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“Perché la sofferenza? Perché
la malattia? Perché la morte?”
Ogni essere umano nel corso della
sua vita è obbligato a porsi queste domande.
Se ci limitiamo ad essere
spettatori delle sofferenze degli altri
e siamo troppo presi ad occuparci
solo del nostro benessere, potremmo rispondere
facilmente e in modo superficiale che la sofferenza fa parte
della vita, che il mondo è fatto così.....
Ma nel momento in cui facciamo
l’esperienza diretta della sofferenza o perché ci
ammaliamo o perché la malattia e la morte colpiscono i
nostri affetti più cari, allora andiamo in crisi, non
possiamo più rimanere indifferenti e superficiali, ma siamo
obbligati a dare una risposta
più seria e profonda, se non vogliamo essere preda
della disperazione.
Ecco perché molto spesso una
fede assopita si ridesta e rinasce proprio a causa della
sofferenza.
Come spiegarsi la sofferenza che
all’improvviso ti colpisce senza la luce della fede?
La sofferenza,
la malattia, la morte sono contrarie alla natura
dell’uomo, che è stato creato da Dio non per soffrire ma
per essere felice, non per morire, ma per la vita eterna.
E’ difficile però lasciarsi
consolare da queste parole quando si soffre, quando
si sa di avere una brutta malattia e ci si deve sottoporre a
cure estenuanti con poche speranze di guarigione.
Invece è facile chiedersi: “ perché proprio a me? Cosa
ho fatto di male? Perché il Signore mi manda questa
sofferenza?
Siamo anche capaci di dire che
Dio è ingiusto perché permette che nel mondo ci siano
tante ingiustizie e che moltissime persone innocenti
,soprattutto bambini,
soffrano in modo disumano a causa della fame, delle guerre,
della miseria e delle malattie e anche a noi manda delle
sofferenze che non meritiamo, perché non abbiamo fatto
nulla di male.
Ma Dio non è rimasto a guardare
dal cielo l’umanità che soffre, ma ha mandato il suo
figlio Gesù Cristo a condividere con l’uomo la sofferenza
e perfino la morte.
Nessuno più di Dio può comprendere ogni nostra più
piccola sofferenza e nessuno più di Dio ci è vicino nel
nostro letto di dolore quando non c’è più nessuna
speranza e solo la morte ci aspetta, perché Lui stesso per
mezzo di Gesù Cristo ha sofferto ed è morto.
Nella mia vita ho imparato che
Dio è Padre buono e non ci punisce, ma ci ama in un modo
così straordinario che noi non riusciamo a concepire.
Dio ama tutti senza distinzioni:
i santi e i peccatori per Lui sono ugualmente amabili.
Il Signore non vuole la nostra
sofferenza, ma questa è una condizione a cui l’uomo è
obbligato a sottostare perché il peccato e la morte , che
non vengono certo da Dio, ma dal maligno , hanno corrotto la
perfezione della creazione.
Ma siamo chiamati alla Speranza!
Gesù Cristo che ha condiviso in tutto e per tutto la nostra
condizione umana, tranne che nel peccato,
attraverso la sua morte, ha vinto definitivamente la
morte con la sua gloriosa resurrezione, aprendoci le porte
dell’eternità.
Ecco che allora ogni sofferenza
umana vista alla luce della Fede acquista un valore
inestimabile, perché associata alla sofferenza redentrice
di Cristo.
In ogni persona che soffre e
quindi in ogni ammalato è presente Cristo.
Dobbiamo rispettare, amare,
contemplare chi ha il volto sfigurato dalla sofferenza perché
in quel volto si nasconde l’effige di Cristo crocifisso.
Forse spesso, noi medici
che siamo quotidianamente a contatto con le
sofferenza umana, ci dimentichiamo di questo:
probabilmente l’abitudine a vedere di fronte a noi
un ammalato ci porta a sottovalutare la sofferenza altrui
,di vedere “il caso” e non “il vissuto” della
persona.
Ma in questi anni di lavoro in
ospedale ho capito una cosa : ogni volta che si ha di fronte
una persona che soffre, bisogna ricordarsi prima di tutto
che quella persona ha bisogno di essere ascoltata, di essere
capita e poi di essere curata.
Molto spesso invece ci si limita
a curare la malattia, ma non basta.
E’ giusto che un buon medico
sia preparato e sappia far bene il suo lavoro, curando il
paziente con le migliori e più moderne
tecniche, ma il suo primo dovere è quello di mettere
al centro delle sue attenzioni la persona malata
e non le tecniche.
La mia esperienza mi fa affermare che un ammalato preferisce
essere curato da un umile medico dal volto umano più che da
uno scienziato che lo tratta solo come un caso clinico.
Nella mia professione non mi
capita spesso di curare malati gravi, ma lavorando in un
reparto di maternità, mi capita molto più frequentemente
di prestare la mia opera ad una mamma che soffre per mettere
al mondo la sua creatura.
Chi non è mai stato vicino ad
una donna in travaglio forse non immagina neanche cosa
significa!
L’ansia di una madre che non vede l’ora di vedere il suo
bambino:” sarà sano? Andrà bene il parto?”
Le contrazioni che tolgono il
fiato, che si fanno sempre più dolorose e frequenti.
A volte si vivono anche momenti
drammatici, in
cui intervengono delle complicazioni che mettono a rischio
la vita della madre e del bambino che ancora deve nascere.
Anche questa è sofferenza…..e
che sofferenza!
Ma presto tutto , con l’aiuto
di Dio, si trasforma in un gran pianto liberatorio di gioia,
quando finalmente si sente il vagito di un bambino che viene
alla luce.
Il mio lavoro mi ha insegnato che
la sofferenza è preludio alla gioia.
Non posso fare a meno di
partecipare intimamente alle sofferenze di quella madre,
nonostante l’abitudine, e prego il Signore di guidare le
mie mani, quando sono necessarie, a che tutto vada per il
meglio.
Ma condividendo la sofferenza condivido anche la gioia della
venuta al mondo di un’altra meravigliosa creatura, che è
immagine e somiglianza di Dio.
Walter
Scotti diacono
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