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diaconato

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a cura del diacono Leondino
Cipolletti
disegni
e vignette di Silvia Cipolletti
Articolo tratto dal n. 127 - marzo 2004 -
della rivista "Il diaconato in Italia" - Ediz. San Lorenzo
PARTENDO DAL
DOCUMENTO
"IL DIACONATO: EVOLUZIONE E
PROSPETTIVE" della Commissione Teologica Internazionale
Mons. Luciano Monari
Il documento "Il Diaconato: evoluzioni
e prospettive" licenziato dalla Commissione Teologica Internazionale
il 30 settembre 2002 costituisce un'ottima sintesi dei problemi e
delle acquisizioni che nella teologia e nella pastorale si sono
andate cumulando dopo l'istituzione del diaconato permanente da
parte del Concilio Vaticano II. Come dice il testo, «il ministero
del diaconato costituisce una sfida per la coscienza e la prassi
della Chiesa» sia dal punto di vista della riflessione teologica,
sia da quello del profilo pastorale del ministero. A una prima
lettura è difficile non rimanere interdetti e forse anche delusi:
per ogni affermazione che viene proposta vengono subito espresse
obiezioni, opinioni alternative, difficoltà tanto che la realtà del
diaconato sembra immersa in un insieme di incertezze; sono più
numerosi i problemi aperti di quelli risolti: come definire con
precisione il rapporto del diaconato col ministero del vescovo e del
presbitero? Qual è l'identità propria del diacono? Quali le funzioni
che egli è chiamato a svolgere? In che cosa si differenzia da un
laico impegnato?
Non c'è dubbio che il diacono è
presente e opera nella Chiesa come «icona vivente del Cristo servo»
e basterebbe questa affermazione per aprire spazi immensi di
riflessione, di meditazione, di servizio, di formazione spirituale.
Nella notte in cui fu tradito, Gesù ha fatto una cena coi suoi
discepoli; durante questa cena egli si è alzato e ha lavato e
asciugato i piedi dei suoi discepoli, indicando in questo modo il
senso di tutta la sua vita come servizio. Per questo di lui è detto
che «è venuto non per essere servito ma per servire e dare la sua
vita come riscatto per i molti» (Mc 10,45). Le conseguenze di una
tale affermazione sono immense per il modo di concepire la Chiesa e
il ministero della Chiesa; l'esistenza del diaconato è per la Chiesa
tutta un richiamo serio a non dimenticare questa dimensione, a non
permettere che i germi del carrierismo, della ricerca di onori
s'insinuino nel tessuto ecclesiale. Naturalmente tutto questo ha
senso se ci sono dei diaconi che hanno interiorizzato l'immagine di
Gesù servo attraverso una contemplazione prolungata e amorosa, che
vivono seriamente questa identità, che rinunciano perciò a qualsiasi
pretesa per desiderare solo di servire. È molto bella l'affermazione
del documento: «La presenza del diacono [...] potrebbe rinnovare la
Chiesa in uno spirito evangelico di umiltà e di servizio» (p. 81).
Basterebbe questo per benedire il Signore e riconoscere un suo
immenso dono nel diaconato e nei diaconi.
Naturalmente, tutto ciò non toglie
l'esistenza di problemi reali, teologici e pratici, che hanno
bisogno di essere affrontati e almeno chiariti, se non risolti del
tutto. Cosa è possibile dire al riguardo? Il documento, esaminando
anche i diversi interventi dei vescovi durante il Concilio, ricorda
che l'istituzione del diaconato permanente è stata decisa per tre
motivi: «In primo luogo la restaurazione del diaconato come un grado
proprio dell'ordine permette di riconoscere gli elementi costitutivi
della sacra gerarchia voluta da Dio. In secondo luogo è una risposta
alla necessità di assicurare la cura pastorale
indispensabile alle comunità che ne sono prive per la
mancanza di preti. Infine, è una conferma, un rafforzamento e una
più completa incorporazione al ministero della Chiesa di coloro che
esercitano già de facto il ministero di diaconi» (p.85). Ma sorge
spontaneo l'interrogativo quali sono in modo preciso le "funzioni
diaconali" a cui si fa riferimento? E davanti a questa domanda si
rimane a volte perplessi perché ogni risposta sembra
insoddisfacente.
A volte si sottolinea come primario
l'impegno nell'ambito della carità (il servizio delle mense di cui
parla At 6); ma un'affermazione troppo rigida non corrisponde a
quello che il diacono effettivamente è stato nella storia e nemmeno
a ciò che viene detto di lui nell'ordinazione diaconale. Altre volte
si richiama il rapporto con l'eucaristia che sembra decisivo per
riconoscere la sacramentalità del diaconato; ma anche questa visione
non può essere assolutizzata. Anzi molti si lamentano della figura
troppo "liturgica" di alcuni diaconi che sembrano godere del loro
servizio all'altare, accanto al presbitero o al vescovo. A volte il
problema viene risolto bruscamente dicendo che non esiste una
funzione propria del diacono perché tutto quello che il diacono fa,
può essere fatto anche da un laico a ciò delegato. Sembra questo il
motivo per cui il diaconato ha preso poco piede nelle Chiese
africane che pure potevano sembrare tra le più bisognose dell'aiuto
di questo ministero. In queste Chiese sono presenti molti
catechisti, che, di fatto, guidano la vita delle comunità cristiane;
a che scopo farli diaconi? Non ci si crea in questo modo un impiccio
ulteriore?
L'arcivescovo di Santiago ricordava le
obiezioni di alcuni preti così: «Dicono, per esempio, che il
diaconato è un impegno non necessario dal momento che le sue
funzioni possono essere compiute da laici o laiche ad tempus:
se il loro servizio riesce, si proroga loro il mandato; in caso
contrario non lo si rinnova». «Bisogna riconoscere - spiega il
documento - che il vincolo sacramentale che unisce i diaconi al
vescovo crea per costui [cioè per il vescovo] obblighi particolari
che durano tutta la vita e che possono essere difficili da gestire,
soprattutto nel caso dei diaconi sposati» (p. 94). Più volte viene
ricordata l'affermazione di LG 29a secondo la quale il diacono viene
ordinato «non per il sacerdozio ma per il servizio». Da questa
affermazione alcuni hanno tratto la conclusione che mentre il
presbitero esercita il ministero rappresentando Cristo capo, il
diacono svolge le sue funzioni come immagine di Cristo servo. Ma
questa distinzione, che rischia di diventare addirittura
contrapposizione, non soddisfa del tutto. Gesù ha esercitato
perfettamente il suo sacerdozio proprio nel momento del servizio
estremo, «facendosi servo fino alla morte e alla morte di
croce»; e viceversa questo farsi servo di Cristo è stato il suo modo
concreto di esercitare il potere - l'unico potere che egli esercita
- quello di dare la vita. La stessa logica deve valere
nell'esistenza ecclesiale: forse che la presidenza non è la forma
piena del servizio? Non deve la presidenza essere svolta «deponendo
le vesti» e cingendo l'asciugamano, quindi rinunciando a ogni forma
di affermazione di sé per poter «lavare i piedi ai santi»?
Bisognerebbe forse fare una sottile distinzione: a livello di
sostanza sia il ministero presbiterale che quello diaconale sono
espressioni del servizio di Gesù alla sua Chiesa e lo rendono
presente. Ma, a livello di simbolo, il ministero presbiterale
e quello diaconale evidenziano due aspetti diversi seppure
complementari del servizio di Cristo: quello per cui egli è capo
della Chiesa e la fa vivere - il presbitero; quello per cui
egli si fa servo della chiesa e dona la vita per lei - il
diacono. Ma è davvero possibile pensare a questa distinzione? Non
stiamo dividendo ciò che nella logica del vangelo dev'essere
strettamente unito? E in ogni modo rimane l'interrogativo: che cosa
c'è di specifico nel ministero del diacono perché egli possa
diventare simbolicamente l'immagine di Gesù servo e non di Gesù
capo?
Il tutto diventa ancora più
problematico se ci riferiamo al Codice di Diritto Canonico che
prende una posizione chiarissima: il ministero dell'ordine è uno
solo e si articola nei gradi dell'episcopato, del presbiterato e del
diaconato. Nel suo complesso il ministero dell'ordine sacro rende
partecipi del triplice munus di Cristo sacerdote, re e
profeta. Ciascuno dei singoli gradi dell'ordine perciò, partecipa a
modo suo di questo triplice munus; ma allora anche il diacono
è partecipe dei "poteri" di Cristo e diventa impossibile distinguere
tra una partecipazione alla figura di Gesù capo e a quella di Gesù
servo. C'è allora, una via per uscire da questa impasse e chiarire
l'identità del diacono? Il documento della CTI ha un paragrafo dove
si chiede se il diaconato non abbia una funzione di mediazione e non
lo si debba definire perciò medius ordo. Sembra,
questa, un'affermazione condivisa da tanti e, seppure non detta
esplicitamente, corrispondente ai dati del Concilio. Nei documenti
conciliari, infatti, si parla dei diaconi alla fine del cap. III che
tratta della gerarchia, subito prima del capitolo IV che tratta dei
laici. Sembra quindi che il diaconato appaia come quel gradino
dell'ordine sacro che sta più vicino alla condizione dei laici.
Questa è stata anche l'intenzione almeno di alcuni padri conciliari;
i diaconi, si è detto, potrebbero esercitare il ruolo di «ponte e
mediazione tra la gerarchia e i fedeli». La CTI commenta: «C'era
dunque nei Padri conciliari un'intenzione di ripristinare il
diaconato come un grado permanente della gerarchia, destinato a
penetrare la società secolare alla maniera dei laici» (p. 81).
L'espressione medius ordo viene poi ripresa nel Motu Proprio di
Paolo VI Ad pascendum. Ma come potrebbe essere intesa questa
mediazione? La CTI si esprime così: «L'idea (della mediazione) ha
conosciuto un'ampia diffusione nella teologia contemporanea e dato
luogo a differenti modi di concepire questa funzione di mediazione
tra il clero e, i laici, tra la Chiesa e il mondo, tra il culto e la
vita ordinaria, tra i compiti caritativi e l'eucaristia, tra il
centro e la periferia della comunità cristiana» (p. 135). Proprio la
varietà delle spiegazioni dice la difficoltà dell'impresa. La CTI
riconosce che l'idea di mediazione «trova un sostegno nella
testimonianza della tradizione ecclesiale»; e tuttavia ricorda con
chiarezza che non si può pensare a «una specie di realtà
sacramentale intermedia tra i battezzati e gli ordinati».
L'appartenenza dei diaconi al sacramento dell'ordine «è una dottrina
sicura». D'altra parte la CTI mette in guardia da una visione che,
volendo avvicinare il sacerdozio presbiterale e i laici finisca poi
per rendere la distanza ancora maggiore.
Tentiamo comunque di partire da questa
intuizione o ipotesi. Ci possiamo chiedere: esistono nel vangelo
esempi di un servizio che si sviluppi come "mediazione" tra Gesù,
operatore di salvezza, e la folla? E come si specifica questa
mediazione? Prendo alcuni esempi. La guarigione della suocera di
Pietro: i discepoli parlano di lei a Gesù e Gesù la guarisce; nella
moltiplicazione dei pani, Gesù benedice i pani, poi li dà ai
discepoli perché li distribuiscano alla folla; nel viaggio verso
Gerusalemme i discepoli precedono Gesù e preparano la sua venuta in
un villaggio samaritano; nella cena pasquale i discepoli precedono
Gesù e preparano tutto il necessario per la cena; nel vangelo di
Luca leggiamo di Gesù che sale sulla barca di Pietro e gli chiede di
allontanarsi un poco da terra per potere istruire la folla. Sono
numerosi i testi in cui i discepoli svolgono una funzione umilissima
di mediazione tra Gesù e la folla o preparando l'azione di Gesù o
dilatando l'effetto di questa fino a coinvolgere le folle. È Gesù
che predica, ma a volte bisogna che qualcuno renda possibile questa
predicazione facendo un piccolo servizio, come? Per esempio,
prendere Gesù sulla barca e scostarsi da riva; è Gesù che guarisce
ma i discepoli possono essere presenti parlando del malato a Gesù.
Vale la pena ricordare che, secondo il
vangelo, i discepoli svolgono nei confronti della salvezza operata
da Gesù funzioni diverse: prolungano l'azione di Gesù annunciando il
vangelo del Regno, cacciando i demoni, ungendo con olio gli infermi
e guarendoli. Ma d'altra parte, quando Gesù in persona agisce,
aiutano la sua azione rendendola possibile o efficace. Non so se sia
possibile vedere in queste due diverse funzioni dei discepoli il
fondamento del ministero apostolico come presenza di Cristo capo o
come servizio a Cristo capo. Il presbitero (e il vescovo) predicano
e celebrano la salvezza nella persona di Cristo capo; il diacono
serve l'azione del presbitero (o del vescovo) per renderla possibile
e fruttuosa, per preparala o per dilatarne gli effetti e farla
entrare nel tessuto della storia dell'uomo. Riprendiamo l'obiezione
che abbiamo ricordato sopra: non è necessario essere ordinati
diaconi per fare tutte queste azioni. È verissimo; ma è davvero
necessario trovare qualcosa che solo i diaconi possano fare e che
sia proibita ai laici? Torniamo al racconto della moltiplicazione
dei pani. I discepoli vi svolgono alcune funzioni: riferiscono a
Gesù la situazione della folla, fanno sedere la folla in gruppi,
distribuiscono i pani, raccolgono i pezzi avanzati. Certo, non si
tratta di un'azione di evangelizzazione o di salvezza in senso
stretto. È un'azione che avrebbero potuto compiere benissimo anche
persone che non appartenevano al gruppo dei discepoli, non c'è
dubbio. Eppure, il fatto che siano i discepoli a compierle non è
senza significato: vuol dire che quelle azioni vengono unite
strettamente all'azione di Gesù e che vengono compiute "per mandato"
e non solo per buona volontà dei singoli; nascono da Gesù ' e sono
il segno della sua volontà di dare vita: non nascono solo dal
bisogno dell'uomo. Credo che in tutte queste azioni che accompagnano
l'opera del pastore in senso stretto si possa intravedere qualcosa
della missione del diacono. È una missione strettamente unita a
quella del vescovo e del presbiterio insieme a lui. Anzi, è
un'azione strettamente "subordinata" a quella del presbitero; e
tuttavia ha una sua funzione precisa. Questa funzione dipende dal
fatto che Gesù è sì salvatore e non ha bisogno di nessuno per
esserlo, e tuttavia egli sceglie di operare la salvezza non senza la
collaborazione dell'uomo. È in funzione di questa collaborazione
dell'uomo che i discepoli hanno un compito da svolgere: suscitarla,
renderla il più vera possibile, approfondirne gli effetti. Ricordo
l'obiezione che avevo espresso sopra. Ordinare un diacono significa
per il vescovo e per la diocesi assumere un impegno duraturo nei
suoi confronti; vale la pena assumere un legame di questo genere per
garantire un servizio che potrebbe essere svolto da un laico? Credo
di sì; l'ordinazione costringe a vedere nel servizio del diacono un
compito che nasce dalla missione di Gesù e costringe a collegare nel
modo più stretto possibile l'azione del diacono a quella (successiva
o precedente) del presbitero. E attraverso l'ordinazione il servizio
diaconale appare non più un servizio "a tempo" che dipende dalla
buona volontà del singolo, ma un segno della premura di Gesù che è
fedele e senza pentimento. Forse è difficile capire questo nella
cultura odierna in cui tutto appare provvisorio e riformabile; ma
forse, proprio per questo la dedizione del diacono a un servizio a
vita diventa significativa e importante. Proprio per la
provvisorietà in cui siamo immersi l'uomo di oggi ha bisogno come
mai di impegni per sempre, di servizi che non siano episodici ma
l'espressione di una vita intera. Forse in questa logica si
comprenderebbe bene anche la presidenza, che il diacono può
svolgere, di celebrazioni domenicali della parola nelle comunità in
cui il prete non può essere presente. Sono celebrazioni preziose che
permettono a una comunità cristiana di vivere meglio il giorno del
Signore. E tuttavia sono celebrazioni orientate essenzialmente
all'eucaristia che verrà celebrata in un momento futuro. Questo non
significa che non abbiano valore in sé, ma solo che vanno collegate
essenzialmente con la celebrazione dell'opera di salvezza che è
l'eucaristia.
Nello stesso tempo una presenza del
diacono in questo modo mette ancora più in risalto l'azione centrale
del presbitero perché tutto quello che il diacono fa è collegato
strettamente con quello che il presbitero ha fatto o farà. Si pensi,
ad esempio, alla proclamazione del vangelo che viene compiuta
durante la celebrazione eucaristica. È proclamazione solenne che,
proprio per la sua solennità, attira ancora più l'attenzione sul
dono dell'eucaristia che viene celebrata nel quale tutta la parola
di Dio viene condensata nell'unico gesto di salvezza di Cristo
"pane" per noi.
Insomma, se l'ipotesi è corretta, il
servizio del diacono è strutturalmente collegato al ministero del
vescovo e, con lui, del presbitero. Tutto ciò che è necessario o
utile perché il ministero episcopale e
presbiterale possa compiersi in modo
efficace rientra nelle competenze del vescovo. È vero che tutte (o
quasi) queste cose possono essere svolte da un laico. Ma cambia
qualcosa se a compierle è un battezzato che ha ricevuto il primo
grado del sacramento dell'ordine e che, perciò è legato
sacramentalmente al prete e al vescovo. Quello che cambia è che le
azioni del diacono vengono percepite chiaramente come azioni che
nascono dalla premura e dalla compassione di Gesù e che si saldano,
perciò, con le azioni di salvezza che sono l'annuncio autorevole
della parola e la celebrazione efficace dell'eucaristia. Per tutto
questo, diversamente da quanto è scritto nel Direttorio dei diaconi,
non vedo male il fatto che un diacono permanente sia ordinato prete
quando si verifichino le condizioni necessarie.
Vedrei un'eventualità di questo genere
nel testo di Lc 5,1 11 dove a Pietro viene richiesto di fare un
servizio umile a Gesù (prenderlo in barca) e lo compie con
disponibilità; poi obbedisce alla parola di Gesù e, contro le
attese, fa una pesca abbondante; riconosce allora la santità di Gesù
e si getta alle sue ginocchia. Che il servizio diaconale possa
diventare servizio presbiterale è implicito nell'affermazione
dell'unità del sacramento dell'ordine. È vero, però, che sarebbe
rischioso se il diacono permanente facesse il diacono essendo
orientato fin dall'inizio al presbiterato col suo desiderio.
In questo caso, infatti, rischierebbe
di non fare bene il servizio diaconale e quindi di non sperimentare
davvero quello spirito di servizio a cui è chiamato. Il diacono,
perciò non desideri altro che servire e servire per tutta la vita,
toccherà al vescovo, eventualmente, se ne vede presenti le
condizioni, chiamarlo a un servizio ulteriore.
Viceversa rimane vero che il prete non
considererà il tempo del "servizio diaconale" come superato una
volta per sempre quando riceverà l'ordinazione presbiterale. Dovrà
invece continuare a custodire lo spirito del diacono e portare
questo spirito anche nella presidenza della comunità cristiana.
data ultimo aggiornamento:
Wednesday 06 May 2009 17.59.03 Il presente sito è ottimizzato per l'utilizzo di Internet Explorer versione 4 e
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