad analizzare il vissuto, anche psicologico del dono di
averti incontrato, noi usiamo dei termini che dicono tutti questa
cosa, che è un fenomeno che noi non controlliamo.
Cioè, noi
diciamo è l’affetto che ci ha uniti (notate, affetto deriva da
affectus, cioè come da essere colpiti da qualcosa), diciamo che
è stato qualcosa di emozionante (l’emozione, dice la parola stessa,
è qualcosa che ti muove dall’esterno), diciamo che c’é stata della
passione (e la passione ancora una volta indica qualcosa che patisci
dall’esterno). Come dire è un dono perché tu lo desideravi, tu lo
volevi, tu lo cercavi, ma poi l’incontro è stato qualcosa che un
giorno è brillato nella nostra vita, inaspettato, appunto come un
dono, come un regalo, un regalo dall’alto.
Quindi dono.
Naturalmente questo dono chiama poi una
LA
RISPOSTA:
la
seconda articolazione del cammino coniugale. Cioè la vita ti ha
messo avanti quest’opportunità buona, facendoti incontrare
quest’uomo, questa donna, tu riconosci dentro lì un disegno di Dio,
sei credente, e…cosa fai? Rispondi! Accondiscendi, dici va bene, ci
sto! Credo che questa cosa non è avvenuta in maniera casuale, ma è
avvenuta come disegno provvidenziale di Dio, a cui io voglio
acconsentire.
Naturalmente
questo è quanto si verifica, in particolare, nel momento del
matrimonio: quando ci si sposa davanti all’altare con la benedizione
e la consacrazione del Signore è la risposta, “il consenso” si dice,
il consenso dei coniugi che decidono di essere per sempre l’uno per
l’altro, in maniera totale.
Allora, la
risposta è una risposta, come dire, che è ancora, se volete, un
dono.
Prima era il
dono ricevuto, dell’incontrarti in maniera sorprendente, inattesa.
Adesso diventa il dono di me e di te che ci doniamo l’uno all’altro.
Allora se la
prima cosa era il dono ricevuto, questa risposta è il dono “ri
donato” si può dire, “ri giocato” dentro nella vita che si apre
nell’avventura coniugale.
Ed è bello
notare che questa risposta, che ciascuno di voi ha dato nel
matrimonio, è una risposta che potremmo definire radicale, cioè
potremmo dire che da quella risposta è dipesa, e dipende tuttora, la
mia identità profonda. Cioè: chi sarei io se, oltre ad averti
incontrato non ti avessi scelto? Avendoti scelto, avendo risposto
all’evento dell’incontro, io sono diventato me stesso: si può dire
che la mia identità, prima di tutto ciò era come una semplice
possibilità sospesa:
Incontrandoti,
nella relazione con te il mio io è uscito dal limbo della
sospensione, dell’indeterminatezza ed è diventato reale:
Questo è molto
bello: capire che io non sono se non attraverso il rapporto con te;
la mia identità è profondamente collusa, è intrecciata con te, con
la vita che abbiamo fatto insieme: in un certo senso il marito non è
se stesso se non nel rapporto con la moglie e con quello che tutto
questo rapporto ha costruito.
Allora, questa
risposta data, davvero è una risposta fondamentale, perché segna
proprio il fondamento della mia relazione, della mia identità, di
quello che io sono.
Ancora,
notiamo un’altra cosa ed è che, pensata così, allora, la vita
coniugale, davvero non ha tanto la fisionomia di un progetto: tante
volte ci sembra di percepire, nel modo di pensare oggi questo
ragionamento: il matrimonio è una delle tante cose che uno progetta
e poi esegue.
Io progetto di
lavorare in una certa maniera, progetto di costruirmi una casa,
allora ho il progetto e lo eseguo: non va così nella vita coniugale.
La vita coniugale non è tanto un progetto: è la risposta ad un
qualcosa che non hai suscitato tu. È l’accondiscendere, il dire di
sì, ad una storia che tu non hai generato ma che tu hai ricevuto, tu
hai accolto.
Quindi, dice
un autore, non c’è tanto l’iniziativa dei coniugi, ma c’è
l’iniziazione (un gioco di parole), cioè un essere iniziati,
avviati, sospinti in una certa direzione…da chi? …dal caso, se siamo
pagani; se siamo credenti diciamo: da Dio, che ha suscitato questa
storia, bella, questa occasione propizia, a cui noi abbiamo
accondisceso, però allora il matrimonio non è, propriamente
parlando, una mia realizzazione, un mio progetto. No, è una
risposta, una risposta che io do, è una vocazione, una chiamata che
io non piloto, che io non ho suscitato, ma quando me ne sono accorto
ho risposto, e, insieme, abbiamo risposto.
E da qui nasce
la terza caratteristica, del cammino coniugale, che è la
LA
BELLEZZA:
perché dico bellezza? Beh, senz’altro voi sarete d’accordo nel dire
che sposarsi è una cosa bella, che ci sono stati tanti momenti
belli, che la vita coniugale, magari soprattutto all’inizio… poi
andando avanti le cose sono andate un po’ così, però, almeno
all’inizio, era proprio bello… Non è solo questo che voglio dire.
Voglio invece
dire questo: che, se ci riflettiamo, le cose più belle della vita
sono, precisamente, quelle che riceviamo. Quelle che costruiamo noi,
quelle che facciamo noi, quelle che…: sono belle indubbiamente; ma
sono impagabili indubbiamente quelle che invece abbiamo ricevuto.
È un po’
l’esperienza dei bambini: che cosa c’è di più bello per un bambino
di ricevere un dono, di ricevere un regalo, che è inatteso,
inaspettato, sorprendente,… ti meraviglia, ti stupisce, …non pensavi
che…, …non credevi che ci fosse, o no?
La vera
bellezza sta non tanto nel fare, progettare, costruire, quanto
nell’essere sorpresi, nell’essere anticipati, per così dire, da un
destino buono, bello, meraviglioso che tu non sospettavi, e che un
giorno ti si è regalato.
Proprio perché
la vita coniugale è dono e poi risposta a questo dono è bella. C’è
una bellezza proprio dentro a questo ricevere, a questo accogliere,
a cui poi si risponde.
Bene, però la
vita coniugale però è anche
IL
MISTERO:
perché? Perché ci si accorge, penso che anche voi lo possiate dire
che questa persona, questo tu, che è mia moglie, mio marito, che io
ho incontrato, con cui abbiamo costruito una vita insieme lo
conosco, la conosco ma… non del tutto, mai definitivamente, c’è
sempre un qualcosa che sfugge.
Qualche volta
trovo persone che dopo anni e anni di matrimonio mi dicono …ma io,
mio marito, non ho ancora ben capito chi è, c’è sempre qualcosa che
mi sfugge in lui…
Questo è vero
perché il mistero della persona è un mistero di una ricchezza tale
che tu non riesci mai ad esaurirla: anche vivendo mille anni non la
conoscerai mai del tutto, tua moglie, tuo marito. Colui, colei che
hai sposato è un tu che, si concede e nello stesso tempo si sottrae,
si svela, si fa conoscere e, nello stesso tempo si ri-vela, cioè si
ri-nasconde.
Quindi c’è
come un alone di mistero che circonda il rapporto tra l’uomo e la
donna.
Questo ci fa
capire che, nella visione cristiana, il rapporto fra l’uomo e la
donna non è un rapporto di complementarietà; mi spiego: c’è un
filosofo antico che si chiama Platone, che ha scritto un’opera il
“Convivio” dove lui presenta il matrimonio come una specie di
complementarietà, cioè l’uomo e la donna sono due esseri, diciamo,
difettosi e, quando s’incontrano, ecco che si ri-crea l’armonia:
l’uno completa ciò che manca all’altro ed il cerchio si chiude.
Ora, nella
visione cristiana, questo non è così vero, cioè il cerchio non si
chiude mai del tutto. Il. rapporto non è mai di una pura, e direi
plastica, complementarietà, ma rimane sempre aperto, c’è sempre un
qualcosa di non conosciuto, un…non so che, un mistero, appunto, che
ci avvolge.
Non è mai una
perfetta coincidenza fra l’uomo e la donna, rimane sempre, appunto,
un cerchio …ma aperto, non saldato, non chiuso.
Perché questo?
Per tanti motivi. Direi, anzitutto, per il fatto che, il tu che hai
sposato è comunque limitato e, quindi, incapace di saziare fino in
fondo quella domanda di felicità e di gioia che hai dentro. Questo
bisogna dirlo molto onestamente.
Pur avendo del
matrimonio un’altissima considerazione, noi dobbiamo dire che non
esiste una creatura, neanche tuo marito, neanche tua moglie, che sia
in grado di saziare del tutto e fino in fondo quel bisogno di
felicità che hai dentro.
Ti dà tanto,
certo, tantissimo però mai del tutto, il cerchio non si chiude…mai.
E ancora:
anche per questo motivo c’è la morte…
Quindi questo
rapporto pur coinvolgente, pur completo, pur pieno, non è perfetto,
perché, poi, un giorno, il tempo, ce lo porterà via.
Vedete che il
cerchio non si chiude, c’è sempre un’apertura.
E poi anche
per l’altro motivo che dicevo prima: che il tu è per l’io uno che tu
conosci, ma che non conosci mai del tutto, c’è sempre una residuale
non conoscenza che si staglia dietro ciò che tu conosci di tua
moglie o di tuo marito.
Allora, questo
mistero, quindi, che avvolge la relazione coniugale, è un mistero
che significa apertura verso il futuro, verso l’oltre.
Allora io e
te, ecco, insieme, facciamo tanto ma non ci bastiamo l’uno
all’altro; entrambi, io e te, andiamo alla ricerca di un oltre, di
un ulteriore, che è qualcosa di più grande…
Che cos’è
questo qualcosa di più grande? Beh, naturalmente è il mistero di
Dio, anzitutto, e il mistero, non a caso ci si sposa in Chiesa anche
per questo.
Il Matrimonio
è un Sacramento perché due riconoscono che, certo, io più te, tante
cose, ma siamo insufficienti, abbiamo bisogno di radicarci, di
fondarci, su qualcosa di più grande, sulla roccia che è Dio.
Quindi questo
oltre, questo mistero, quest’ulteriore che è al di là di me e di te,
e che fa sì che, allora, il nostro rapporto non sia un cerchio
perfetto, ma sia sempre un cerchio aperto, questo oltre, questo
ulteriore è Dio, è il mistero di Dio.
È interessante
notare che la parola stessa “desiderio” deriva, come etimologia,
dalla parola “sidera” che significa “stella, cielo”, come a
dire che il desiderio che anima la vita coniugale, che è all’inizio
della stessa, perché ci s’incontra e ci si sposa e ci si sceglie
perché c’é un desiderio l’uno dell’altro.
Ecco, questo
desiderio, è bello notare, che ha a che fare con le stelle, ha a che
fare con Dio, è un desiderio che non potrà mai chiudersi nel cerchio
“io, te, te e io” se no crepa, se no muore, gli manca l’ossigeno…
deve aprirsi, aprirsi al mistero di Dio, alle stelle, potremmo dire
con un linguaggio evocativo.
Allora:
mistero, apertura verso il futuro. Cos’è questo futuro? Il mistero
di Dio, però – e qui è il punto che aggancia il nostro ragionamento
– questo futuro è anche il figlio.
Allora, nella
visione cristiana, uomo e donna stanno insieme, ma questo loro
rapporto non è completo, mai, sporge oltre se stesso, rinvia in
avanti, e questa sporgenza che cos’è?
È il figlio,
il figlio che può nascere, e che nasce di solito, dal rapporto
coniugale.
Il figlio,
allora, insorge all’interno della dinamica della coppia come il suo
naturale completamento.
Io e te,
proprio perché ci sperimentiamo meravigliosamente accordati, ma non
del tutto accordati, non completamente sufficienti l’uno per l’altro
(se questa cosa è sbagliata ditemelo!, ma penso che sia proprio
così), proprio perché ci accorgiamo così, ecco che ci apriamo verso,
apriamo in avanti: questo avanti è Dio, ultimamente, ma è anche il
figlio, il figlio che continua, che si situa – per così dire – alla
foce del nostro amarci, del nostro voler bene.
L’uomo e la
donna sperimentano che il loro rapporto non si esaurisce nella
reciproca intimità, non può essere sequestrato nel circolo chiuso
“io e te”, ma questo rapporto “io e te” deve essere comunicato,
condiviso, donato, verso il figlio che germina da questo.
L’amore
coniugale se è trattenuto nel circolo stretto dell’”io” e del “tu”
finisce poi per intristirsi e per esaurirsi.
Ora capite che
l’apertura alla fecondità, ecco, non è quello che tante volte
diciamo semplicemente un dovere, ma è, direi, come dire, un’esigenza
scritta dentro la dinamica stessa dell’io e del tu che si vogliono
bene. Il desiderio del figlio segnala l’esigenza che abbiamo di
superare l’orizzonte della coppia e di aprirci ad un orizzonte più
vasto, dilatato verso il futuro, perché il figlio poi continuerà…
Quindi quel
mistero che aleggia, per così dire, nel rapporto fra l’uomo e la
donna rimane, rimanda, richiama, chiede d’essere ritrascritto in
termini di paternità e di maternità verso il figlio.
E questo credo
che sia una cosa molto importante: far capire che il figlio non è
appiccicato là, al rapporto fra l’uomo e la donna, ma è il naturale
sbocco, il naturale compimento.
Sarebbe come
dire: il nostro volerci bene è così pieno, così totale, così
radicale che non ci sta dentro tra noi due e basta, ma deve come
sondare, come tracimare, non so come dire, oltre, verso il figlio.
Ecco, questo è
un punto molto importante, notate che la dottrina della chiesa su
questo punto ha sempre insistito tanto fin dall’”Humane Vitæ”
di Paolo VI.
La Dottrina
della Chiesa ha sempre detto che la sessualità, cioè l’amore
coniugale, deve essere aperta alla procreazione: perché? Come mai?
Perché si deve, punto. No, non solo perché si deve, ma per il
ragionamento che abbiamo fatto, cioè per far capire come è la
dinamica stessa del volersi bene che porta verso il figlio, al punto
tale che, se non portasse, gli mancherebbe qualcosa, qualcosa
d’essenziale, qualcosa d’importante.
Allora, questo
è il rapporto di coppia: dono, risposta, bellezza di tutto questo e
mistero che è apertura verso il figlio.
E allora
adesso siamo in grado di dare un’occhiata più da vicino sulla
domanda che ci siamo posti all’inizio e cioè: chi è il figlio e che
senso ha il metterlo al mondo?
E direi che, a
proposito del figlio, possiamo dire le stesse quattro cose che
abbiamo detto a proposito della vita di coppia e cioè: anche il
figlio è un dono, che esige una risposta, che porta in sé una
bellezza e porta con sé un mistero.
Possiamo
ripercorrere questi stessi quattro passaggi.
Il primo:
Il figlio è un
DONO: certo, perché? Perché l’uomo e la donna lo cercano il
figlio, giusto? Certamente! …Hai voglia! Hanno il rapporto coniugale
proprio perché desiderano diventare papà e mamma.
Ma questo
rapporto è, diciamo, capace di “produrre” il figlio allo stesso modo
in cui, se io prendo questo orologio e lo butto in terra sono sicuro
che si rompe? No, evidentemente.
L’uomo e la
donna fanno ciò che sta a loro compiere, cioè l’atto coniugale, ma
che poi il figlio arrivi o non arrivi è qualcosa che loro non
controllano più: è un dono! È un qualcosa che accade, è un evento,
un avvenimento!
La sapienza
popolare ha espresso questa cosa nel famoso “mito della cicogna” che
sarebbe bello proprio recuperare. Una volta si diceva: come fanno a
nascere i bambini? Li porta la cicogna!
I miti, voi
sapete bene, sono falsi: scientificamente, ovviamente, il mito è
sbagliato.
Però i miti
hanno sempre una grande saggezza dentro: la saggezza del “mito della
cicogna” era render noto all’uomo e alla donna, al papà e alla
mamma, che il figlio è loro ma non è loro perché viene… viene da
dove? Viene dall’alto. Beh, se siamo non credenti potremmo dire che
viene dal caso, sì perché tu hai deposto il seme maschile dentro il
corpo di tua moglie, ma che poi avvenga l’incontro dei due gameti e
brilli la cosa nuova della vita, questa è una cosa che non piloti
più tu, che non controlli tu, che non stabilisci, potremmo dire è
casuale, casuale come l’esserci incontrati? Sì, potremmo dire una
casualità: naturalmente la casualità la vede chi? Chi non è
credente.
Chi ha la fede
invece dice: no, non c’è per niente la casualità, c’è ancora una
volta la mano provvidente di Dio, quella stessa che un giorno ci ha
fatto incontrare in maniera “casuale”, adesso guida lo spermatozoo
maschile ad incontrare l’ovulo femminile. È un caso? Non è un caso,
c’è una sapiente azione di Dio, c’è un disegno provvidente:
Nella vecchia
terminologia si diceva che Dio interviene ad infondere l’anima
perché ci sia una nuova persona: lasciamo perdere, è un discorso un
po’ complicato.
Tanto è vero
che i genitori vengono chiamati “i procreatori”, quindi non i
“creatori” del figlio, ma i procreatori, cioè quelli che agiscono in
nome e per conto, collaborano in nome e per conto di Dio nel
trasmettere la vita.
Allora, il
figlio è un dono, è un qualcosa che sorge, diciamo, nella vita di
coppia, cercato, desiderato, voluto, ma in maniera tale che questa
ricerca, questo desiderio, questa volontà, erano insufficienti a
realizzarlo: che venga è una sorpresa, tanto è vero che sono dei
dati molto ovvi, evidenti: una donna quando scopre di essere incinta
cosa fa? Rimane sorpresa (qualche volta rimane…”sorpresa!”), però se
le cose vanno normalmente: “Ho acquistato un figlio dal Signore!”
dice Eva nel libro della Genesi, e c’è tutta la meraviglia di questo
fatto!
Però, non lo
sapevi che??, Beh certo, se ci abbiamo provato …lo sapevo bene che
poteva arrivare.
Il fatto che
arrivi è un dono, è una meraviglia.
Addirittura
spesso succede che, molto tempo dopo, solo molto tempo dopo,
addirittura solo quasi fino al mese successivo quando, sapete, c’è
il ritardo nella mestruazione che l’uomo e la donna vengono a sapere
che è successo qualcosa, che il figlio è stato concepito.
Vedete, anche
in questa tempistica naturale c’è dentro una verità grandiosa, che
il figlio ti è dato, che tu hai fatto la tua parte, bene, ma ad un
certo punto ti sei tirato indietro e a quel punto chi è andato
avanti?
È andato
avanti il Signore è lui che ha… Oppure, se non siamo credenti,
diciamo il caso oppure il destino:
Però nell’uno
e nell’altro caso puoi arrivare a dire che il figlio è dono, il
figlio è qualcosa che ti è dato senza che tu puoi comandarlo,
produrlo, pilotarlo fino in fondo.
Il
concepimento, per quanto possa essere stato – dai genitori –
desiderato e cercato, rimane non disponibile, rispetto al loro
potere, e non deducibile, rispetto ad ogni loro pretesa, quindi è un
dono.
Secondo:
Il figlio
chiama una RISPOSTA: chiama una dedizione da parte dei
coniugi: certo questo lo sapete bene, fin dall’inizio, e poi, a
maggior ragione, quando il figlio cresce, quando viene partorito,
quando nasce, cresce. Quanto dono, quanta dedizione, quanta fatica
ci devi giocare dentro.
Ma questo fin
dall’inizio: il concepito, già nei primi molto flebili segni della
sua presenza, è già un volto che mi guarda e, in una condizione – la
sua – di radicale vulnerabilità, perché il concepito è totalmente
nelle mani della mamma, dipende totalmente da lei, ecco, in questa
condizione d’assoluta vulnerabilità, ecco questo figlio richiede
un’accoglienza, domanda di essere accolto, di essere accettato.
Allora, il
dono chiede la risposta, e la risposta è nel segno della donazione,
proprio come nella vita coniugale: anche lì c’é stato l’incontrarsi,
come un dono, un regalo della vita, e poi… E poi devi scegliere, e
poi devi dire ci sto, decido, mi dono a te e tu a me, analogamente
qui: la vita accade e, il suo accadimento chiede, comanda, la nostra
adesione, la nostra risposta, la nostra accettazione.
E, direi, che
questa risposta ha delle caratteristiche: quali? Ad esempio una
delle caratteristiche è il rischio, è normale avere paura di fronte
ad un bambino che deve nascere, perché uno comincia a farsi delle
domande, a dire come sarà la sua vita, riusciremo, non riusciremo? È
normale avere questa paura, se non hai questa paura è perché sei un
po’ incosciente. Certo, però la paura non deve bloccarti, la paura
deve essere superata in un di più di dono, d’amore, come dice la
prima lettera di S. Giovanni “L’amore scaccia la paura”, ma avercela
questa paura è più che normale.
E ancora,
questa risposta ha la caratteristica della fatica, perché sai che lì
ti devi impegnare: tu sarai padre e madre e quanta fatica, quanto
spendersi, quanto sacrificio, quante notti insonni, quanti progetti
buttati via perché non è più possibile, quanta dedizione…
Qui ci
soccorre però, ancora una volta, la parola del Vangelo, perché la
parola del Vangelo ci dice che: guarda questa fatica è quanto di più
bello ci possa essere nella tua vita, diremo dopo “bellezza”, perché
il Vangelo dice: “C’è più gioia nel dare che nel ricevere”, e quando
la tua vita l’hai data, e l’hai data per una causa degna, e quale
causa più degna ci può essere di quella del figlio, la vita l’hai
trovata, non l’hai buttata via, anzi, l’hai guadagnata in pienezza.
È quando
pretendi di tenertela la vita, di custodirla, di non impegnarti
troppo, di non giocarti dentro, …un altro figlio? Madonna no, no,
no…, è li che la perdi la vita!
Quando la doni
pur con fatica e sacrificio, la vita la trovi!
Ecco, la
risposta ha queste caratteristiche di rischio, di fatica e anche di
bellezza.
Aggiungiamo
anche un’altra cosa, che quest’accoglienza del figlio, si rivela
essere, proprio come la vita coniugale, radicale, cioè determina la
mia identità profonda: se prima abbiamo detto, quando io mi sposo
cesso di essere un io e divento per sempre tuo marito, tua moglie, e
questa relazione con te mi fa essere nel profondo, a maggior ragione
adesso, davanti al mistero della paternità e della maternità: io
sarò per sempre il padre, la madre, di questa creatura.
E l’essere
padre e madre non diventa, ancora una volta, una specie di ruolo, ma
diventa la mia identità: “Io sono il padre” non “faccio il padre”,
“io sono la madre” per sempre non “faccio la madre”.
È bellissimo
vedere come queste relazioni, la relazione col coniuge, la relazione
col figlio, sono relazioni costitutive della mia identità: io non
esisto se non dentro queste relazioni, non c’è un mio “io” – per
così dire - al di qua dell’essere coniuge o dell’essere padre o
madre, “io sono, coniuge, padre, madre”.
Questo è molto
profondo, questo dobbiamo proprio meditarlo tanto: quante volte di
fronte ad una crisi coniugale, a volte mi capita di dire “ma ti
rendi conto che così stai sfasciando, stai sfasciando quello che
sei, perché il rapporto con questa persona, i figli che avete avuto,
al di là delle difficoltà tutte, eccetera, però sono la tua
identità: tu tornando indietro rompi te stesso!”, … poi non è
facile. Però bisogna arrivare, credo, a questa profondità.
Ci sono delle
relazioni che costruiscono la nostra identità profonda, non sono
solo ruoli che giochiamo, ma sono dimensioni, direi, strutturali
della nostra vita.
Allora, la
risposta ha queste caratteristiche qui e, ancora una volta possiamo
dire che la scelta di fare un figlio non è allora un progetto, come
anche sposarsi, non è che…adesso ho un progetto e faccio…No.
È un qualcosa
che accogli. Fare un figlio è rispondere ad una vocazione, è dire di
sì al mistero della vita, al mistero che Dio ti ha anticipato, che
ha suscitato per te qualcosa di fronte al quale tu adesso devi dire
“Sì, ci sto”, io divento padre, madre.
Anche questo…
notate, nella nostra cultura si sta perdendo tantissimo questo,
nella nostra cultura spesso il figlio diventa una delle cose che
faccio per realizzarmi: “Figurarsi!… Sono cresciuto, ho fatto la
scuola, ho preso la laurea, adesso ho una bella posizione,
lavoro…volete che non mi sposi e non abbia dei figli per
autorealizzarmi!?” Bruttissima questa mentalità: la scuola ed il
lavoro puoi pensarli così, come modi per autorealizzarti, la donna e
il figlio non puoi pensarli così! Non sono progetti che fai ed
esegui, sono vocazioni, a cui tu rispondi, ma rispondi a qualcosa, a
una storia che non hai creato tu, non hai suscitato tu: è Dio che
l’ha suscitata, facendoti incontrare la..tipa e, adesso, dandoti
quest’annuncio “diventerai madre, diventerai padre”.
Certo tu hai
contribuito perché sei andato a cercarla la moglie e poi finalmente
l’hai trovata, e il figlio l’avete cercato e adesso, finalmente, sei
rimasta incinta… ma questo fare, questo brigare, non era sufficiente
per produrre l’evento, né dell’incontro coniugale, né della
generazione: questo evento, quando accade, tu dici “è un dono che mi
è dato, a cui devo rispondere!, non è un mio progetto”.
Quindi, il
figlio è un dono ed è una risposta.
Terzo, anche
qui proprio perché il figlio è un dono, e una risposta, la
generazione si presenta come un’esperienza profondamente
Bella,
vale il discorso che facevamo prima: la bellezza nella nostra vita
sta quando accogliamo qualcosa di inaspettato, non quando
progettiamo noi.
Se i figli
nascessero come quando noi andiamo a prendere il caffè dalla
macchinetta: io vado alla macchinetta, metto le monetine, schiaccio
e viene giù il caffè.
Supponiamo che
si facessero così i figli… Vado, tra un po’…non ci siamo ancora
arrivati, ma tra un po’ la scienza metterà insieme l’utero
meccanico, artificiale: quindi, si può andare, pago e…track… viene
fuori il pupo: sarebbe molto più facile, sarebbe molto più comodo,
non ci sarebbe il travaglio del parto, i dolori del parto, sarebbe
molto facile e comodo, sarebbe… profondamente brutto! O no??
Sarebbe
profondamente brutto perché avremmo snaturato quella natura profonda
della generazione che è l’accogliere un dono, il rispondere ad esso.
In questo sta
la sua bellezza, la bellezza, appunto, di un mistero che ti avvolge,
di un figlio che viene dall’alto, che tu ricevi e a cui rispondi. È
solo così che la generazione può essere un evento splendido, bello,
meno di questo perde la sua bellezza.
Infine,
quarto:
il figlio è
anche un mistero: e qui possiamo cogliere diversi aspetti di
questa misteriosità del figlio.
Il primo
aspetto è questo: questo figlio chi è? Potremmo dire il figlio è
nostro: è vero, aggiungiamo pure qualcosa di più: il figlio è noi,
certo, perché porta la nostra faccia, la nostra sembianza, il nostro
patrimonio cromosomico.
Quindi potrei
dire il figlio è mio, il figlio sono io, ma poi, però, sai bene che
non è così: il figlio non è tuo, il figlio viene dall’alto, il
figlio viene dal cielo…il mito della cicogna, saggissimo nel dire
“genitore, ricordati che il figlio tu non l’hai fatto e costruito e
adesso e roba tua”, sì e tuo…ma non è tuo!
È tuo, ma
viene dal cielo, è tuo ma viene dall’alto, c’è un mistero che lo
accompagna.
C’è un
riscontro, molto bello, nella psicologia della donna che ha appena
partorito, che conferma questo dato: si tratta di quell’esperienza
che é conosciuta come la depressione dopo il parto, non so se
l’avete avuta voi quando avete partorito. Però capita con una certa
frequenza, non so dirvi esattamente con che percentuale, che la
donna, dopo il parto, vive una stagione, dei giorni di profonda
depressione psichica: come mai avviene questa cosa? Dovrebbe invece
essere contenta!!
É andato tutto
bene, ha partorito, adesso non ha più il pupo, si è sgravata… E
invece ha il peso esistenziale che la affossa. Gli psicologi
conoscono molto bene questa “depressione post parto”.
Come mai? Come
la spiegano gli psicologi? La spiegano in una maniera molto bella,
cioè dicono: questo accade semplicemente perché la donna deve
elaborare “il lutto della morte del figlio immaginario”.. un po’
complicato. Cioè, nei mesi della gravidanza la donna cosa ha fatto
(anche l’uomo, ma un po’ meno, perché l’uomo è più staccato, mentre
la donna lo vive visceralmente)? Nei mesi della gravidanza la donna
ha sognato, ha vagheggiato, ha pensato, ha… quello che era il
figlio. Questo è molto bello, è molto colorito.
Poi però il
figlio nasce e a quel punto ce l’hai lì, lo tocchi lo vedi, frigna,
ha le colichine, piange e non sai come fargliele passare. Capite che
resta un trauma perché la donna deve convertirsi dalla figura
immaginaria che aveva immaginato e che adesso si sbriciola, non c’è
più e deve convertirsi alla realtà.
E questo
passaggio, psicologicamente, non è facile: forse noi uomini facciamo
un po’ fatica a capire, diciamo “e va beh, le lì, non è mica
contenta? Sbrigatela”.
Invece no,
chiaramente, per la psicologia femminile – dicono gli psicologi –
questo richiede, a volte, un passaggio: bisogna fare il funerale,
elaborare il lutto del figlio immaginario, che non c’è e non ci sarà
mai, ed accettare, con tutto il fremito viscerale, uterino, che
questo provoca in una donna, accettare il figlio così com’è.
Vedete, questo
fatto così bello, così umano, della depressione dopo il parto non è
forse l’indice di quella verità che dicevamo prima, cioè che il
figlio è un dono, che il figlio è tuo, ma non è tuo, che il figlio
non è..pensato, fatto, fatto il progetto, lo voglio così e così, tac
eseguito?
No, no, ti è
dato. E ti è dato, talvolta, non proprio come lo avevi pensato: è un
dono, è tuo ma non è tuo, è tuo ma viene dall’alto, è tuo ma viene
dal cielo: è un dono!
Ancora, il
figlio è mistero perché segna un’apertura verso il futuro, cioè
generando il figlio l’uomo e la donna si aprono verso il futuro, è
come un’ulteriore apertura.
L’abbiamo
detto prima, non è un cerchio chiuso il nostro rapporto, è un
cerchio aperto, aperto alla nascita del figlio: quando nasce il
figlio il cerchio si chiude? No, no, quando nasce il figlio il
cerchio si riapre ancora. Perché? Perché questo figlio crescerà:
nasce, cresce, diventerà poi a sua volta papà, e noi diventiamo
nonni e andiamo indietro… Ma, capite, l’apertura verso il futuro non
si chiude, è un continuo ri mandare. C’è un’espressione molto bella
del filosofo Levinardi che dice “Generando un figlio, i coniugi
donano il potere di donare”, è bellissima, donano il potere di
donare, cioè procreano un figlio, che a sua volta potrà donare,
procreare, e allora il cerchio rimane aperto, c’è questa fuga verso
il futuro.
Il figlio
rappresenta per i genitori una sorta d’eterna giovinezza. Se avete
letto il messaggio dei Vescovi per la giornata della vita, qual’era
il suo slogan? Era “Senza figli non c’è futuro”, che chiaramente è
una cosa anche molto ovvia, certo che se non si fanno figli
diventano tutti vecchi: però io credo che ci stava dentro questa
verità profonda, cioè che il figlio per una coppia è il futuro, è la
giovinezza, è il fatto che – diciamolo pure – il figlio è la
risposta alla morte, perché sappiamo io e te, che pur ci vogliamo
tanto bene, che moriremo. Ora, il figlio che cos’è se non la nostra
sopravvivenza, se non l’idea che la vita mia e tua andrà avanti in
lui?
Allora, il
mistero del figlio è questa apertura verso il futuro che è come
un’eterna giovinezza per i coniugi.
La
generazione, in un certo senso, da loro una vita eterna, a due
soggetti che stanno invecchiando.
Ecco, quindi
il mistero del figlio è quest’apertura, e naturalmente, anche qui la
domanda a questo punto diventa: ma apertura verso che cosa, dove
porta questo futuro?
Allora, io e
te non era un cerchio chiuso, era aperto, è il figlio e non è ancora
un cerchio chiuso, è ancora aperto, aperto verso che cosa?
Ovviamente verso la vita eterna, verso Dio, verso il Signore, nel
quale tutte e due le cose, sia il rapporto coniugale, sia il
rapporto col figlio, alla fine andranno a ricapitolarsi.
È molto bello
nel libro della Genesi quando ad Abramo viene dato l’annuncio che
diventerà padre, che avrà un figlio, ed è molto bello notare che
Abramo viene invitato a guardare le stelle.
Andate a
leggere, Dio gli dice: “Guarda le stelle, così sarà la tua
discendenza, contale, tale sarà la tua discendenza”: stelle,
desiderio, sidera, il cielo, come dire che il figlio ancora una
volta, esattamente come il rapporto con il tu del coniuge, tac,
punta verso l’alto, è un sacramento, è un segno che rimanda, che si
compie ultimamente in Dio.
E, qui vedete,
alla fine, noi abbiamo bisogno di parlare del paradiso, perché se
riflettiamo sulla nostra esperienza umana, e ci riflettiamo in
profondità, ci accorgiamo che la nostra esperienza umana ha bisogno
di Dio, è aperta su Dio.
Anche le cose
più grandi, cosa c’è di più grande di una vita coniugale ben
vissuta? Cosa c’è di più grande di un figlio? Umanamente non esiste
niente di più grande di questo.
Eppure, anche
queste cose non sono compiute, non sono concluse, sono aperte,
portano dentro di sé la domanda di Dio, il desiderio di Dio. Hanno
la qualità intrinsecamente religiosa, le esperienze più belle che
l’uomo e la donna possono fare. Ecco, allora, il figlio è mistero
perché apre verso il futuro, apre verso Dio.
E da qui
deriva un’ultima cosa ed è che allora questo figlio, certo non puoi
trattarlo come un oggetto, sicuramente, ma questo è ovvio, però è
meglio ribadirlo oggi, perché non è tanto chiaro alla mentalità di
alcuni nostri contemporanei.
Il figlio non
è un… oggi si parla di diritto al figlio, e no eh! Il figlio non è
un diritto, tu hai il diritto su delle cose, ma non puoi avere il
diritto su di una persona, puoi avere un desiderio del figlio,
un’attesa, una domanda, ma non un diritto. Il figlio non è un
oggetto, il figlio non è riconducibile al proprio potere, il figlio
è altro, non è tuo, l’hai fatto tu, ma non è tuo, a chi appartiene?
Appartiene a se stesso, appartiene alla sua vita, appartiene alla
sua vocazione, appartiene a Dio alla fine.
E, sappiamo
bene come per i genitori sia difficile accettare questa cosa,
soprattutto per le mamme, che hanno il cordone ombelicale, che
glielo tagliano al momento del parto, ma poi ce n’è un altro che
rimane, per cui ecco che è dura cambiare.
È dura questa
croce, questa è proprio la croce, la crocifissione del dire
l’abbiamo fatto noi, ma forse adesso dobbiamo tirarci indietro
perché lui deve andare per la sua vita, molto dura questa, è proprio
una scarnificazione dell’essere genitori.
E invece tante
volte il nostro errore qual’è? Tu devi fare quello che dico io.
La scuola per
esempio: vuoi fare la scuola professionale? Ma stiamo scherzando? Tu
sei uno, almeno, almeno, da liceo scientifico… no secondo me devi
fare il classico… e guai se non diventi ingegnere eh!
Tuo papà è
ingegnere, tu vuoi essere da meno? Oppure sul lato affettivo: guai a
te se ti porti a casa una negretta! Mi spiace, ma devi sposarne una
che abbia come dico io…
Quanti errori
facciamo. Notate, si possono anche fare anche gli errori di segno
opposto: dei genitori che se ne fregano, dei genitori che dicano “ma
sì va tutto bene”…
No il genitore
ha anche il compito di indicare, di aiutare però, certo, non deve
diventare possessivo fino al punto da de terminare il cammino, deve
lasciare libero.
E questo sta
dentro nella verità che il figlio è un dono, cioè è tuo, ma non è
tuo, l’hai fatto ma viene dall’alto, ti appartiene…ma no, appartiene
alla sua vita.
Questo
significa che, tanto nella fase nascente tu il figlio dovrai
trattarlo così, quanto nel suo sviluppo, di questo suo sviluppo di
questa sua crescita, di questo suo diventare uomo e fare le sue
scelte, ecco tu non dovrai mai impadronirti, dovrai fare il
genitore, sì, dovrai dirgli, dovrai dargli i valori, dovrai aiutarlo
a capire, dovrai proporgli dei modelli, non dovrai lasciarlo solo,
guai!…Purtroppo oggi avviene spesso così.
Ma non dovrai
importi, perché non è tuo, non è una suppellettile della tua casa,
un prolungamento di te stesso. È un “altro”, viene dall’alto, è un
dono.
Bene questa è
una lunga chiacchierata per fare vedere che cosa? Che il figlio
viene da lontano, viene dal rapporto coniugale, è per far vedere che
l’una e l’altra cosa – il figlio ed il rapporto fra l’uomo e la
donna – hanno delle costanti, potremmo dire, antropologiche, cioè
vuol dire delle caratteristiche: entrambi sono un dono, che esige
una risposta, in ciò c’é una bellezza e c’é un profondo mistero che
avvolge e rinvia verso il futuro e verso Dio.
Ora, se le
cose stanno così, cosa dire delle cose nuove, delle tecnologie,
eccetera, eccetera?
E, beh, la
risposta a questo punto la intuite già voi: cioè la negatività del
far nascere un figlio con la tecnica, con la tecnologia qual è? È
proprio il fatto che questo discorso sul figlio lo manda
completamente a picco.
Cioè il figlio
nato con la sofisticazione tecnologica non è più un dono, è un
prodotto: lo fai tu, lo causi, lo assembli, lo costruisci. La
casualità tecnica entro in maniera preponderante: perché se io devo
costruire quest’orologio, prendo i componenti, li metto insieme e lo
faccio come lo voglio esattamente, con le sue caratteristiche e lo
comando io, lo padroneggio io.
Si può fare un
figlio come si fa un orologio?…qualcuno dice sì, sì. Noi diciamo no!
Perché questo snatura il senso profondo di essere genitori, di
generare, e snatura il senso profondo del figlio.
Capite, questo
è un discorso molto serio oggi, qui non c’entra niente la fede o il
Papa, come se i cristiani, non so io, ad un certo punto, gli arriva
giù una specie di decretone dall’alto che dice “non si può, non si
può, non si può fare quelle cose lì!”.
Non è così:
cioè noi se diciamo dei “no!” è perché riteniamo che ne va del senso
profondo dell’uomo, che viene taroccato, che viene manipolato, viene
bistrattato insomma.
Ecco, allora
avete già intuito che abbiamo in mano l’argomento fondamentale con
cui dare un’occhiata a questo mondo delle “biotecnologie”: qui,
siccome il tempo è scaduto, mi limito a dire tre cosette molto
rapide.
La prima: c’è
il problema della sterilità, ovviamente, certo perché queste
biotecnologie non sono sorte così, per un capriccio, ma per dare
risposta ad un bisogno purtroppo oggi molto avvertito: quello delle
coppie sterili, che non riescono ad avere figli.
I motivi della
sterilità sono tanti: un primo motivo è che ci si sposa più tardi di
una volta e, quindi, ovviamente, la stagione fertile in genere è la
prima quella migliore; ci sono motivi di tipo psicologico: lo
stress, per esempio, che tante volte inibisce proprio; a volte ci
sono motivazioni anche fisiche dell’uomo o della donna o di tutti e
due.
Ora, è chiaro
che la sterilità va curata, bisogna anche dire che, prima di fare la
cura fisica, bisognerebbe fare una cura di tipo psicologico, perché
tante volte ci sono delle cause di tipo psicologico che impediscono
di procreare. Per esempio, per esempio una paura inconscia, non
confessata, di cui uno non se ne rende conto, di diventare padre o
madre, tante volte c’è questo che blocca, non tanto delle cause
fisiche.
Oppure
l’ansia: la riprova? A volte ci sono delle coppie che cercano figli,
non arrivano, non arrivano, non arrivano… poi dicono va beh,
pazienza, ne adottiamo uno. Quando l’hanno adottato, tac, rimane
incinta.
Oh, come mai?
A volte è un caso, a volte è perché, evidentemente, c’era un blocco
di tipo psicologico.
Perché noi
siamo unità di corpo e di spirito, quindi vuol dire che se abbiamo
qualche turbativa psicologica, di cui magari non ci rendiamo neanche
conto perché più o meno inconscia, questa agisce anche sul corpo,
sul fisico, sull’ovulazione, su questi dinamismi attraverso cui
passa poi la fecondazione.
Quindi
bisognerebbe fare, anzitutto, quest’analisi.
Quindi la
sterilità va curata, certamente, logico che va curata con i mezzi
che sono leciti, perché la si possa curare.
Se per avere
un figlio uno deve arrampicarsi sui muri o fare cose che sono contro
il bene dell’uomo, contro il senso umano, genuino del fare un
figlio…eh allora lì bisognerebbe avere il coraggio di dire forse no,
guarda, forse è meglio che accetti questa cosa… Certo la devi
rielaborare come una croce, indubbiamente, come un qualcosa di
doloroso, però, forse, è più giusto così, che ti orienti magari sul
cammino dell’adozione, cioè del dare una paternità, una maternità a
dei figli che già ci sono e che, tutto questo, non possono averlo.
Allora, la
sterilità va sicuramente curata.
Queste
tecnologie che cercano di dare una risposta, sono allora non
accettabili dal punto di vista dell’etica cristiana per almeno due
motivi: il primo motivo l’abbiamo detto prima: non è accettabile che
il figlio, la generazione del figlio, diventi una sorta di
produzione. Se il figlio è tutto quello con cui vi ho stancato prima
per più di mezz’ora, tra quarti d’ora, cioè dono, eccetera, è logico
che la provetta rinnega tutto quel discorso, perché lì il figlio lo
fai, lo costruisci, sarà un prodotto, cioè viene snaturato
profondamente il senso umano del generare. Prima ragione.
C’è una
seconda ragione, anche qui molto importante, di negatività di queste
tecnologie ed è il fatto che sono tecnologie abortive, cioè, adesso
bisognerebbe spiegare come avvengono, però, di fatto, per arrivare a
fare un figlio in provetta, è necessario fecondare più embrioni.
Quindi il biotecnologo nella provetta deve costruire, diciamo così,
più figli, almeno una dozzina, di fatto. Poi di questa dozzina che
ha lì nella provetta cosa farà? Alcuni li elimina, i più fragili,
quelli che gli sembrano dare minore garanzia di uno sviluppo
successivo. Tre almeno, di questi figli, di questi embrioni, che ha
lì in provetta, li innesta, li impianta nel corpo femminile perché
possa continuare la gravidanza, la gestazione.
Voi capite che
qui si crea un problema di tipo morale, di tipo etico, molto forte:
è il fatto di operare questa selezione embrionale: quali scarti e
quali utilizzi? Insomma, fare una selezione su delle persone,
certamente è molto negativo. E quelli che lasci fuori cosa ne fai?
Li butti via? Li usi per altri scopi? E quelli che hai inserito
dentro, se abortiscono, perché, diciamo, la gravidanza non riesce ad
arrivare a compimento, si può ancora dire che si tratterà di un
aborto spontaneo? O forse non è meglio dire che, in fondo, è un
aborto “un po’ procurato”, dal momento che la debolezza
dell’embrione deriva dal fatto che è stato costruito in un ambiente
tecnologico, quindi non nel suo ambiente naturale.
Allora, ci
sono indubbiamente tante domande, tante domande grosse. Quindi le
due ragioni di negatività, che l’etica cristiana porta su questo
settore delle biotecnologie, sono:
1°: che viene
snaturato il senso umano del generare, il figlio non è più un dono
ma diventa un prodotto, da parte dei genitori non c’è più la
risposta, l’attesa, ma c’è quasi una produttività, una pretesa;
Seconda
motivazione: l’abortività di queste tecnologie.
Naturalmente,
io fino ad adesso, ho parlato delle tecnologie che si applicano
dentro il matrimonio, cioè tra l’uomo e la donna che sono sposi.
A “fortori”,
cioè ancora di più il giudizio sarebbe negativo ed inaccettabile se
queste tecnologie si praticassero al di fuori del matrimonio, cioè
la cosiddetta tecnologia eterologa, ossia quando concorre ad essa
anche una terza persona esterna alla coppia. Per esempio un uomo che
dona il seme, perché il marito non è in grado di produrlo, o una
donna che dona l’ovulo, perché la donna non è capace di ovulazione,
Oppure ancora, il caso più strano, una madre – cosiddetta – “gestazionale”:
cioè che dona il proprio utero.
Dal momento
che la causa della sterilità non è tanto l’incapacità di concepire,
ma di portare a termine la gravidanza, ci potrebbe essere una terza
persona che dice ”dai a me, ti porto avanti il figlio fin quando
nasce, quando nasce te lo do e poi io mi ritiro”.
Ora capite che
queste tecnologie, quando avvengono al di fuori della coppia,
implicano l’intromettersi di terze persone, sono vieppiù negative,
perché? Per tanti motivi, ne diciamo semplicemente due:
i guasti che
si possono creare dentro la coppia, guasti anche di tipo
psicologico, perché si vivrà – per esempio - sotto la cappa di
questo genitore biologico, che come un dio mitologico della
fecondità, invece tu, povero ciccio, non sei stato capace, quindi
guasti, ma soprattutto la cosa più importante, il diritto del
figlio, il diritto del figlio ad avere due genitori, e non “più
genitori”. Perché è chiaro che prestare materiale genetico da altri
implica che questo figlio possa avere addirittura 5 genitori, se le
cose gli vanno bene: può avere la madre biologica, che ha dato
l’ovulo e la madre sociale che lo cresce, il padre biologico che ha
dato il seme, il padre sociale che lo tira su e la madre
gestazionale che ha fatto la gravidanza: uno può trovarsi con 5
genitori.
Ora i
disastri, diciamo così, che possono prodursi soprattutto sulla
psiche del bimbo che cresce, noi sappiamo bene che è importantissimo
avere un papà e una mamma per crescere bene, per identificarsi:
quando c’è questa cosa diventa, davvero, molto difficile poi gestire
il suo sviluppo, anche per i genitori stessi. Pensate voi nell’età
dell’adolescenza quando è guerra tra genitori e figli, e non ci si
capisce più: immaginate cosa succederebbe se dentro questo non
capirsi s’innestasse come un cuneo l’idea che: “Ohe! Tu non sei mio
papà!, mio papà è un altro, è un Signor X, che io non ho mai
conosciuto!” : sarebbe devastante!
Ecco, su
questo, credo che non sia il caso d’insistere tanto perché, penso
che, almeno che i nostri polmoni sono tanto intossicati che non
riusciamo più a distinguere l’aria buona da quella viziata… però mi
sembra abbastanza logico che le tecnologie eterologhe sono
inaccettabili.
Mi sono
fermato invece su quelle omologhe, dentro la coppia. Ecco, anche lì
ci sono due problemi: l’abortività di queste tecniche e poi quella
domanda più profonda sul “senso del generare”: se alla fine, far
nascere i figli così, è ancora rispettare la dignità umana della
generazione, la dignità umana del figlio, che deve essere un dono
non un prodotto, la dignità umana dei coniugi che non devono essere
gli artefici, i creatori, del figlio, ma devono essere solo coloro
che accolgono, che rispondono a qualcosa che loro non hanno posto ma
hanno ricevuto.
Le virtù cardinali:
Prudenza, Giustizia,
Fortezza, Temperanza
I greci la chiamavano
fronesis
cioè “ragione pratica; i moderni parlano di ”coscienza”. È la virtù
che guida ad agire, la coscienza cristiana.
Comprende due aspetti:
1)
la capacità di cogliere il bene, la verità delle cose; è uno
speciale fiuto, un istinto che aiuta a capire la verità delle cose (ipsa
res, la cosa in sé, la sua verità – San Tommaso). La prudenza
coglie l’oggettività del bene nella sua purezza, in
maniera limpida, trasparente. Il vangelo indica questo con
l’immagine dell’occhio (Mt 6,22). L’esempio classico della mancanza
di prudenza è quello dei farisei che esternamente sono lindi e
puliti ma dentro, nel cuore, sono fogne. Questa virtù dunque
permette non solo di fare il bene ma di farlo con purezza, con retta
intenzione;
2)
è la virtù della concretezza: ti porta ad individuare quanto di
questo bene oggettivo puoi realizzare qui ed ora, in questo preciso
momento; guida ad individuare le vie del bene; è la capacità di
tradurre il bene assoluto nel bene concreto al meglio possibile. E’
la virtù del realismo che orienta nelle circostanze particolari e
“completa tutte le virtù morali” (S.Tommaso)
Dunque, la prudenza ci guida nella riflessione e nella decisione.
Secondo S. Tommaso è la più importante delle virtù cristiane.
Contrarie alla prudenza sono la precipitazione, la superficialità,
la sconsideratezza, la dissennatezza, la trascuratezza, la
disattenzione, l’irresolutezza, l’inconcludenza.
Sono caratteristiche della prudenza:
-
la capacità di aderire al reale (S.Tommaso), l’oggettività
nelle decisioni. Questa capacità è facilmente inquinabile,
falsificabile dall’errore e dall’abitudine al male che
tolgono la capacità di essere oggettivi. San Tommaso ravvisa la
mancanza della prudenza nella mancanza di temperanza, di castità che
toglie la capacità di riconoscere ed avvertire la bellezza del bene.
La trascuratezza produce l’abitudine e l’indifferenza sia rispetto
al bene che al male
-
la docilità, capacità di istruirsi, di ascoltare al cospetto
della verità delle cose (il bene) e delle situazioni concrete;
-
la solerzia: prontezza nell’agire, nel prendere le
decisioni; capacità di non prolungare all’infinito le decisioni,
padroneggiando anche gli imprevisti, le situazioni inattese;
-
la fiducia: in se stessi, nelle proprie capacità. Dovendo
decidere nel concreto, è chiaro che uno deve anche fidarsi, dopo
aver valutato e riflettuto. La fiducia è il giusto mezzo tra
l’eccessiva sicurezza di sé e la scrupolosità che non porta mai ad
una decisione. E’ importante allora la fiducia in se stessi ma anche
in qualcuno che ti possa consigliare, che ti è amico. E’ chiaro che
solo tu puoi decidere però l’amico è colui che ti vuol bene e ti può
dare un consiglio, ti può indirizzare
La prudenza oggi è presente nella cultura odierna in maniera molto
limitata, soprattutto per quanto riguarda il primo aspetto, la
capacità cioè di cogliere il bene oggettivo, la verità, a causa del
relativismo e della soggettività. Di conseguenza la cultura di oggi
fraintende anche il secondo aspetto riducendola a calcolo
utilitaristico: la concretezza diventa tatticismo, passare dove
l’acqua è bassa, scegliere la via più comoda. E’ la prudenza della
carne (in contrapposizione alla prudenza dello spirito) che porta a
scegliere la soluzione meno impegnativa, che costa meno fatica. Si
può sintetizzare:
·
epiceia
(epicheia): capacità di realizzare al meglio
quanto la prudenza suggerisce
·
utilitarismo: orienta nelle scelte in base a quello che è
più utile e conveniente.
Indicazioni pratiche:
1)
quotidiano esame di coscienza, sistematico, che deve portare allo
sblocco o a risolvere la situazione o a proporsi di “non farlo più”;
2)
trovare soluzioni pratiche senza colpevolizzarsi;
3)
fare ogni giorno salutari incursioni di campo,“esplorazioni”, in
altre mentalità, culture o spiritualità e confrontarsi senza troppa
chiusura.
La giustizia nel
contesto biblico.
Nella Bibbia la
Giustizia è una realtà di Dio non dell’uomo. Dio è giusto perché
giustifica l’uomo; e agisce nella storia per salvare l’uomo.
Distinguiamo:
la
giustizia della legge: fare la volontà di Dio; l’uomo è giusto se
conosce la legge di Dio e la mette in pratica;
la
giustizia della fede: l’uomo non è sempre in grado di essere giusto,
cioè di praticare la giustizia della legge, ha bisogno della grazia
di Dio e, quindi della fede in Dio;
la
giustizia dell’amore: rende capace di compiere le opere di Dio.
La giustizia
come concetto umano.
La giustizia, come
concetto che proviene dalla riflessione umana, filosofica, è virtù
tipicamente umana e si connota come la capacità di dare a ciascuno
il suo. Così la giustizia si può definire come la virtù della
correttezza umana che rende la comunità degli uomini ordinata
(Platone descrive la città ideale quella che nasce dall’esercizio di
questa virtù della giustizia umana).
Ma che cos’è “il
suo”? Alcune cose vanno riconosciute all’uomo per le cose che fa
o che ha fatto, altre semplicemente per il fatto di essere uomini
(diritti dell’uomo: la vita, la dignità, la libertà ecc.). La
giustizia così concepita è il punto di partenza dei rapporti tra gli
uomini, mette ordine nei rapporti umani.
Poi però bisogna
andare un po’ oltre, occorre la carità. Nelle famose sei antitesi (cfr.
Mt 5,21-48: “avete inteso che fu detto…ma io vi dico”) Gesù
spinge ad andare oltre il semplice aspetto della giustizia; ci
invita a scoprire la radice della legge, superando i limiti della
semplice formulazione giuridica (es.: nell’adulterio il principio di
giustizia umano stabilisce il ripudio ma Gesù va oltre: anche se
tua moglie ti tradisce tu non rimandarla a casa). Con l’unico
comandamento dell’amore Gesù va alla radice di ogni singolo precetto
e lo porta a compimento sicché si può dire che ogni singolo precetto
affonda le sue radici in quel comandamento.
giustizia ed amore
devono sempre essere legati, vanno di pari passo. La giustizia senza
carità diventa dura, ma è vero anche il contrario: la carità senza
giustizia è “molliccia”, debole, melliflua, carezzevole. Unita alla
giustizia la carità sa essere esigente, educativa e promotiva
dell’uomo.
Alcuni esempi:
·
Il
perdono.
Nella società umana la giustizia serve a tutelare la società stessa
ma anche colui che viola le leggi. Il perdono, che è espressione
tipica della carità, non deve dimenticare però le esigenze della
giustizia perché, se è importante perdonare, a volte è importante
anche esigere dall’altro una riparazione per farlo crescere, per
educarlo.
·
Il
Purgatorio.
Il Purgatorio è il segno della misericordia di Dio. Dio perdona ma
non può dimenticare il male che l’uomo ha commesso. Il Purgatorio
dice: tu sei già perdonato ma devi reintegrare quei vuoti, quei
buchi che hai lasciato con i tuoi comportamenti, con il male
commesso. Solo Dio sa fare la sintesi tra carità e giustizia; noi
sappiamo solo che le due virtù devono andare insieme; possiamo
allargare più o meno i cordoni dell’una o dell’altra ma non
riusciamo a fare una sintesi vera tra giustizia e carità.
La vita cristiana
ci spinge nella direzione della carità che è sempre più difficile da
applicare rispetto alle esigenze della giustizia. Ma è necessario
evitare di essere troppo rapidi nell’applicare la carità nei
rapporti con le persone saltando le esigenze della giustizia perché
altrimenti l’altro ne approfitta. La giustizia è il primo passo tra
le persone. Poi, ovviamente, è necessario andare oltre con una
carità che completa e supera la giustizia (es. accorgersi dell’altro
che non sta bene e che perciò è impossibilitato a fare quello che
sarebbe suo compito fare).
Si dice la
giustizia “la carità del chiedere”. La carità evangelica si innesta
su una base di giustizia, senza la quale non è assicurato l’ordine
tra le persone, nella comunità.
In questo compito
di contemperare giustizia e carità c’è la fatica del discernimento
con l’inevitabile rischio di eccedere in un senso o nell’altro. Ma
in questo c’è anche la bellezza del cristianesimo che ti mette nella
condizione di superare la piattezza della vita.
Riguarda la volontà: è la virtù che la perfeziona ed in
particolare è la capacità di opporsi al male e di realizzare con
decisione il bene.
Suo oggetto è:
1)
la lotta contro il male sia fisico (dà la capacità di resistere alle
contrarietà della vita di fronte alle quali non si lascia piegare)
sia morale (rende capaci di resistere al peccato). Diverse volte san
Paolo ammonisce a far uso di questa virtù (“siate forti nelle
tribolazioni”);
2)
la capacità di realizzare il bene, perché il bene è arduo da
conseguire.
Sintetizzando le caratteristiche delle quattro virtù, si può dire
che:
-
la prudenza (che guida la razionalità) coglie il
bene;
-
la giustizia lo realizza, soprattutto nei rapporti
interpersonali;
-
la fortezza (che riguarda la volontà) e la
temperanza (che regola la vita affettiva e sensibile) lo
mantiene, lo conserva.
La fortezza si concretizza:
nel
coraggio
che è la capacità di non lasciarsi distogliere dal bene che si
persegue nonostante la paura e l’incertezza di sentirsi vulnerabili.
Il coraggio è non farsi bloccare dalla paura o quanto meno
rimettere la paura nel Signore (“nulla ti turbi, nulla ti
spaventi”- Santa Teresa d’Avila); nella Bibbia per 365 volte si
ripete l’invito a “non temere”
nella
pazienza o resistenza . La parola pazienza assume nel linguaggio comune
il senso di una passività; in realtà essa indica una super-attività
(il significato biblico è quello di “camminare sotto un peso”). San
Tommaso definisce la pazienza come la resistenza: quando non
si può far nulla di fronte alle difficoltà si può solo resistere,
restare aggrappati al bene ed affidarsi in tutto a Dio con ogni
energia. Quando non posso più nulla di attivo, resta solo la
passività della resistenza (“Stabat mater dolorosa iuxta crucem”;
Maria non può più fare nulla ma “sta”, resiste). Non è un lasciarsi
cadere nella tristezza, ma conservare serenità e lucidità
dell’animo, possedere la propria anima (San Tommaso);
nella
lotta contro le tribolazioni e le difficoltà facendo tutto quello
che si può fare, anche nel senso di impegno ascetico
(ascesi=lotta). “Il Regno dei cieli patisce violenza”, è dei
violenti; il Regno è per chi ha forza di lottare contro il male che
è in lui ed intorno a lui. La lotta diventa anche spirito di
sacrificio, capacità di accettare le normali difficoltà della vita e
di rimboccarsi le maniche. San Tommaso parla anche di giusta ira
(“quando ci vuole, ci vuole) contro un eccessivo “buonismo”, contro
la mediocrità e la fiacchezza, contro l’assenza di motivazioni.
L’ira di per sé è un vizio che, perciò, va moderato ma esiste anche
una giusta ira che è il fremere per il bene e contro il male,
una “mazzolatura” contro il lassismo;
nella
franchezza (parresia apostolica), capacità di annunciare il Vangelo,
il messaggio senza fare troppi calcoli, in maniera opportuna ed
inopportuna, non misurando l’annuncio sulla reazione prevedibile
perché altrimenti si rischia di non annunciare (At 4,29 e 33:
“con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza”);
nella
perseveranza, cioè nella fedeltà alla parola data, agli impegni presi,
alle scelte fondamentali sulle quali non esiste debolezza che conti;
capacità di durare,
nello
spirito di giovinezza. La fortezza è la virtù del giovane perché è
collegata alla capacità di guardare avanti senza pessimismo ma con
fiducia e speranza (1Gv 2,13b: “scrivo a voi, giovani, perché
avete vinto il maligno”).
nel
temperamento:
ottimismo naturale che aiuta a vivere, atteggiamento positivo (tante
malattie, ad esempio, degenerano in chi si lascia andare).
Cristo
è il lottatore, l’agonizzante cioè colui che lotta e di
fronte alla croce non può fare più nulla e resiste. La
fortezza è la virtù dell’andare in croce, presiede al dare la vita.
E’ la virtù del morire:“chi perde la sua vita per me, la salva”;
per perdere la vita occorre fortezza. C’è una fecondità del donarsi
per gli altri che dipende dalla consapevolezza che donare la propria
vita dà salvezza e vita agli altri.
È anche un dono della Spirito Santo, bisogna chiederla: tutto
posso in Colui che mi dà forza.
E’ interessante infine notare come la fortezza presiede anche
all’uso della
libertà. La libertà, infatti, non è soltanto il “poter fare” ma
soprattutto il “voler fare”. La nostra libertà si realizza in
pieno quando noi vogliamo il bene, decidiamo di voler compiere il
bene, la volontà di Dio.
È la virtù umana
che regola la parte di noi che ha a che fare con i desideri, le
passioni, gli istinti.
Ordina la
dimensione emotiva, affettiva e passionale della vita.
Si può paragonare agli argini di un fiume.
Nel rapporto con le
cose è la virtù della sobrietà, dell’ordine, della misura di
fronte ai piaceri della vita.
Consideriamo ora la
virtù della temperanza con riguardo agli istinti, ai vizi
capitali ed ai sensi.
Riguardo agli istinti. – Siamo vittime della corrente di
pensiero nata da Freud. L’uomo è fatto di istinti (di conservazione,
sessuale, aggressività) per cui reprimere gli istinti rende l’uomo
frustrato, represso. Ogni tanto, secondo il pensiero di Freud,
occorre dare sfogo agli istinti. La posizione corretta è che
certamente questi istinti sono buoni, Dio non ha sbagliato nel
darceli: sono energie vitali per l’uomo, positive. E’ ovvio, però,
che vanno canalizzati, regolati; occorre dar loro un indirizzo, una
regola (es.: l’istinto dell’aggressività va regolato perché occorre
anche imparare ad accogliere l’altro; la sessualità va educata per
essere finalizzata al dono di sé).
Purtroppo il messaggio che invece traspare oggi anche dai
“mass-media” è lo spontaneismo, soprattutto nel modo di
concepire la sessualità che così diventa schiava del sentimento.
La sessualità, invece, non può ridursi al vivere spontaneamente un
sentimento che si prova ma deve rientrare in un progetto di vita.
Altra
deviazione è concepire la sessualità in senso animalesco
(come fanno gli animali che si accoppiano secondo natura)
o
come un gioco.
La vita
sarebbe fatta di sentimenti ed emozioni che vanno assecondati.
Riguardo ai vizi in particolare a quelli capitali.
Sono vizi ontogenetici, che cioè tendono a riprodursi, si replicano,
soprattutto l’avarizia, la lussuria e la superbia. Alcuni vizi o li
si ha o non li si ha; invece in quelli capitali, se non si è
vigilanti, si può cadere, sono vizi che si possono acquisire se le
circostanze ne danno l’opportunità: “l’occasione fa l’uomo ladro”.
La temperanza disciplina questi aspetti: da essa discende
la
SOBRIETA’
che è la via di mezzo tra la avarizia e prodigalità,
la
CASTITA’
che non esclude la sessualità ma la disciplina, la incanala. Quella
dei rapporti sessuali è una dimensione da curare tra i coniugi
perché si potrebbe generare una sorta di estraneità tra gli sposi.
La castità e la giusta via di mezzo tra lussuria e frigidità,
l’UMILTA’
che è la giusta via di mezzo tra superbia e misantropia (...non son
buono a niente…),
la
MITEZZA, la mansuetudine, via di mezzo tra l’ira e l’indolenza
(chi non reagisce mai, chi è mellifluo, smorto. Il mite non è
mellifluo ma uno che, quando è necessario, sa reagire anche con la
forza (es.:Gesù al tempio), soprattutto quando si ha una
responsabilità sulle persone (famiglia, parrocchia…),
il
CORAGGIO, via di mezzo tra temerarietà e codardia.
Riguardo ai sensi. I sensi mediano la conoscenza della
realtà. Esiste una cupidigia dei singoli sensi che va un po’
regolata:
Moderazione dell’udito. La temperanza aiuta a vincere la
morbosità del voler sapere ed ascoltare tutto e a tutti i costi;
vince il pettegolezzo (“l’uomo giusto si tura gli orecchi
per non udire fatti di sangue”);
Moderazione della vista. La temperanza combatte, in ambito
spirituale, il voler vedere i risultati del lavoro fatto a tutti i
costi; in ambito più terreno, carnale, la ricerca, ad esempio di
immagini sconce in televisione ecc.;
Moderazione
del gusto. La temperanza aiuta a vincere la golosità.
La temperanza, con riferimento al senso del gusto, dà la giusta
distanza e rispetto verso le cose e le persone. Il cristiano sa
godere della vita ma con il giusto rispetto e la giusta distanza
data ultimo aggiornamento:
Friday 05 October 2007 14.42.53 Il presente sito è ottimizzato per l'utilizzo di Internet Explorer versione 4 e
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