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a cura del diacono Leondino Cipolletti  

disegni e vignette di Silvia Cipolletti


 

 

Don Angelo RIVA

 

Questioni di bioetica

L’argomento di cui parleremo, è un argomento che ci tocca da vicino perché tutti voi avete dei figli; questa mattina vogliamo proprio discutere insieme su che cosa vuol dire un figlio: chi è il figlio, che senso ha un figlio nella vita di una coppia, movendo dalla constatazione di alcuni fatti di cronaca.

Per esempio: ormai ha compiuto il 26° anno d’età Louise Brown.

Vi chiederete: ma chi è? È la prima bimba nata in provetta, quindi un esperimento riuscito dopo tanti fallimenti, nata secondo quella tecnologia di riproduzione artificiale che la scienza ha ammesso.

Naturalmente è chiaro che anche noi, come coscienza cristiana, ci sentiamo obbligati a chiederci: ma queste cose sono giuste, sono accettabili, sono rispettose dell’uomo, della generazione, sì o no?

Ecco allora che nasce l’urgenza di fare una riflessione, come quella che faremo noi questa mattina, cioè il dire: chi è il figlio, che cosa vuol dire, che significato ha a livello umano generare una creatura, procreare?

In base a quello che diremo, poi, brevemente, faremo una valutazione di queste tecnologie che oggi ci sono anche per far nascere i bambini al di là del rapporto sessuale normale, naturale.

Quindi, vedete, diciamo che il discorso di questa mattina è un po’ diviso in due parti: c’è una parte più di meditazione, di riflessione e poi una parte di confronto con alcuni problemi che sorgono oggi.

Ciascuno poi prenderà la cosa che meglio gli piace.

Allora, chi è il figlio? Io credo che per rispondere a questa domanda bisogna andare un po’ indietro, cioè tentare di fotografare, per così dire, quello che è la relazione coniugale: prima di arrivare a dire che senso ha generare un figlio, forse bisogna chiedersi che senso ha essere uomini e donne che s’incontrano, si piacciono, si scelgono, si amano, perché poi dentro lì nasce il figlio, nasce la generazione.

E allora, come primo passaggio, io proporrei di guardare alla vita coniugale, al rapporto fra l’uomo e la donna, fra il marito e la moglie, secondo queste quattro caratteristiche che sono:

 

IL DONO

LA RISPOSTA

LA BELLEZZA

IL MISTERO

 

La vita coniugale è fatta di queste quattro realtà.

La prima cosa:

 

IL DONO: cosa voglio dire? Voglio dire che all’inizio di ogni vita matrimoniale c’è sempre qualcosa che è accaduto, in maniera insospettata, in maniera - diciamo – desiderata, probabilmente, ma come raccogliendo, come accogliendo ciò che la vita ha prodotto:

Cosa voglio dire? Se qualcuno si è sposato nel modo che ora sto per dire, alzi la mano.

Ha preso il catalogo, ha fatto passare la rubrica telefonica – per esempio – di Bormio e ha detto: ecco, questa qua, ho trovato la moglie. Le ha telefonato e le ha detto: “Allora, ci sposiamo?”

È successo così a qualcuno?

Ovviamente non è successo a nessuno perché l’incontro coniugale è appunto un dono, è un qualcosa che accade.

Diciamo pure che, apparentemente, vi è un elemento di casualità.

Non c’è all’inizio di ogni vita matrimoniale un elemento di casualità?

Certo. Perché …se io non andavo quella volta lì…, …se non ci trovavamo in quel posto là…, …se non conoscevo…

Ci sono degli intrecci all’inizio della vita coniugale che sanno molto di casuale.

Naturalmente: di casuale per chi? Per l’occhio pagano.

L’occhio credente sa bene che non vi è niente di casuale: c’è dietro un disegno, c’è una vocazione di Dio, un progetto che il Signore ha misteriosamente intrecciato facendoci incontrare, ad esempio sotto l’ombrellone di una spiaggia dove – casualmente – eravamo lì a fare tutti e due le vacanze.

Quindi non è casuale. Dietro lo sguardo credente scorge il provvidente disegno di Dio.

Noi diciamo giustamente “Non cade foglia che Dio non voglia”, ecco bravi, siete ancora svegli.

È un dono, è qualcosa che l’uomo e la donna, prima, separatamente presi, desideravano.

Certo, chi non desidera realizzare la propria vita in un matrimonio, in una famiglia?

Ma questo desiderio, capite, era impotente a produrre l’incontro. L’incontro avviene, l’incontro accade. Accade sorprendente, accade insospettato, accade in maniera che uno… sì desiderava, ma non sapeva dare una fisionomia concreta a questo incontrare.

Diciamo che l’incontro è sorprendente, proprio nel significato del termine: sorpresa significa “essere presi da sopra”, come il disegno misterioso, divino, che ci ha “sorpresi”, ci ha messi insieme.

Anche se noi andassimo ad analizzare il vissuto, anche psicologico del dono di averti incontrato, noi usiamo dei termini che dicono tutti questa cosa, che è un fenomeno che noi non controlliamo.

Cioè, noi diciamo è l’affetto che ci ha uniti (notate, affetto deriva da affectus, cioè come da essere colpiti da qualcosa), diciamo che è stato qualcosa di emozionante (l’emozione, dice la parola stessa, è qualcosa che ti muove dall’esterno), diciamo che c’é stata della passione (e la passione ancora una volta indica qualcosa che patisci dall’esterno). Come dire è un dono perché tu lo desideravi, tu lo volevi, tu lo cercavi, ma poi l’incontro è stato qualcosa che un giorno è brillato nella nostra vita, inaspettato, appunto come un dono, come un regalo, un regalo dall’alto.

Quindi dono. Naturalmente questo dono chiama poi una

 

LA RISPOSTA: la seconda articolazione del cammino coniugale. Cioè la vita ti ha messo avanti quest’opportunità buona, facendoti incontrare quest’uomo, questa donna, tu riconosci dentro lì un disegno di Dio, sei credente, e…cosa fai? Rispondi! Accondiscendi, dici va bene, ci sto! Credo che questa cosa non è avvenuta in maniera casuale, ma è avvenuta come disegno provvidenziale di Dio, a cui io voglio acconsentire.

Naturalmente questo è quanto si verifica, in particolare, nel momento del matrimonio: quando ci si sposa davanti all’altare con la benedizione e la consacrazione del Signore è la risposta, “il consenso” si dice, il consenso dei coniugi che decidono di essere per sempre l’uno per l’altro, in maniera totale.

Allora, la risposta è una risposta, come dire, che è ancora, se volete, un dono.

Prima era il dono ricevuto, dell’incontrarti in maniera sorprendente, inattesa. Adesso diventa il dono di me e di te che ci doniamo l’uno all’altro.

Allora se la prima cosa era il dono ricevuto, questa risposta è il dono “ri donato” si può dire, “ri giocato” dentro nella vita che si apre nell’avventura coniugale.

Ed è bello notare che questa risposta, che ciascuno di voi ha dato nel matrimonio, è una risposta che potremmo definire radicale, cioè potremmo dire che da quella risposta è dipesa, e dipende tuttora, la mia identità profonda. Cioè: chi sarei io se, oltre ad averti incontrato non ti avessi scelto? Avendoti scelto, avendo risposto all’evento dell’incontro, io sono diventato me stesso: si può dire che la mia identità, prima di tutto ciò era come una semplice possibilità sospesa:

Incontrandoti, nella relazione con te il mio io è uscito dal limbo della sospensione, dell’indeterminatezza ed è diventato reale:

Questo è molto bello: capire che io non sono se non attraverso il rapporto con te; la mia identità è profondamente collusa, è intrecciata con te, con la vita che abbiamo fatto insieme: in un certo senso il marito non è se stesso se non nel rapporto con la moglie e con quello che tutto questo rapporto ha costruito.

Allora, questa risposta data, davvero è una risposta fondamentale, perché segna proprio il fondamento della mia relazione, della mia identità, di quello che io sono.

Ancora, notiamo un’altra cosa ed è che, pensata così, allora, la vita coniugale, davvero non ha tanto la fisionomia di un progetto: tante volte ci sembra di percepire, nel modo di pensare oggi questo ragionamento: il matrimonio è una delle tante cose che uno progetta e poi esegue.

Io progetto di lavorare in una certa maniera, progetto di costruirmi una casa, allora ho il progetto e lo eseguo: non va così nella vita coniugale. La vita coniugale non è tanto un progetto: è la risposta ad un qualcosa che non hai suscitato tu. È l’accondiscendere, il dire di sì, ad una storia che tu non hai generato ma che tu hai ricevuto, tu hai accolto.

Quindi, dice un autore, non c’è tanto l’iniziativa dei coniugi, ma c’è l’iniziazione (un gioco di parole), cioè un essere iniziati, avviati, sospinti in una certa direzione…da chi? …dal caso, se siamo pagani; se siamo credenti diciamo: da Dio, che ha suscitato questa storia, bella, questa occasione propizia, a cui noi abbiamo accondisceso, però allora il matrimonio non è, propriamente parlando, una mia realizzazione, un mio progetto. No, è una risposta, una risposta che io do, è una vocazione, una chiamata che io non piloto, che io non ho suscitato, ma quando me ne sono accorto ho risposto, e, insieme, abbiamo risposto.

E da qui nasce la terza caratteristica, del cammino coniugale, che è la

 

LA BELLEZZA: perché dico bellezza? Beh, senz’altro voi sarete d’accordo nel dire che sposarsi è una cosa bella, che ci sono stati tanti momenti belli, che la vita coniugale, magari soprattutto all’inizio… poi andando avanti le cose sono andate un po’ così, però, almeno all’inizio, era proprio bello… Non è solo questo che voglio dire.

Voglio invece dire questo: che, se ci riflettiamo, le cose più belle della vita sono, precisamente, quelle che riceviamo. Quelle che costruiamo noi, quelle che facciamo noi, quelle che…: sono belle indubbiamente; ma sono impagabili indubbiamente quelle che invece abbiamo ricevuto.

È un po’ l’esperienza dei bambini: che cosa c’è di più bello per un bambino di ricevere un dono, di ricevere un regalo, che è inatteso, inaspettato, sorprendente,… ti meraviglia, ti stupisce, …non pensavi che…, …non credevi che ci fosse, o no?

La vera bellezza sta non tanto nel fare, progettare, costruire, quanto nell’essere sorpresi, nell’essere anticipati, per così dire, da un destino buono, bello, meraviglioso che tu non sospettavi, e che un giorno ti si è regalato.

Proprio perché la vita coniugale è dono e poi risposta a questo dono è bella. C’è una bellezza proprio dentro a questo ricevere, a questo accogliere, a cui poi si risponde.

Bene, però la vita coniugale però è anche

 

IL MISTERO: perché? Perché ci si accorge, penso che anche voi lo possiate dire che questa persona, questo tu, che è mia moglie, mio marito, che io ho incontrato, con cui abbiamo costruito una vita insieme lo conosco, la conosco ma… non del tutto, mai definitivamente, c’è sempre un qualcosa che sfugge.

Qualche volta trovo persone che dopo anni e anni di matrimonio mi dicono …ma io, mio marito, non ho ancora ben capito chi è, c’è sempre qualcosa che mi sfugge in lui…

Questo è vero perché il mistero della persona è un mistero di una ricchezza tale che tu non riesci mai ad esaurirla: anche vivendo mille anni non la conoscerai mai del tutto, tua moglie, tuo marito. Colui, colei che hai sposato è un tu che, si concede e nello stesso tempo si sottrae, si svela, si fa conoscere e, nello stesso tempo si ri-vela, cioè si ri-nasconde.

Quindi c’è come un alone di mistero che circonda il rapporto tra l’uomo e la donna.

Questo ci fa capire che, nella visione cristiana, il rapporto fra l’uomo e la donna non è un rapporto di complementarietà; mi spiego: c’è un filosofo antico che si chiama Platone, che ha scritto un’opera il “Convivio” dove lui presenta il matrimonio come una specie di complementarietà, cioè l’uomo e la donna sono due esseri, diciamo, difettosi e, quando s’incontrano, ecco che si ri-crea l’armonia: l’uno completa ciò che manca all’altro ed il cerchio si chiude.

Ora, nella visione cristiana, questo non è così vero, cioè il cerchio non si chiude mai del tutto. Il. rapporto non è mai di una pura, e direi plastica, complementarietà, ma rimane sempre aperto, c’è sempre un qualcosa di non conosciuto, un…non so che, un mistero, appunto, che ci avvolge.

Non è mai una perfetta coincidenza fra l’uomo e la donna, rimane sempre, appunto, un cerchio …ma aperto, non saldato, non chiuso.

Perché questo? Per tanti motivi. Direi, anzitutto, per il fatto che, il tu che hai sposato è comunque limitato e, quindi, incapace di saziare fino in fondo quella domanda di felicità e di gioia che hai dentro. Questo bisogna dirlo molto onestamente.

Pur avendo del matrimonio un’altissima considerazione, noi dobbiamo dire che non esiste una creatura, neanche tuo marito, neanche tua moglie, che sia in grado di saziare del tutto e fino in fondo quel bisogno di felicità che hai dentro.

Ti dà tanto, certo, tantissimo però mai del tutto, il cerchio non si chiude…mai.

E ancora: anche per questo motivo c’è la morte…

Quindi questo rapporto pur coinvolgente, pur completo, pur pieno, non è perfetto, perché, poi, un giorno, il tempo, ce lo porterà via.

Vedete che il cerchio non si chiude, c’è sempre un’apertura.

E poi anche per l’altro motivo che dicevo prima: che il tu è per l’io uno che tu conosci, ma che non conosci mai del tutto, c’è sempre una residuale non conoscenza che si staglia dietro ciò che tu conosci di tua moglie o di tuo marito.

Allora, questo mistero, quindi, che avvolge la relazione coniugale, è un mistero che significa apertura verso il futuro, verso l’oltre.

Allora io e te, ecco, insieme, facciamo tanto ma non ci bastiamo l’uno all’altro; entrambi, io e te, andiamo alla ricerca di un oltre, di un ulteriore, che è qualcosa di più grande…

Che cos’è questo qualcosa di più grande? Beh, naturalmente è il mistero di Dio, anzitutto, e il mistero, non a caso ci si sposa in Chiesa anche per questo.

Il Matrimonio è un Sacramento perché due riconoscono che, certo, io più te, tante cose, ma siamo insufficienti, abbiamo bisogno di radicarci, di fondarci, su qualcosa di più grande, sulla roccia che è Dio.

Quindi questo oltre, questo mistero, quest’ulteriore che è al di là di me e di te, e che fa sì che, allora, il nostro rapporto non sia un cerchio perfetto, ma sia sempre un cerchio aperto, questo oltre, questo ulteriore è Dio, è il mistero di Dio.

È interessante notare che la parola stessa “desiderio” deriva, come etimologia, dalla parola “sidera” che significa “stella, cielo”, come a dire che il desiderio che anima la vita coniugale, che è all’inizio della stessa, perché ci s’incontra e ci si sposa e ci si sceglie perché c’é un desiderio l’uno dell’altro.

Ecco, questo desiderio, è bello notare, che ha a che fare con le stelle, ha a che fare con Dio, è un desiderio che non potrà mai chiudersi nel cerchio “io, te, te e io” se no crepa, se no muore, gli manca l’ossigeno… deve aprirsi, aprirsi al mistero di Dio, alle stelle, potremmo dire con un linguaggio evocativo.

Allora: mistero, apertura verso il futuro. Cos’è questo futuro? Il mistero di Dio, però – e qui è il punto che aggancia il nostro ragionamento – questo futuro è anche il figlio.

Allora, nella visione cristiana, uomo e donna stanno insieme, ma questo loro rapporto non è completo, mai, sporge oltre se stesso, rinvia in avanti, e questa sporgenza che cos’è?

È il figlio, il figlio che può nascere, e che nasce di solito, dal rapporto coniugale.

Il figlio, allora, insorge all’interno della dinamica della coppia come il suo naturale completamento.

Io e te, proprio perché ci sperimentiamo meravigliosamente accordati, ma non del tutto accordati, non completamente sufficienti l’uno per l’altro (se questa cosa è sbagliata ditemelo!, ma penso che sia proprio così), proprio perché ci accorgiamo così, ecco che ci apriamo verso, apriamo in avanti: questo avanti è Dio, ultimamente, ma è anche il figlio, il figlio che continua, che si situa – per così dire – alla foce del nostro amarci, del nostro voler bene.

L’uomo e la donna sperimentano che il loro rapporto non si esaurisce nella reciproca intimità, non può essere sequestrato nel circolo chiuso “io e te”, ma questo rapporto “io e te” deve essere comunicato, condiviso, donato, verso il figlio che germina da questo.

L’amore coniugale se è trattenuto nel circolo stretto dell’”io” e del “tu” finisce poi per intristirsi e per esaurirsi.

Ora capite che l’apertura alla fecondità, ecco, non è quello che tante volte diciamo semplicemente un dovere, ma è, direi, come dire, un’esigenza scritta dentro la dinamica stessa dell’io e del tu che si vogliono bene. Il desiderio del figlio segnala l’esigenza che abbiamo di superare l’orizzonte della coppia e di aprirci ad un orizzonte più vasto, dilatato verso il futuro, perché il figlio poi continuerà…

Quindi quel mistero che aleggia, per così dire, nel rapporto fra l’uomo e la donna rimane, rimanda, richiama, chiede d’essere ritrascritto in termini di paternità e di maternità verso il figlio.

E questo credo che sia una cosa molto importante: far capire che il figlio non è appiccicato là, al rapporto fra l’uomo e la donna, ma è il naturale sbocco, il naturale compimento.

Sarebbe come dire: il nostro volerci bene è così pieno, così totale, così radicale che non ci sta dentro tra noi due e basta, ma deve come sondare, come tracimare, non so come dire, oltre, verso il figlio.

Ecco, questo è un punto molto importante, notate che la dottrina della chiesa su questo punto ha sempre insistito tanto fin dall’”Humane Vitæ” di Paolo VI.

La Dottrina della Chiesa ha sempre detto che la sessualità, cioè l’amore coniugale, deve essere aperta alla procreazione: perché? Come mai? Perché si deve, punto. No, non solo perché si deve, ma per il ragionamento che abbiamo fatto, cioè per far capire come è la dinamica stessa del volersi bene che porta verso il figlio, al punto tale che, se non portasse, gli mancherebbe qualcosa, qualcosa d’essenziale, qualcosa d’importante.

Allora, questo è il rapporto di coppia: dono, risposta, bellezza di tutto questo e mistero che è apertura verso il figlio.

E allora adesso siamo in grado di dare un’occhiata più da vicino sulla domanda che ci siamo posti all’inizio e cioè: chi è il figlio e che senso ha il metterlo al mondo?

E direi che, a proposito del figlio, possiamo dire le stesse quattro cose che abbiamo detto a proposito della vita di coppia e cioè: anche il figlio è un dono, che esige una risposta, che porta in sé una bellezza e porta con sé un mistero.

Possiamo ripercorrere questi stessi quattro passaggi.

Il primo:

 

Il figlio è un DONO: certo, perché? Perché l’uomo e la donna lo cercano il figlio, giusto? Certamente! …Hai voglia! Hanno il rapporto coniugale proprio perché desiderano diventare papà e mamma.

Ma questo rapporto è, diciamo, capace di “produrre” il figlio allo stesso modo in cui, se io prendo questo orologio e lo butto in terra sono sicuro che si rompe? No, evidentemente.

L’uomo e la donna fanno ciò che sta a loro compiere, cioè l’atto coniugale, ma che poi il figlio arrivi o non arrivi è qualcosa che loro non controllano più: è un dono! È un qualcosa che accade, è un evento, un avvenimento!

La sapienza popolare ha espresso questa cosa nel famoso “mito della cicogna” che sarebbe bello proprio recuperare. Una volta si diceva: come fanno a nascere i bambini? Li porta la cicogna!

I miti, voi sapete bene, sono falsi: scientificamente, ovviamente, il mito è sbagliato.

Però i miti hanno sempre una grande saggezza dentro: la saggezza del “mito della cicogna” era render noto all’uomo e alla donna, al papà e alla mamma, che il figlio è loro ma non è loro perché viene… viene da dove? Viene dall’alto. Beh, se siamo non credenti potremmo dire che viene dal caso, sì perché tu hai deposto il seme maschile dentro il corpo di tua moglie, ma che poi avvenga l’incontro dei due gameti e brilli la cosa nuova della vita, questa è una cosa che non piloti più tu, che non controlli tu, che non stabilisci, potremmo dire è casuale, casuale come l’esserci incontrati? Sì, potremmo dire una casualità: naturalmente la casualità la vede chi? Chi non è credente.

Chi ha la fede invece dice: no, non c’è per niente la casualità, c’è ancora una volta la mano provvidente di Dio, quella stessa che un giorno ci ha fatto incontrare in maniera “casuale”, adesso guida lo spermatozoo maschile ad incontrare l’ovulo femminile. È un caso? Non è un caso, c’è una sapiente azione di Dio, c’è un disegno provvidente:

Nella vecchia terminologia si diceva che Dio interviene ad infondere l’anima perché ci sia una nuova persona: lasciamo perdere, è un discorso un po’ complicato.

Tanto è vero che i genitori vengono chiamati “i procreatori”, quindi non i “creatori” del figlio, ma i procreatori, cioè quelli che agiscono in nome e per conto, collaborano in nome e per conto di Dio nel trasmettere la vita.

Allora, il figlio è un dono, è un qualcosa che sorge, diciamo, nella vita di coppia, cercato, desiderato, voluto, ma in maniera tale che questa ricerca, questo desiderio, questa volontà, erano insufficienti a realizzarlo: che venga è una sorpresa, tanto è vero che sono dei dati molto ovvi, evidenti: una donna quando scopre di essere incinta cosa fa? Rimane sorpresa (qualche volta rimane…”sorpresa!”), però se le cose vanno normalmente: “Ho acquistato un figlio dal Signore!” dice Eva nel libro della Genesi, e c’è tutta la meraviglia di questo fatto!

Però, non lo sapevi che??, Beh certo, se ci abbiamo provato …lo sapevo bene che poteva arrivare.

Il fatto che arrivi è un dono, è una meraviglia.

Addirittura spesso succede che, molto tempo dopo, solo molto tempo dopo, addirittura solo quasi fino al mese successivo quando, sapete, c’è il ritardo nella mestruazione che l’uomo e la donna vengono a sapere che è successo qualcosa, che il figlio è stato concepito.

Vedete, anche in questa tempistica naturale c’è dentro una verità grandiosa, che il figlio ti è dato, che tu hai fatto la tua parte, bene, ma ad un certo punto ti sei tirato indietro e a quel punto chi è andato avanti?

È andato avanti il Signore è lui che ha… Oppure, se non siamo credenti, diciamo il caso oppure il destino:

Però nell’uno e nell’altro caso puoi arrivare a dire che il figlio è dono, il figlio è qualcosa che ti è dato senza che tu puoi comandarlo, produrlo, pilotarlo fino in fondo.

Il concepimento, per quanto possa essere stato – dai genitori – desiderato e cercato, rimane non disponibile, rispetto al loro potere, e non deducibile, rispetto ad ogni loro pretesa, quindi è un dono.

Secondo:

 

Il figlio chiama una RISPOSTA: chiama una dedizione da parte dei coniugi: certo questo lo sapete bene, fin dall’inizio, e poi, a maggior ragione, quando il figlio cresce, quando viene partorito, quando nasce, cresce. Quanto dono, quanta dedizione, quanta fatica ci devi giocare dentro.

Ma questo fin dall’inizio: il concepito, già nei primi molto flebili segni della sua presenza, è già un volto che mi guarda e, in una condizione – la sua – di radicale vulnerabilità, perché il concepito è totalmente nelle mani della mamma, dipende totalmente da lei, ecco, in questa condizione d’assoluta vulnerabilità, ecco questo figlio richiede un’accoglienza, domanda di essere accolto, di essere accettato.

Allora, il dono chiede la risposta, e la risposta è nel segno della donazione, proprio come nella vita coniugale: anche lì c’é stato l’incontrarsi, come un dono, un regalo della vita, e poi… E poi devi scegliere, e poi devi dire ci sto, decido, mi dono a te e tu a me, analogamente qui: la vita accade e, il suo accadimento chiede, comanda, la nostra adesione, la nostra risposta, la nostra accettazione.

E, direi, che questa risposta ha delle caratteristiche: quali? Ad esempio una delle caratteristiche è il rischio, è normale avere paura di fronte ad un bambino che deve nascere, perché uno comincia a farsi delle domande, a dire come sarà la sua vita, riusciremo, non riusciremo? È normale avere questa paura, se non hai questa paura è perché sei un po’ incosciente. Certo, però la paura non deve bloccarti, la paura deve essere superata in un di più di dono, d’amore, come dice la prima lettera di S. Giovanni “L’amore scaccia la paura”, ma avercela questa paura è più che normale.

E ancora, questa risposta ha la caratteristica della fatica, perché sai che lì ti devi impegnare: tu sarai padre e madre e quanta fatica, quanto spendersi, quanto sacrificio, quante notti insonni, quanti progetti buttati via perché non è più possibile, quanta dedizione…

Qui ci soccorre però, ancora una volta, la parola del Vangelo, perché la parola del Vangelo ci dice che: guarda questa fatica è quanto di più bello ci possa essere nella tua vita, diremo dopo “bellezza”, perché il Vangelo dice: “C’è più gioia nel dare che nel ricevere”, e quando la tua vita l’hai data, e l’hai data per una causa degna, e quale causa più degna ci può essere di quella del figlio, la vita l’hai trovata, non l’hai buttata via, anzi, l’hai guadagnata in pienezza.

È quando pretendi di tenertela la vita, di custodirla, di non impegnarti troppo, di non giocarti dentro, …un altro figlio? Madonna no, no, no…, è li che la perdi la vita!

Quando la doni pur con fatica e sacrificio, la vita la trovi!

Ecco, la risposta ha queste caratteristiche di rischio, di fatica e anche di bellezza.

Aggiungiamo anche un’altra cosa, che quest’accoglienza del figlio, si rivela essere, proprio come la vita coniugale, radicale, cioè determina la mia identità profonda: se prima abbiamo detto, quando io mi sposo cesso di essere un io e divento per sempre tuo marito, tua moglie, e questa relazione con te mi fa essere nel profondo, a maggior ragione adesso, davanti al mistero della paternità e della maternità: io sarò per sempre il padre, la madre, di questa creatura.

E l’essere padre e madre non diventa, ancora una volta, una specie di ruolo, ma diventa la mia identità: “Io sono il padre” non “faccio il padre”, “io sono la madre” per sempre non “faccio la madre”.

È bellissimo vedere come queste relazioni, la relazione col coniuge, la relazione col figlio, sono relazioni costitutive della mia identità: io non esisto se non dentro queste relazioni, non c’è un mio “io” – per così dire - al di qua dell’essere coniuge o dell’essere padre o madre, “io sono, coniuge, padre, madre”.

Questo è molto profondo, questo dobbiamo proprio meditarlo tanto: quante volte di fronte ad una crisi coniugale, a volte mi capita di dire “ma ti rendi conto che così stai sfasciando, stai sfasciando quello che sei, perché il rapporto con questa persona, i figli che avete avuto, al di là delle difficoltà tutte, eccetera, però sono la tua identità: tu tornando indietro rompi te stesso!”, … poi non è facile. Però bisogna arrivare, credo, a questa profondità.

Ci sono delle relazioni che costruiscono la nostra identità profonda, non sono solo ruoli che giochiamo, ma sono dimensioni, direi, strutturali della nostra vita.

Allora, la risposta ha queste caratteristiche qui e, ancora una volta possiamo dire che la scelta di fare un figlio non è allora un progetto, come anche sposarsi, non è che…adesso ho un progetto e faccio…No.

È un qualcosa che accogli. Fare un figlio è rispondere ad una vocazione, è dire di sì al mistero della vita, al mistero che Dio ti ha anticipato, che ha suscitato per te qualcosa di fronte al quale tu adesso devi dire “Sì, ci sto”, io divento padre, madre.

Anche questo… notate, nella nostra cultura si sta perdendo tantissimo questo, nella nostra cultura spesso il figlio diventa una delle cose che faccio per realizzarmi: “Figurarsi!… Sono cresciuto, ho fatto la scuola, ho preso la laurea, adesso ho una bella posizione, lavoro…volete che non mi sposi e non abbia dei figli per autorealizzarmi!?” Bruttissima questa mentalità: la scuola ed il lavoro puoi pensarli così, come modi per autorealizzarti, la donna e il figlio non puoi pensarli così! Non sono progetti che fai ed esegui, sono vocazioni, a cui tu rispondi, ma rispondi a qualcosa, a una storia che non hai creato tu, non hai suscitato tu: è Dio che l’ha suscitata, facendoti incontrare la..tipa e, adesso, dandoti quest’annuncio “diventerai madre, diventerai padre”.

Certo tu hai contribuito perché sei andato a cercarla la moglie e poi finalmente l’hai trovata, e il figlio l’avete cercato e adesso, finalmente, sei rimasta incinta… ma questo fare, questo brigare, non era sufficiente per produrre l’evento, né dell’incontro coniugale, né della generazione: questo evento, quando accade, tu dici “è un dono che mi è dato, a cui devo rispondere!, non è un mio progetto”.

Quindi, il figlio è un dono ed è una risposta.

Terzo, anche qui proprio perché il figlio è un dono, e una risposta, la generazione si presenta come un’esperienza profondamente

 

Bella, vale il discorso che facevamo prima: la bellezza nella nostra vita sta quando accogliamo qualcosa di inaspettato, non quando progettiamo noi.

Se i figli nascessero come quando noi andiamo a prendere il caffè dalla macchinetta: io vado alla macchinetta, metto le monetine, schiaccio e viene giù il caffè.

Supponiamo che si facessero così i figli… Vado, tra un po’…non ci siamo ancora arrivati, ma tra un po’ la scienza metterà insieme l’utero meccanico, artificiale: quindi, si può andare, pago e…track… viene fuori il pupo: sarebbe molto più facile, sarebbe molto più comodo, non ci sarebbe il travaglio del parto, i dolori del parto, sarebbe molto facile e comodo, sarebbe… profondamente brutto! O no??

Sarebbe profondamente brutto perché avremmo snaturato quella natura profonda della generazione che è l’accogliere un dono, il rispondere ad esso.

In questo sta la sua bellezza, la bellezza, appunto, di un mistero che ti avvolge, di un figlio che viene dall’alto, che tu ricevi e a cui rispondi. È solo così che la generazione può essere un evento splendido, bello, meno di questo perde la sua bellezza.

Infine, quarto:

 

il figlio è anche un mistero: e qui possiamo cogliere diversi aspetti di questa misteriosità del figlio.

Il primo aspetto è questo: questo figlio chi è? Potremmo dire il figlio è nostro: è vero, aggiungiamo pure qualcosa di più: il figlio è noi, certo, perché porta la nostra faccia, la nostra sembianza, il nostro patrimonio cromosomico.

Quindi potrei dire il figlio è mio, il figlio sono io, ma poi, però, sai bene che non è così: il figlio non è tuo, il figlio viene dall’alto, il figlio viene dal cielo…il mito della cicogna, saggissimo nel dire “genitore, ricordati che il figlio tu non l’hai fatto e costruito e adesso e roba tua”, sì e tuo…ma non è tuo!

È tuo, ma viene dal cielo, è tuo ma viene dall’alto, c’è un mistero che lo accompagna.

C’è un riscontro, molto bello, nella psicologia della donna che ha appena partorito, che conferma questo dato: si tratta di quell’esperienza che é conosciuta come la depressione dopo il parto, non so se l’avete avuta voi quando avete partorito. Però capita con una certa frequenza, non so dirvi esattamente con che percentuale, che la donna, dopo il parto, vive una stagione, dei giorni di profonda depressione psichica: come mai avviene questa cosa? Dovrebbe invece essere contenta!!

É andato tutto bene, ha partorito, adesso non ha più il pupo, si è sgravata… E invece ha il peso esistenziale che la affossa. Gli psicologi conoscono molto bene questa “depressione post parto”.

Come mai? Come la spiegano gli psicologi? La spiegano in una maniera molto bella, cioè dicono: questo accade semplicemente perché la donna deve elaborare “il lutto della morte del figlio immaginario”.. un po’ complicato. Cioè, nei mesi della gravidanza la donna cosa ha fatto (anche l’uomo, ma un po’ meno, perché l’uomo è più staccato, mentre la donna lo vive visceralmente)? Nei mesi della gravidanza la donna ha sognato, ha vagheggiato, ha pensato, ha… quello che era il figlio. Questo è molto bello, è molto colorito.

Poi però il figlio nasce e a quel punto ce l’hai lì, lo tocchi lo vedi, frigna, ha le colichine, piange e non sai come fargliele passare. Capite che resta un trauma perché la donna deve convertirsi dalla figura immaginaria che aveva immaginato e che adesso si sbriciola, non c’è più e deve convertirsi alla realtà.

E questo passaggio, psicologicamente, non è facile: forse noi uomini facciamo un po’ fatica a capire, diciamo “e va beh, le lì, non è mica contenta? Sbrigatela”.

Invece no, chiaramente, per la psicologia femminile – dicono gli psicologi – questo richiede, a volte, un passaggio: bisogna fare il funerale, elaborare il lutto del figlio immaginario, che non c’è e non ci sarà mai,  ed accettare, con tutto il fremito viscerale, uterino, che questo provoca in una donna, accettare il figlio così com’è.

Vedete, questo fatto così bello, così umano, della depressione dopo il parto non è forse l’indice di quella verità che dicevamo prima, cioè che il figlio è un dono, che il figlio è tuo, ma non è tuo, che il figlio non è..pensato, fatto, fatto il progetto, lo voglio così e così, tac eseguito?

No, no, ti è dato. E ti è dato, talvolta, non proprio come lo avevi pensato: è un dono, è tuo ma non è tuo, è tuo ma viene dall’alto, è tuo ma viene dal cielo: è un dono!

Ancora, il figlio è mistero perché segna un’apertura verso il futuro, cioè generando il figlio l’uomo e la donna si aprono verso il futuro, è come un’ulteriore apertura.

L’abbiamo detto prima, non è un cerchio chiuso il nostro rapporto, è un cerchio aperto, aperto alla nascita del figlio: quando nasce il figlio il cerchio si chiude? No, no, quando nasce il figlio il cerchio si riapre ancora. Perché? Perché questo figlio crescerà: nasce, cresce, diventerà poi a sua volta papà, e noi diventiamo nonni e andiamo indietro… Ma, capite, l’apertura verso il futuro non si chiude, è un continuo ri mandare. C’è un’espressione molto bella del filosofo Levinardi che dice “Generando un figlio, i coniugi donano il potere di donare”, è bellissima, donano il potere di donare, cioè procreano un figlio, che a sua volta potrà donare, procreare, e allora il cerchio rimane aperto, c’è questa fuga verso il futuro.

Il figlio rappresenta per i genitori una sorta d’eterna giovinezza. Se avete letto il messaggio dei Vescovi per la giornata della vita, qual’era il suo slogan? Era “Senza figli non c’è futuro”, che chiaramente è una cosa anche molto ovvia, certo che se non si fanno figli diventano tutti vecchi: però io credo che ci stava dentro questa verità profonda, cioè che il figlio per una coppia è il futuro, è la giovinezza, è il fatto che – diciamolo pure – il figlio è la risposta alla morte, perché sappiamo io e te, che pur ci vogliamo tanto bene, che moriremo. Ora, il figlio che cos’è se non la nostra sopravvivenza, se non l’idea che la vita mia e tua andrà avanti in lui?

Allora, il mistero del figlio è questa apertura verso il futuro che è come un’eterna giovinezza per i coniugi.

La generazione, in un certo senso, da loro una vita eterna, a due soggetti che stanno invecchiando.

Ecco, quindi il mistero del figlio è quest’apertura, e naturalmente, anche qui la domanda a questo punto diventa: ma apertura verso che cosa, dove porta questo futuro?

Allora, io e te non era un cerchio chiuso, era aperto, è il figlio e non è ancora un cerchio chiuso, è ancora aperto, aperto verso che cosa? Ovviamente verso la vita eterna, verso Dio, verso il Signore, nel quale tutte e due le cose, sia il rapporto coniugale, sia il rapporto col figlio, alla fine andranno a ricapitolarsi.

È molto bello nel libro della Genesi quando ad Abramo viene dato l’annuncio che diventerà padre, che avrà un figlio, ed è molto bello notare che Abramo viene invitato a guardare le stelle.

Andate a leggere, Dio gli dice: “Guarda le stelle, così sarà la tua discendenza, contale, tale sarà la tua discendenza”: stelle, desiderio, sidera, il cielo, come dire che il figlio ancora una volta, esattamente come il rapporto con il tu del coniuge, tac, punta verso l’alto, è un sacramento, è un segno che rimanda, che si compie ultimamente in Dio.

E, qui vedete, alla fine, noi abbiamo bisogno di parlare del paradiso, perché se riflettiamo sulla nostra esperienza umana, e ci riflettiamo in profondità, ci accorgiamo che la nostra esperienza umana ha bisogno di Dio, è aperta su Dio.

Anche le cose più grandi, cosa c’è di più grande di una vita coniugale ben vissuta? Cosa c’è di più grande di un figlio? Umanamente non esiste niente di più grande di questo.

Eppure, anche queste cose non sono compiute, non sono concluse, sono aperte, portano dentro di sé la domanda di Dio, il desiderio di Dio. Hanno la qualità intrinsecamente religiosa, le esperienze più belle che l’uomo e la donna possono fare. Ecco, allora, il figlio è mistero perché apre verso il futuro, apre verso Dio.

E da qui deriva un’ultima cosa ed è che allora questo figlio, certo non puoi trattarlo come un oggetto, sicuramente, ma questo è ovvio, però è meglio ribadirlo oggi, perché non è tanto chiaro alla mentalità di alcuni nostri contemporanei.

Il figlio non è un… oggi si parla di diritto al figlio, e no eh! Il figlio non è un diritto, tu hai il diritto su delle cose, ma non puoi avere il diritto su di una persona, puoi avere un desiderio del figlio, un’attesa, una domanda, ma non un diritto. Il figlio non è un oggetto, il figlio non è riconducibile al proprio potere, il figlio è altro, non è tuo, l’hai fatto tu, ma non è tuo, a chi appartiene? Appartiene a se stesso, appartiene alla sua vita, appartiene alla sua vocazione, appartiene a Dio alla fine.

E, sappiamo bene come per i genitori sia difficile accettare questa cosa, soprattutto per le mamme, che hanno il cordone ombelicale, che glielo tagliano al momento del parto, ma poi ce n’è un altro che rimane, per cui ecco che è dura cambiare.

È dura questa croce, questa è proprio la croce, la crocifissione del dire l’abbiamo fatto noi, ma forse adesso dobbiamo tirarci indietro perché lui deve andare per la sua vita, molto dura questa, è proprio una scarnificazione dell’essere genitori.

E invece tante volte il nostro errore qual’è? Tu devi fare quello che dico io.

La scuola per esempio: vuoi fare la scuola professionale? Ma stiamo scherzando? Tu sei uno, almeno, almeno, da liceo scientifico… no secondo me devi fare il classico… e guai se non diventi ingegnere eh!

Tuo papà è ingegnere, tu vuoi essere da meno? Oppure sul lato affettivo: guai a te se ti porti a casa una negretta! Mi spiace, ma devi sposarne una che abbia come dico io…

Quanti errori facciamo. Notate, si possono anche fare anche gli errori di segno opposto: dei genitori che se ne fregano, dei genitori che dicano “ma sì va tutto bene”…

No il genitore ha anche il compito di indicare, di aiutare però, certo, non deve diventare possessivo fino al punto da de terminare il cammino, deve lasciare libero.

E questo sta dentro nella verità che il figlio è un dono, cioè è tuo, ma non è tuo, l’hai fatto ma viene dall’alto, ti appartiene…ma no, appartiene alla sua vita.

Questo significa che, tanto nella fase nascente tu il figlio dovrai trattarlo così, quanto nel suo sviluppo, di questo suo sviluppo di questa sua crescita, di questo suo diventare uomo e fare le sue scelte, ecco tu non dovrai mai impadronirti, dovrai fare il genitore, sì, dovrai dirgli, dovrai dargli i valori, dovrai aiutarlo a capire, dovrai proporgli dei modelli, non dovrai lasciarlo solo, guai!…Purtroppo oggi avviene spesso così.

Ma non dovrai importi, perché non è tuo, non è una suppellettile della tua casa, un prolungamento di te stesso. È un “altro”, viene dall’alto, è un dono.

Bene questa è una lunga chiacchierata per fare vedere che cosa? Che il figlio viene da lontano, viene dal rapporto coniugale, è per far vedere che l’una e l’altra cosa – il figlio ed il rapporto fra l’uomo e la donna – hanno delle costanti, potremmo dire, antropologiche, cioè vuol dire delle caratteristiche: entrambi sono un dono, che esige una risposta, in ciò c’é una bellezza e c’é un profondo mistero che avvolge e rinvia verso il futuro e verso Dio.

Ora, se le cose stanno così, cosa dire delle cose nuove, delle tecnologie, eccetera, eccetera?

E, beh, la risposta a questo punto la intuite già voi: cioè la negatività del far nascere un figlio con la tecnica, con la tecnologia qual è? È proprio il fatto che questo discorso sul figlio lo manda completamente a picco.

Cioè il figlio nato con la sofisticazione tecnologica non è più un dono, è un prodotto: lo fai tu, lo causi, lo assembli, lo costruisci. La casualità tecnica entro in maniera preponderante: perché se io devo costruire quest’orologio, prendo i componenti, li metto insieme e lo faccio come lo voglio esattamente, con le sue caratteristiche e lo comando io, lo padroneggio io.

Si può fare un figlio come si fa un orologio?…qualcuno dice sì, sì. Noi diciamo no! Perché questo snatura il senso profondo di essere genitori, di generare, e snatura il senso profondo del figlio.

Capite, questo è un discorso molto serio oggi, qui non c’entra niente la fede o il Papa, come se i cristiani, non so io, ad un certo punto, gli arriva giù una specie di decretone dall’alto che dice “non si può, non si può, non si può fare quelle cose lì!”.

Non è così: cioè noi se diciamo dei “no!” è perché riteniamo che ne va del senso profondo dell’uomo, che viene taroccato, che viene manipolato, viene bistrattato insomma.

Ecco, allora avete già intuito che abbiamo in mano l’argomento fondamentale con cui dare un’occhiata a questo mondo delle “biotecnologie”: qui, siccome il tempo è scaduto, mi limito a dire tre cosette molto rapide.

La prima: c’è il problema della sterilità, ovviamente, certo perché queste biotecnologie non sono sorte così, per un capriccio, ma per dare risposta ad un bisogno purtroppo oggi molto avvertito: quello delle coppie sterili, che non riescono ad avere figli.

I motivi della sterilità sono tanti: un primo motivo è che ci si sposa più tardi di una volta e, quindi, ovviamente, la stagione fertile in genere è la prima quella migliore; ci sono motivi di tipo psicologico: lo stress, per esempio, che tante volte inibisce proprio; a volte ci sono motivazioni anche fisiche dell’uomo o della donna o di tutti e due.

Ora, è chiaro che la sterilità va curata, bisogna anche dire che, prima di fare la cura fisica, bisognerebbe fare una cura di tipo psicologico, perché tante volte ci sono delle cause di tipo psicologico che impediscono di procreare. Per esempio, per esempio una paura inconscia, non confessata, di cui uno non se ne rende conto, di diventare padre o madre, tante volte c’è questo che blocca, non tanto delle cause fisiche.

Oppure l’ansia: la riprova? A volte ci sono delle coppie che cercano figli, non arrivano, non arrivano, non arrivano… poi dicono va beh, pazienza, ne adottiamo uno. Quando l’hanno adottato, tac, rimane incinta.

Oh, come mai? A volte è un caso, a volte è perché, evidentemente, c’era un blocco di tipo psicologico.

Perché noi siamo unità di corpo e di spirito, quindi vuol dire che se abbiamo qualche turbativa psicologica, di cui magari non ci rendiamo neanche conto perché più o meno inconscia, questa agisce anche sul corpo, sul fisico, sull’ovulazione, su questi dinamismi attraverso cui passa poi la fecondazione.

Quindi bisognerebbe fare, anzitutto, quest’analisi.

Quindi la sterilità va curata, certamente, logico che va curata con i mezzi che sono leciti, perché la si possa curare.

Se per avere un figlio uno deve arrampicarsi sui muri o fare cose che sono contro il bene dell’uomo, contro il senso umano, genuino del fare un figlio…eh allora lì bisognerebbe avere il coraggio di dire forse no, guarda, forse è meglio che accetti questa cosa… Certo la devi rielaborare come una croce, indubbiamente, come un qualcosa di doloroso, però, forse, è più giusto così, che ti orienti magari sul cammino dell’adozione, cioè del dare una paternità, una maternità a dei figli che già ci sono e che, tutto questo, non possono averlo.

Allora, la sterilità va sicuramente curata.

Queste tecnologie che cercano di dare una risposta, sono allora non accettabili dal punto di vista dell’etica cristiana per almeno due motivi: il primo motivo l’abbiamo detto prima: non è accettabile che il figlio, la generazione del figlio, diventi una sorta di produzione. Se il figlio è tutto quello con cui vi ho stancato prima per più di mezz’ora, tra quarti d’ora, cioè dono, eccetera, è logico che la provetta rinnega tutto quel discorso, perché lì il figlio lo fai, lo costruisci, sarà un prodotto, cioè viene snaturato profondamente il senso umano del generare. Prima ragione.

C’è una seconda ragione, anche qui molto importante, di negatività di queste tecnologie ed è il fatto che sono tecnologie abortive, cioè, adesso bisognerebbe spiegare come avvengono, però, di fatto, per arrivare a fare un figlio in provetta, è necessario fecondare più embrioni. Quindi il biotecnologo nella provetta deve costruire, diciamo così, più figli, almeno una dozzina, di fatto. Poi di questa dozzina che ha lì nella provetta cosa farà? Alcuni li elimina, i più fragili, quelli che gli sembrano dare minore garanzia di uno sviluppo successivo. Tre almeno, di questi figli, di questi embrioni, che ha lì in provetta, li innesta, li impianta nel corpo femminile perché possa continuare la gravidanza, la gestazione.

Voi capite che qui si crea un problema di tipo morale, di tipo etico, molto forte: è il fatto di operare questa selezione embrionale: quali scarti e quali utilizzi? Insomma, fare una selezione su delle persone, certamente è molto negativo. E quelli che lasci fuori cosa ne fai? Li butti via? Li usi per altri scopi? E quelli che hai inserito dentro, se abortiscono, perché, diciamo, la gravidanza non riesce ad arrivare a compimento, si può ancora dire che si tratterà di un aborto spontaneo? O forse non è meglio dire che, in fondo, è un aborto “un po’ procurato”, dal momento che la debolezza dell’embrione deriva dal fatto che è stato costruito in un ambiente tecnologico, quindi non nel suo ambiente naturale.

Allora, ci sono indubbiamente tante domande, tante domande grosse. Quindi le due ragioni di negatività, che l’etica cristiana porta su questo settore delle biotecnologie, sono:

1°: che viene snaturato il senso umano del generare, il figlio non è più un dono ma diventa un prodotto, da parte dei genitori non c’è più la risposta, l’attesa, ma c’è quasi una produttività, una pretesa;

Seconda motivazione: l’abortività di queste tecnologie.

Naturalmente, io fino ad adesso, ho parlato delle tecnologie che si applicano dentro il matrimonio, cioè tra l’uomo e la donna che sono sposi.

A “fortori”, cioè ancora di più il giudizio sarebbe negativo ed inaccettabile se queste tecnologie si praticassero al di fuori del matrimonio, cioè la cosiddetta tecnologia eterologa, ossia quando concorre ad essa anche una terza persona esterna alla coppia. Per esempio un uomo che dona il seme, perché il marito non è in grado di produrlo, o una donna che dona l’ovulo, perché la donna non è capace di ovulazione, Oppure ancora, il caso più strano, una madre – cosiddetta – “gestazionale”: cioè che dona il proprio utero.

Dal momento che la causa della sterilità non è tanto l’incapacità di concepire, ma di portare a termine la gravidanza, ci potrebbe essere una terza persona che dice ”dai a me, ti porto avanti il figlio fin quando nasce, quando nasce te lo do e poi io mi ritiro”.

Ora capite che queste tecnologie, quando avvengono al di fuori della coppia, implicano l’intromettersi di terze persone, sono vieppiù negative, perché? Per tanti motivi, ne diciamo semplicemente due:

i guasti che si possono creare dentro la coppia, guasti anche di tipo psicologico, perché si vivrà – per esempio - sotto la cappa di questo genitore biologico, che come un dio mitologico della fecondità, invece tu, povero ciccio, non sei stato capace, quindi guasti, ma soprattutto la cosa più importante, il diritto del figlio, il diritto del figlio ad avere due genitori, e non “più genitori”. Perché è chiaro che prestare materiale genetico da altri implica che questo figlio possa avere addirittura 5 genitori, se le cose gli vanno bene: può avere la madre biologica, che ha dato l’ovulo e la madre sociale che lo cresce, il padre biologico che ha dato il seme, il padre sociale che lo tira su e la madre gestazionale che ha fatto la gravidanza: uno può trovarsi con 5 genitori.

Ora i disastri, diciamo così, che possono prodursi soprattutto sulla psiche del bimbo che cresce, noi sappiamo bene che è importantissimo avere un papà e una mamma per crescere bene, per identificarsi: quando c’è questa cosa diventa, davvero, molto difficile poi gestire il suo sviluppo, anche per i genitori stessi. Pensate voi nell’età dell’adolescenza quando è guerra tra genitori e figli, e non ci si capisce più: immaginate cosa succederebbe se dentro questo non capirsi s’innestasse come un cuneo l’idea che: “Ohe! Tu non sei mio papà!, mio papà è un altro, è un Signor X, che io non ho mai conosciuto!” : sarebbe devastante!

Ecco, su questo, credo che non sia il caso d’insistere tanto perché, penso che, almeno che i nostri polmoni sono tanto intossicati che non riusciamo più a distinguere l’aria buona da quella viziata… però mi sembra abbastanza logico che le tecnologie eterologhe sono inaccettabili.

Mi sono fermato invece su quelle omologhe, dentro la coppia. Ecco, anche lì ci sono due problemi: l’abortività di queste tecniche e poi quella domanda più profonda sul “senso del generare”: se alla fine, far nascere i figli così, è ancora rispettare la dignità umana della generazione, la dignità umana del figlio, che deve essere un dono non un prodotto, la dignità umana dei coniugi che non devono essere gli artefici, i creatori, del figlio, ma devono essere solo coloro che accolgono, che rispondono a qualcosa che loro non hanno posto ma hanno ricevuto.

 

Le virtù cardinali: Prudenza, Giustizia, Fortezza, Temperanza

 

 

 

LA PRUDENZA

 

I greci la chiamavano fronesis cioè “ragione pratica; i moderni parlano di ”coscienza”. È la virtù che guida ad agire, la coscienza cristiana.

Comprende due aspetti:

1)     la capacità di cogliere il bene, la verità delle cose; è uno speciale fiuto, un istinto che aiuta a capire la verità delle cose (ipsa res, la cosa in sé, la sua verità – San Tommaso). La prudenza coglie l’oggettività del bene nella sua purezza, in maniera limpida, trasparente. Il vangelo indica questo con l’immagine dell’occhio (Mt 6,22). L’esempio classico della mancanza di prudenza è quello dei farisei che esternamente sono lindi e puliti ma dentro, nel cuore, sono fogne. Questa virtù dunque permette non solo di fare il bene ma di farlo con purezza, con retta intenzione;

2)     è la virtù della concretezza: ti porta ad individuare quanto di questo bene oggettivo puoi realizzare qui ed ora, in questo preciso momento; guida ad individuare le vie del bene; è la capacità di tradurre il bene assoluto nel bene concreto al meglio possibile. E’ la virtù del realismo che orienta nelle circostanze particolari e “completa tutte le virtù morali” (S.Tommaso)

Dunque, la prudenza ci guida nella riflessione e nella decisione.

Secondo S. Tommaso è la più importante delle virtù cristiane.

Contrarie alla prudenza sono la precipitazione, la superficialità, la sconsideratezza, la dissennatezza, la trascuratezza, la disattenzione, l’irresolutezza, l’inconcludenza.

 

Sono caratteristiche della prudenza:

-         la capacità di aderire al reale (S.Tommaso), l’oggettività nelle decisioni. Questa capacità è facilmente inquinabile, falsificabile dall’errore e dall’abitudine al male che tolgono la capacità di essere oggettivi. San Tommaso ravvisa la mancanza della prudenza nella mancanza di temperanza, di castità che toglie la capacità di riconoscere ed avvertire la bellezza del bene. La trascuratezza produce l’abitudine e l’indifferenza sia rispetto al bene che al male

-         la docilità, capacità di istruirsi, di ascoltare al cospetto della verità delle cose (il bene) e delle situazioni concrete;

-         la solerzia: prontezza nell’agire, nel prendere le decisioni; capacità di non prolungare all’infinito le decisioni, padroneggiando anche gli imprevisti, le situazioni inattese;

-         la fiducia: in se stessi, nelle proprie capacità. Dovendo decidere nel concreto, è chiaro che uno deve anche fidarsi, dopo aver valutato e riflettuto. La fiducia è il giusto mezzo tra l’eccessiva sicurezza di sé e la scrupolosità che non porta mai ad una decisione. E’ importante allora la fiducia in se stessi ma anche in qualcuno che ti possa consigliare, che ti è amico. E’ chiaro che solo tu puoi decidere però l’amico è colui che ti vuol bene e ti può dare un consiglio, ti può indirizzare

 

La prudenza oggi è presente nella cultura odierna in maniera molto limitata, soprattutto per quanto riguarda il primo aspetto, la capacità cioè di cogliere il bene oggettivo, la verità, a causa del relativismo e della soggettività. Di conseguenza la cultura di oggi fraintende anche il secondo aspetto riducendola a calcolo utilitaristico: la concretezza diventa tatticismo, passare dove l’acqua è bassa, scegliere la via più comoda. E’ la prudenza della carne (in contrapposizione alla prudenza dello spirito) che porta a scegliere la soluzione meno impegnativa, che costa meno fatica. Si può sintetizzare:

·         epiceia (epicheia): capacità di realizzare al meglio quanto la prudenza suggerisce

·         utilitarismo: orienta nelle scelte in base a quello che è più utile e conveniente.

 

Indicazioni pratiche:

1)     quotidiano esame di coscienza, sistematico, che deve portare allo sblocco o a risolvere la situazione o a proporsi di “non farlo più”;

2)     trovare soluzioni pratiche senza colpevolizzarsi;

3)     fare ogni giorno salutari incursioni di campo,“esplorazioni”, in altre mentalità, culture o spiritualità e confrontarsi senza troppa chiusura.

 

 

 

LA GIUSTIZIA

 

La giustizia nel contesto biblico.

Nella Bibbia la Giustizia è una realtà di Dio non dell’uomo. Dio è giusto perché giustifica l’uomo; e agisce nella storia per salvare l’uomo.

Distinguiamo:

*       la giustizia della legge: fare la volontà di Dio; l’uomo è giusto se conosce la legge di Dio e la mette in pratica;

*       la giustizia della fede: l’uomo non è sempre in grado di essere giusto, cioè di praticare la giustizia della legge, ha bisogno della grazia di Dio e, quindi della fede in Dio;

*       la giustizia dell’amore: rende capace di compiere le opere di Dio.

 

La giustizia come concetto umano.

La giustizia, come concetto che proviene dalla riflessione umana, filosofica, è virtù tipicamente umana e si connota come la capacità di dare a ciascuno il suo. Così la giustizia si può definire come la virtù della correttezza umana  che rende la comunità degli uomini ordinata (Platone descrive la città ideale quella che nasce dall’esercizio di questa virtù della giustizia umana).

Ma che cos’è “il suo”? Alcune cose vanno riconosciute all’uomo per le cose che fa o che ha fatto, altre semplicemente per il fatto di essere uomini (diritti dell’uomo: la vita, la dignità, la libertà ecc.). La giustizia così concepita è il punto di partenza dei rapporti tra gli uomini, mette ordine nei rapporti umani.

Poi però bisogna andare un po’ oltre, occorre la carità. Nelle famose sei antitesi (cfr. Mt 5,21-48: “avete inteso che fu detto…ma io vi dico”) Gesù spinge ad andare oltre il semplice aspetto della giustizia; ci invita a scoprire la radice della legge, superando i limiti della semplice formulazione giuridica (es.: nell’adulterio il principio di giustizia umano stabilisce il ripudio ma Gesù va oltre: anche se tua moglie ti tradisce tu non rimandarla a casa). Con l’unico comandamento dell’amore Gesù va alla radice di ogni singolo precetto e lo porta a compimento sicché si può dire che ogni singolo precetto affonda le sue radici in quel comandamento.

giustizia ed amore devono sempre essere legati, vanno di pari passo. La giustizia senza carità diventa dura, ma è vero anche il contrario: la carità senza giustizia è “molliccia”, debole, melliflua, carezzevole. Unita alla giustizia la carità sa essere esigente, educativa e promotiva dell’uomo.

Alcuni esempi:

·         Il perdono. Nella società umana la giustizia serve a tutelare la società stessa ma anche colui che viola le leggi. Il perdono, che è espressione tipica della carità, non deve dimenticare però le esigenze della giustizia perché, se è importante perdonare, a volte è importante anche esigere dall’altro una riparazione per farlo crescere, per educarlo.

·         Il Purgatorio. Il Purgatorio è il segno della misericordia di Dio. Dio perdona ma non può dimenticare il male che l’uomo ha commesso. Il Purgatorio dice: tu sei già perdonato ma devi reintegrare quei vuoti, quei buchi che hai lasciato con i tuoi comportamenti, con il male commesso. Solo Dio sa fare la sintesi tra carità e giustizia; noi sappiamo solo che le due virtù devono andare insieme; possiamo allargare più o meno i cordoni dell’una o dell’altra ma non riusciamo a fare una sintesi vera tra giustizia e carità.

La vita cristiana ci spinge nella direzione della carità che è sempre più difficile da applicare rispetto alle esigenze della giustizia. Ma è necessario evitare di essere troppo rapidi nell’applicare la carità nei rapporti con le persone saltando le esigenze della giustizia perché altrimenti l’altro ne approfitta. La giustizia è il primo passo tra le persone. Poi, ovviamente, è necessario andare oltre con una carità che completa e supera la giustizia (es. accorgersi dell’altro che non sta bene e che perciò è impossibilitato a fare quello che sarebbe suo compito fare).

Si dice la giustizia “la carità del chiedere”. La carità evangelica si innesta su una base di giustizia, senza la quale non è assicurato l’ordine tra le persone, nella comunità.

In questo compito di contemperare giustizia e carità c’è la fatica del discernimento con l’inevitabile rischio di eccedere in un senso o nell’altro. Ma in questo c’è anche la bellezza del cristianesimo che ti mette nella condizione di superare la piattezza della vita.

 

LA FORTEZZA

 

Riguarda la volontà: è la virtù che la perfeziona ed in particolare è la capacità di opporsi al male e di realizzare con decisione il bene.

 

Suo oggetto è:

1)     la lotta contro il male sia fisico (dà la capacità di resistere alle contrarietà della vita di fronte alle quali non si lascia piegare) sia morale (rende capaci di resistere al peccato). Diverse volte san Paolo ammonisce a far uso di questa virtù (“siate forti nelle tribolazioni”);

 

2)     la capacità di realizzare il bene, perché il bene è arduo da conseguire.

 

Sintetizzando le caratteristiche delle quattro virtù, si può dire che:

-         la prudenza (che guida la razionalità) coglie il bene;

-         la giustizia lo realizza, soprattutto nei rapporti interpersonali;

-         la fortezza (che riguarda la volontà) e la temperanza (che regola la vita affettiva e sensibile) lo mantiene, lo conserva.

 

La fortezza si concretizza:

 

*       nel coraggio che è la capacità di non lasciarsi distogliere dal bene che si persegue nonostante la paura e l’incertezza di sentirsi vulnerabili. Il coraggio è non farsi bloccare dalla paura o quanto meno rimettere la paura nel Signore (“nulla ti turbi, nulla ti spaventi”- Santa Teresa d’Avila); nella Bibbia per 365 volte si ripete l’invito a “non temere”

*       nella pazienza o resistenza . La parola pazienza assume nel linguaggio comune il senso di una passività; in realtà essa indica una super-attività (il significato biblico è quello di “camminare sotto un peso”). San Tommaso definisce la pazienza come la resistenza: quando non si può far nulla di fronte alle difficoltà si può solo resistere, restare aggrappati al bene ed affidarsi in tutto a Dio con ogni energia. Quando non posso più nulla di attivo, resta solo la passività della resistenza (“Stabat mater dolorosa iuxta crucem”; Maria non può più fare nulla ma “sta”, resiste). Non è un lasciarsi cadere nella tristezza, ma conservare serenità e lucidità dell’animo, possedere la propria anima (San Tommaso);

*       nella lotta contro le tribolazioni e le difficoltà facendo tutto quello che si può fare, anche nel senso di impegno ascetico (ascesi=lotta). “Il Regno dei cieli patisce violenza”, è dei violenti; il Regno è per chi ha forza di lottare contro il male che è in lui ed intorno a lui. La lotta diventa anche spirito di sacrificio, capacità di accettare le normali difficoltà della vita e di rimboccarsi le maniche. San Tommaso parla anche di giusta ira (“quando ci vuole, ci vuole) contro un eccessivo “buonismo”, contro la mediocrità e la fiacchezza, contro l’assenza di motivazioni. L’ira di per sé è un vizio che, perciò, va moderato ma esiste anche una giusta ira che è il fremere per il bene e contro il male, una “mazzolatura” contro il lassismo;

*       nella franchezza (parresia apostolica), capacità di annunciare il Vangelo, il messaggio senza fare troppi calcoli, in maniera opportuna ed inopportuna, non misurando l’annuncio sulla reazione prevedibile perché altrimenti si rischia di non annunciare (At 4,29 e 33: “con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza”);

*       nella perseveranza, cioè nella fedeltà alla parola data, agli impegni presi, alle scelte fondamentali sulle quali non esiste debolezza che conti; capacità di durare,

*       nello spirito di giovinezza. La fortezza è la virtù del giovane perché è collegata alla capacità di guardare avanti senza pessimismo ma con fiducia e speranza (1Gv 2,13b: “scrivo a voi, giovani, perché avete vinto il maligno”).

*       nel temperamento: ottimismo naturale che aiuta a vivere, atteggiamento positivo (tante malattie, ad esempio, degenerano in chi si lascia andare).

 

Cristo è il lottatore, l’agonizzante cioè colui che lotta e di fronte alla croce non può fare più nulla e resiste. La fortezza è la virtù dell’andare in croce, presiede al dare la vita. E’ la virtù del morire:“chi perde la sua vita per me, la salva”; per perdere la vita occorre fortezza. C’è una fecondità del donarsi per gli altri che dipende dalla consapevolezza che donare la propria vita dà salvezza e vita agli altri.

È anche un dono della Spirito Santo, bisogna chiederla: tutto posso in Colui che mi dà forza.

 

E’ interessante infine notare come la fortezza presiede anche all’uso della libertà. La libertà, infatti, non è soltanto il “poter fare” ma soprattutto il “voler fare”. La nostra libertà si realizza in pieno quando noi vogliamo il bene, decidiamo di voler compiere il bene, la volontà di Dio.

 

 

LA TEMPERANZA

 

È la virtù umana che regola la parte di noi che ha a che fare con i desideri, le passioni, gli istinti.

 

Ordina la dimensione emotiva, affettiva e passionale della vita. Si può paragonare agli argini di  un fiume.

Nel rapporto con le cose è la virtù della sobrietà, dell’ordine, della misura di fronte ai piaceri della vita.

 

Consideriamo ora la virtù della temperanza con riguardo agli istinti, ai vizi capitali ed ai sensi.

                                                                

*       Riguardo agli istinti. – Siamo vittime della corrente di pensiero nata da Freud. L’uomo è fatto di istinti (di conservazione, sessuale, aggressività) per cui reprimere gli istinti rende l’uomo frustrato, represso. Ogni tanto, secondo il pensiero di Freud, occorre dare sfogo agli istinti. La posizione corretta è che certamente questi istinti sono buoni, Dio non ha sbagliato nel darceli: sono energie vitali per l’uomo, positive. E’ ovvio, però, che vanno canalizzati, regolati; occorre dar loro un indirizzo, una regola (es.: l’istinto dell’aggressività va regolato perché occorre anche imparare ad accogliere l’altro; la sessualità va educata per essere finalizzata al dono di sé).

*       Purtroppo il messaggio che invece traspare oggi anche dai “mass-media” è lo spontaneismo, soprattutto nel modo di concepire la sessualità che così diventa schiava del sentimento. La sessualità, invece, non può ridursi al vivere spontaneamente un sentimento che si prova ma deve rientrare in un progetto di vita.

*       Altra deviazione è concepire la sessualità in senso animalesco (come fanno gli animali che si accoppiano secondo natura)

*       o come un gioco.

     La vita sarebbe fatta di sentimenti ed emozioni che vanno assecondati.

 

*       Riguardo ai vizi in particolare a quelli capitali. Sono vizi ontogenetici, che cioè tendono a riprodursi, si replicano, soprattutto l’avarizia, la lussuria e la superbia. Alcuni vizi o li si ha o non li si ha; invece in quelli capitali, se non si è vigilanti, si può cadere, sono vizi che si possono acquisire se le circostanze ne danno l’opportunità: “l’occasione fa l’uomo ladro”. La temperanza disciplina questi aspetti: da essa discende

*       la SOBRIETA che è la via di mezzo tra la avarizia e prodigalità,

*       la CASTITA che non esclude la sessualità ma la disciplina, la incanala. Quella dei rapporti sessuali è una dimensione da curare tra i coniugi perché si potrebbe generare una sorta di estraneità tra gli sposi. La castità e la giusta via di mezzo tra lussuria e frigidità,

*       l’UMILTA’ che è la giusta via di mezzo tra superbia e misantropia (...non son buono a niente…),

*       la MITEZZA, la mansuetudine, via di mezzo tra l’ira e l’indolenza (chi non reagisce mai, chi è mellifluo, smorto. Il mite non è mellifluo ma uno che, quando è necessario, sa reagire anche con la forza (es.:Gesù al tempio), soprattutto quando si ha una responsabilità sulle persone (famiglia, parrocchia…),

*       il CORAGGIO, via di mezzo tra temerarietà e codardia.

 

*       Riguardo ai sensi. I sensi mediano la conoscenza della realtà. Esiste una cupidigia dei singoli sensi che va un po’ regolata:

*       Moderazione dell’udito. La temperanza aiuta a vincere la morbosità del voler sapere ed ascoltare tutto e a tutti i costi; vince il pettegolezzo (“l’uomo giusto si tura gli orecchi per non udire fatti di sangue”);

*       Moderazione della vista. La temperanza combatte, in ambito spirituale, il voler vedere i risultati del lavoro fatto a tutti i costi; in ambito più terreno, carnale, la ricerca, ad esempio di immagini sconce in televisione ecc.;

Moderazione del gusto. La temperanza aiuta a vincere la golosità. La temperanza, con riferimento al senso del gusto, dà la giusta distanza e rispetto verso le cose e le persone. Il cristiano sa godere della vita ma con il giusto rispetto e la giusta distanza



data ultimo aggiornamento: Friday 05 October 2007 14.42.53

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