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diaconato

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a cura del diacono Leondino
Cipolletti
disegni
e vignette di Silvia Cipolletti
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L’INCONTRO
CON LE RELIGIONI |
di
don Carlo Porro (ringraziamo don Carlo per
l'autorizzazione accordataci alla publicazione.)
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“La teologia delle religioni
contemporanee e la presenza di Dio nelle religioni.
In questo corso di aggiornamento il
tema dell’incontro tra le religioni” viene affrontato a più riprese
secondo angolature diverse. Da parte mia cercherò, per quanto
possibile, di mostrare l’importanza del tema per la missione e la
pastorale della Chiesa. Mi aspetterei che ciascuno, alla fine, si
senta coinvolto a partecipare attivamente al dialogo che seguirà.
Ciò in vista di un arricchimento reciproco.
Lo sviluppo degli argomenti è il
seguente. Dopo una breve introduzione che richiamerà l’urgenza del
tema della salvezza nelle grandi religioni (1), considereremo i
principali orientamenti teologici al riguardo (2) e le indicazioni
del magistero recente (3). Di seguito proporremo un breve ragguaglio
circa il sentimento della presenza di Dio nell’induismo (4).
Alcune considerazioni pastorali chiuderanno l’esposizioni (5).
1. Attualità del tema
Il discorso stilla salvezza porta
soprattutto a riflettere sulla volontà salvifica universale di Dio,
uno dei misteri più profondi della fede cristiana. Questo è fuori
discussione. Tuttavia anche le statistiche hanno una loro eloquenza.
Oggi esse dicono che più di 2/3
dell’umanità non è cristiana. Su una popolazione mondiale che si
aggira intorno ai 7 miliardi, i cristiani (cattolici, ortodossi e
protestanti) sono 2 miliardi e 200 milioni; gli appartenenti alle
grandi religioni sono 2 miliardi e cinquecento milioni; gli atei
dichiarati ammontano a 1 miliardo e 100 milioni.
Indubbiamente questi dati fanno
pensare. Le domande che nascono spontanee sono molte. Come Dio oggi
provvede alla salvezza della maggioranza degli uomini che non è
cristiana? E che efficacia hanno l’attività missionaria e la
testimonianza cristiana nel mondo attuale? La diffusione piuttosto
limitata del cristianesimo non deve forse far pensare che anche le
altre religioni abbiano un ruolo salvifico da svolgere?
Se consideriamo poi che questa è la
situazione dopo due millenni di cristianesimo, allora queste domande
appaiono ancora più urgenti. Come Dio ha condotto a sé le
innumerevoli popolazioni “pagane” vissute in questo lungo periodo
senza aver nessun sentore della salvezza cristiana?
Ma potremmo porre una domanda ancor
più radicale. Come sono arrivati alla salvezza gli uomini vissuti
prima dell’era cristiana, che qualche antropologo non sprovveduto
calcola in alcune decine di miliardi? E, in questa prospettiva, come
non ammettere il valore salvifico delle religioni “pagane”? E come
spiegare il loro legame con la salvezza portata da Gesù di Nazaret,
il Verbo fatto uomo? 1 Sulle prime il quadro che risulta
da questi richiami appare drammatico. Tuttavia, agli occhi di chi ha
avuto rapporti prolungati con popolazioni di altre religioni, la
situazione appare meno critica. Parecchi richiamano infatti che
spesso tra i non cristiani è presente un po’ dappertutto una
religiosità “personale” molto vivace: c’è gente che prega, ha un
vivo senso della famiglia, si dà da fare per chi è nel bisogno. In
particolare, poi, si osservano forme di religiosità “popolare”, che
indirizzano a un rapporto cordiale con Dio, e ciò attraverso riti
molto partecipati e sentiti.
«Nella “fede personale”, osservava P.
Rossano, c’è tendenza alla preghiera e alla personalizzazione di Dio
anche in persone appartenenti a sistemi religiosi dove l’Assoluto è
impersonale e non potrebbe venire invocato». Tuttavia riconosceva
anche che «l’idea di un Dio personale, al di fuori
dell’ambito della Rivelazione, non è né facile, né universale».
2 Si tratta di affermazioni che inducono a riflettere. In
realtà spesso l’immagine di Dio nelle altre religioni è vera ma
imperfetta. Per contro, l’immagine del Dio di Gesù Cristo, che è
Padre, Figlio e Spirito Santo, è quella di un Dio che è buono e
compassionevole e che introduce l’uomo in una impensabile comunione
di vita con sé, è di una bellezza tale da spingere il cristiano alla
missione “ad gentes”.
Già da questi accenni crediamo appaia
l’importanza di avviare una riflessione comune sul valore salvifico
delle religioni non cristiane e sulla necessità permanente della
missione.
2 - La
teologia delle religioni: uno schizzo
La questione è quindi quella
dell’atteggiamento da assumere di fronte alle religioni non
cristiane. Al riguardo la teologia odierna si pone fondamentalmente
due domande. E’ possibile riconoscere alle altre religioni un valore
salvifico? E se sì, come ciò si accorda con l’affermazione di fede
che al di fuori di Gesù Cristo “non c’è altro nome in cui possiamo
essere salvati”? (At 4,12)
A queste domande i teologi
- cattolici e protestanti - negli ultimi tempi
hanno dato tre tipi di risposte, denominate generalmente
“esclusivismo”, “inclusivismo” e “pluralismo”. 3
Ora, come si può intendere, questi sono termini “tecnici”, che
richiedono qualche precisazione. E ciò anche perché queste
“etichette” rimandano a indirizzi teologici che propongono diverse
soluzioni piuttosto variegate. Pertanto, nella loro presentazione
sarà necessario introdurre qualche semplificazione.
Anzitutto, che cosa s’intende
per “esclusivismo”. E’ questa la posizione di chi sostiene
che la salvezza è solo nel cristianesimo. Anzi, in un tempo non
troppo remoto, si arrivava persino a pensare che ci fosse salvezza
solo nella chiesa. Per fare un nome, seguiva questo indirizzo K.
Barth, secondo il quale la salvezza per i non cristiani era da
escludersi. Oggi però nessun teologo sostiene più queste posizioni
“ultratradizionaliste”, che sono superate anche dall’insegnamento
conciliare e postconciliare.
L’“inclusivismo”,
invece, afferma che la salvezza è possibile anche attraverso le
altre religioni, è ciò perché sono “incluse”, in qualche modo,
nell’unico piano di salvezza che ha come centro Gesù, il salvatore.
In altri termini, Cristo offre la grazia anche ai non cristiani, e
questo anche mediante l’appartenenza alla loro religione. Oggi
questa è la posizione generalmente sostenuta dai teologi, seppure
con sottolineature piuttosto diverse. In essa si compongono
opportunamente due esigenze irrinunciabili: quella che porta ad
affermare la legittimità delle altre religioni e quella che impone
di collocare Cristo al centro del piano salvifico. Infine, va
aggiunto che questa spiegazione trova avallo anche nei documenti del
magistero più recenti.
L’ultima via tentata è quella “pluralista”.
Oggi qualche teologo, preoccupato di salvaguardare il valore
salvifico proprio delle altre religioni, giunge a collocare il
cristianesimo sul loro stesso piano, rinunciando così
all’universalità della mediazione salvifica di Cristo. In questo
modo si giunge certo a riconoscere una pluralità d’itinerari
salvifici ugualmente validi, ma si perde completamente di vista
l’”assolutezza” del cristianesimo.
Quanto a noi, siamo
convintamente per la linea “inclusivista”, che riconosce in
Gesù di Nazaret il salvatore universale e, insieme, ammette il
valore salvifico di ciò che di vero e di buono le religioni non
cristiane posseggono. Fra le spiegazioni di quest’indirizzo diamo
poi la preferenza a quella di K. Rahner, nella quale introduciamo
però qualche sottolineatura personale.
Essa si articola in due punti.
Primo, c’è un unico piano salvifico realizzato in Gesù Cristo;
secondo, in tale piano, accanto alla “storia della salvezza
speciale” che riguarda Israele e i cristiani, è presente una “storia
della salvezza generale”, cioè un cammino salvifico offerto al resto
dell’umanità che non conobbe e tuttora non conosce Gesù Cristo.
Ora, questo secondo itinerario
si fonda sull’alleanza che Dio ha stipulato in Noè con tutta
l’umanità. Questo patto però trae ultimamente validità da Cristo e
importa che l’uomo riconosca Dio e si affidi alla sua provvidenza (Eb
11,5). Questo cammino ha però un valore “provvisorio”: esso dura
finché il Vangelo non è stato “efficacemente” proclamato, cioè
finché non si è inserito, come lievito, nella cultura del popolo cui
è stato rivolto l’annuncio.
Oltre che su questo fondamento
biblico, questa spiegazione poggia su un solido principio teologico:
Dio vuole veramente la salvezza di tutti gli uomini da sempre li
sostiene nel loro cammino. Ciò comporta di affermare che, fin dalla
creazione, in concreto tutti gli uomini sono “aperti”, sorretti,
orientati verso la comunione di vita con Dio. In termini scolastici,
in ogni uomo è presente una potentia oboedentialis, per la
quale da sempre egli è ordinato a Dio; essa viene perfezionata dalla
gratia actualis che lo sostiene in ogni passo, e dalla
gratia habitualis che lo santifica 4.
Queste sono ovviamente brevi
annotazioni. Esse richiederebbero una documentazione puntuale, che
esula però dai nostri intenti. Comunque riteniamo siano sufficienti
a offrire qualche chiarimento per approfondire il discorso.
3 - L’insegnamento del magistero
In vista di una
presentazione un po’ più ampia del tema che ci siamo proposti, è
utile richiamare anche alcuni punti fermi ribaditi recentemente dal
magistero ecclesiastico. Il nostro riferimento è all’enciclica
“Redemptoris missio” (RM) (199’D), di Giovanni Paolo Il, e alla
dichiarazione “Dominus Iesus” (2001), della Congregazione per la
dottrina della fede, che introducono qualche approfondimento
rispetto alla dottrina del Vaticano II.
Il documento più importante
e più ricco è certamente l’enciclica, che sviluppa il discorso sulle
religioni non cristiane a partire dall’affermazione centrale che
Gesù è l’unico salvatore. “Cristo è l’unico mediatore tra Dio e gli
uomini” (n. 5,4): la sua mediazione è unica e universale; il
cristianesimo si propone quindi come religione “assoluta”.
Tuttavia l’assolutezza del
cristianesimo non esclude “altre mediazioni partecipate di vario
tipo e ordine”, le quali però “attingono significato e valore
unicamente da quella di Cristo” (Ivi). Ciò significa che se
si deve ammettere che le altre religioni possono essere valide vie
di salvezza, esse però non offrono mediazioni salvifiche “parallele
e complementari” (ivi) rispetto a quella di Cristo.
Di più. Sempre secondo
la “Redemptoris missio”, la loro efficacia salvifica deve essere
fatta risalire anche all’azione dello Spirito Santo, il quale muove
tutta la storia umana. Infatti, “la presenza e l’attività dello
Spirito non toccano solo gli individui, ma la società e la storia, i
popoli, le culture, le religioni” (n. 28,3). In definitiva è anche
in virtù della presenza dello Spirito nelle religioni non cristiane
che esse, in ciò che di vero e di nobile sono portatrici, sono
mediatrici di salvezza. Il che - viene affermato - vale, anche per i
loro insegnamenti e i loro riti (ivi).
Tuttavia, riguardo al valore
delle religioni non cristiane, questo documento non svolge un
discorso organico. Direttamente, infatti, essa mira solo a
richiamare l’urgenza della missione ad gentes. Questo è
appunto il tema centrale: la Chiesa non può cessare di predicare la
necessità della fede e del battesimo e, quindi, la necessità della
mediazione ecclesiale per la salvezza. In altri termini, il dialogo
interreligioso deve essere condotto e attuato con la convinzione che
la Chiesa è la via ordinaria di salvezza e che solo essa
possiede la pienezza dei mezzi di salvezza” (n. 55,3).
Questo stesso discorso è poi
ripreso dalla dichiarazione “Dominus Iesus”, che introduce alcune
sottolineature rese necessarie dalla nuova temperie teologica. In
essa infatti si insiste particolarmente sull’unicità e universalità
della salvezza cristiana, mettendo in guardia di fronte a taluni
recenti indirizzi favorevoli non solo a un pluralismo religioso “di
fatto” ma anche “di diritto”.
Qui ci limitiamo a ricordare
i richiami più significativi, che si possono ricondurre alle
seguenti affermazioni:
-
la definitività e
completezza della rivelazione di Gesù; l’identità personale tra il
Verbo eterno e Gesù Cristo;
-
il legame indissolubile
tra gli interventi salvifici di Cristo e quelli dello Spirito Santo,
e infine
-
la necessità della
mediazione della chiesa.
In conclusione, siamo di
fronte a due autorevoli interventi magisteriali da cui risulta
dunque con maggior chiarezza la dottrina cattolica circa il valore
salvifico delle religioni non cristiane.
4 - La presenza di Dio nelle
religioni
Ciò che nelle religioni
non cristiane colpisce di più è il vivo sentimento di Dio che non
raramente si riscontra. In esse la presenza di Dio nel cosmo e
nell’uomo è molto avvertita dalla gente semplice, ma si osservano
espressioni di questa coscienza anche a livello molto elevato, che
potremmo definire mistico. Necessariamente, a questo riguardo,
dovremo limitarci a qualche cenno riguardo all’esperienza religiosa
nell’induismo.
In generale, nella
popolazione indiana sorprende il vivo senso della presenza di Dio
nella natura e nell’uomo. La Divinità è quasi l’anima di tutte le
cose, che sono colte come un tutto proprio in forza di questa
presenza divina. La visione del mondo è quindi “olistica” e
l’immanenza di Dio nel mondo è fortemente sottolineata. Anzi da
questa visione deriva un forte senso di solidarietà tra l’uomo e
tutte le cose, una sorta di “compassione” universale (karuna)
nel senso etimologico del termine.
Su questo sfondo
s’intende, in particolare, la religiosità della “Bhagavadgita” (il
“Canto del Signore”), su cui fermiamo l’attenzione 5. E’
questo, infatti, un breve testo che gode di grandissima
considerazione. Si tratta di una sorta di “vangelo” nell’immenso
corpo delle scritture induiste, che risale al VI secolo dopo Cristo.
La visione religiosa che propone è chiaramente teista; infatti
l’accento è posto, dall’inizio alla fine, su Krishna (o
Bhagavad), che è Dio.
Questo “Dio”, che è
onnipotente e misericordioso, è personale, cioè è un soggetto con
cui l’uomo può entrare in relazione in virtù di un dono divino. Egli
è vicino all’uomo, gli è amico e intrattiene con lui rapporti di
grande confidenza, ed è oggetto di amore e di adorazione. Tuttavia
qualche volta Dio può anche manifestarsi in tutta la sua potenza, e
allora ogni creatura trema davanti a lui.
Ma, al di là di
questi cenni introduttivi, merita di mettere in luce come questo
libro sacro intende la presenza di Krishna nella vita
dell’uomo. Lo faremo indicando i tratti essenziali di questo Dio
che, si rivela a Arjuna, il personaggio con cui entra in dialogo.
Dapprima egli si manifesta come il creatore di tutto: “Io sono -
egli dice - il principio di tutte le cose; è da me che tutto
procede” 6 Dal canto suo Arjuna, rivolgendosi a
Dio, riconosce questa potenza creatrice: “Infinito è il tuo potere e
smisurato il tuo valore. Tu ti estendi a tutto, e quindi sei il
Tutto” 7.
Tuttavia
questo potere non è dispotico; esso appare ispirato piuttosto alla
paternità divina. Dio infatti è “il padre di questo universo mobile
e immobile”, e l’uomo lo invita a comportarsi con lui “come un padre
con il figlio” 8. Di conseguenza il rapporto che l’uomo
intrattiene con Krishna è di grande confidenza: egli sa che
Dio perdona, con la condiscendenza con cui si tratta con un amico o
un amante 9; sa di “essere caro a Dio” e di “poter
trovare rifugio solo in lui” 10. Del resto Dio
stesso si rivolge ad Arjuna invitandolo ad avere piena confidenza in
lui:
Chiunque sospinto dall’amore
mi offre anche una sola foglia, o un solo fiore, o un solo frutto, o
l’acqua, io lo gradisco, perché è l’amore che lo ha offerto.
Qualunque cosa fai, qualunque cosa mangi, qualunque cosa offri in
sacrificio, qualunque cosa dai in elemosina, qualunque penitenza tu
compi, offrimi tutto11
D’altra parte, qualche volta,
Krishna si manifesta in tutta la sua potenza divina, e allora
l’uomo resta terrorizzato, soprattutto a motivo della confidenza che
affettuosamente si era presa con lui. E’ questa l’esperienza che
Arjuna può fare per una grazia eccezionale; Dio stesso glielo
ricorda: “Tu non puoi vedermi con i tuoi occhi [di carne]; io ti
dono l’occhio divino. Guarda il mio potere sovrano!” 12
Con un linguaggio simbolico quanto mai espressivo questa esperienza
è così descritta:
Se nel cielo la luce di mille
soli si fondesse insieme, sarebbe simile alla luce di questo Supremo
Essere. [...] Questa mia forma che hai visto, è assai difficile da
vedere. Gli dei stessi desiderano di continuo vederla. Io non posso
essere visto, come tu mi hai visto, né per mezzo dei Veda [dei Libri
sacri], né per le penitenze, né per le elemosine, né per i
sacrifici, ma solo per la devozione amorosa diretta esclusivamente a
me, o Arjuna; per essa, io posso essere conosciuto, veduto secondo
realtà e penetrato 13
Pertanto a questo traguardo si
giunge solo per “grazia”. Ciò è ripetuto più volte. Il mio fedele -
così dice Krishna - “compia ogni attività fidandosi di me; e
mediante la mia grazia giungerà allo stato eterno e immutabile”
14 . Ed anche: “Fissando il tuo pensiero su di me, per mezzo
della mia grazia supererai tutti pericoli” 15. In me “ti
devi rifugiare con tutto il tuo essere e, mediante la grazia,
raggiungerai la tua dimora eterna, la pace suprema”
16
Comunque questa insistenza sulla
grazia e sul favore divino non esime dall’impegno personale nel
cammino della perfezione. Infatti, sempre secondo la “Bhagavadgita”,
colui che, con una mente
purificata, si domina con fermezza, respinge gli oggetti dei sensi
[...], abita in
luoghi appartati, mangia sobriamente, disciplina la parola, il corpo
e la mente, si dedica al raccoglimento, trova sostegno costante nel
distacco, lascia da parte l’egoismo, il ricorso alla forza, l’oro,
la cupidigia, la collera, l’istinto di possesso, che è
disinteressato e calmo, quegli è idoneo a ricongiungersi alla natura
del Brahman17
.
Perché proprio di questo
si tratta: il bhakta,
il vero devoto, deve percorrere sino in fondo il
cammino che porta all’unione con Dio. E questa meta è proposta a
tutti, anche se, a seconda dei doni di ciascuno, le vie per
raggiungerla possono essere diverse; così, accanto alla meditazione,
vengono richiamate, come vie alternative e in quest’ordine, la
pratica assidua del bene, l’offerta delle proprie azioni,
l’abbandono fiducioso a Dio18 .
L’unione con Dio è dunque
l’aspirazione profonda del cuore del credente. Essa è descritta ora
come “possesso” del Brahman “che è la più alta cima della
conoscenza”, ora come il “ricongiungersi” o “l’identificarsi” con
lui ~ Così Krishna
dichiara:
Identificato col Brahman,
sereno di spirito, [il mio “servo”] non si affligge più, non ha più
nulla da desiderare; equanime verso tutti gli esseri, ottiene la
suprema devozione verso di me. Mediante tale devozione, egli mi
riconosce tanto grande come io sono in realtà; conoscendomi
realmente, egli penetra immediatamente nella mia dimora20.
Infatti questa unione
sfocia nell’inabitazione di Dio nell’uomo e dell’uomo in Dio, che è
il coronamento del loro amore reciproco. Infatti, dice Krishna,
“coloro che mi venerano con devozione (bhakti), abitano
in me e io in loro” 21 . E Dio prende dimora nel suo
“servo” quando questi lo pone al centro del proprio cuore. Così dice
Krisnha: “Fa’ in modo che la tua mente sia fissata in me e
che il tuo intelletto penetri in me, e allora tu abiterai in me; su
ciò non può esserci dubbio” 22. L’effetto di questa
presenza è, infine, una sorta d’illuminazione interiore che libera
l’uomo dal “peccato”, cioè da una sorta di contaminazione interiore:
“Per misericordia verso di loro, abitando nel loro cuore - così dice
Dio -, io distruggo le tenebre sorte dall’ignoranza mediante la luce
brillante della conoscenza 23.
Al termine, va però precisato
che nella “Bhagavadgita” la tensione tra monismo e teismo, che è una
caratteristica dell’induismo, non è direttamente affrontata e
risolta sul piano teoretico. Tuttavia essa lo è sul piano concreto
della prassi religiosa: il testo afferma con forza che Krishna
è creatore di tutto e tutto è indirizzato a lui. E qualcosa di
analogo si deve ripetere anche per la tensione tra politeismo e
monoteismo; Krishna infatti è l’unico Dio col quale l’uomo
può entrare in un rapporto personale e che rappresenta la meta
ultima della sua esistenza.
5 - Brevi considerazioni pastorali
Iniziamo richiamando alcuni
punti fermi dottrinali che devono guidare il cammino dei pastori
d’anime e dei cristiani sul difficile cammino dell’incontro e del
dialogo con i membri di altre religioni.
Eccoli, in breve. Primo, non è
possibile convivere e dialogare con i membri di altre religioni, se
non si tien presente che anch’essi credono in Dio, nel vero Dio, che
è uno solo benché conosciuto in maniera diversa.
Secondo, anche ai non cristiani
è possibile giungere alla salvezza quando vivano seguendo la voce
della coscienza e la loro religione in ciò che questa insegna di
buono e di giusto. Essi si salvano quindi in forza della loro
religione, non già nonostante essa.
Terzo, ciò è vero, anche se i
non cristiani non riconoscono che la salvezza è donata per mezzo di
Gesù Cristo e nello Spirito Santo, e in forza di una misteriosa
mediazione della chiesa. Dio è grande, e raggiunge il cuore di tutti
gli uomini “attraverso vie che lui solo conosce” 24.
Infine, muovendo da questa base
dottrinale, il cristiano deve cercare, nel modo più opportuno,
l’incontro e il dialogo con chi appartiene ad altre religioni. Nel
dialogo interreligioso può avvenire uno scambio di doni stimolato
dallo Spirito Santo.
Ora, proprio da queste
premesse, sul piano pastorale derivano ricche opportunità, ma anche
nuovi problemi che per la loro complessità non risultano facilmente
solubili. Di quali problemi si tratta?
Per vederci più chiaro, credo
sarebbe molto utile avviare un dialogo tra noi? A questo scopo, ecco
alcune osservazioni preliminari che potrebbero favorirlo.
Anzitutto, dovremmo
ammettere che di fronte a questi nuovi orizzonti ci troviamo
piuttosto impreparati. Questi, penseremmo, sono i passi che potremmo
compiere per superare questa lacuna. La prima cosa è certamente fare
il punto della presenza tra noi di fedeli di altre religioni. Ciò
già porterebbe a un’importante scelta di campo. Infatti, poiché la
presenza più cospicua sul nostro territorio è quella islamica, è
proprio da questa parte che deve puntare la ricerca. La meta cui
dovremmo mirare è quindi stabilire con i musulmani una convivenza
rispettosa e fraterna.
In questa direzione quali passi
sono possibili? Dapprima ci occorre una conoscenza, sia pur
limitata, del mondo religioso di questi “vicini di casa”, che
permetta di vivere insieme senza pericolo di gravi incomprensioni.
Ciò è possibile se, attraverso uno studio mosso da simpatia,
cercheremo di conoscere qualcosa delle tradizioni religiose e
culturali dell’islam. In questo modo si avvierà per noi un lungo
cammino che condurrà a intrattenere con questi fratelli un rapporto
non di estraneità ma di solidarietà.
Sarà bene anche ricordare che
su questo cammino non siamo certo i primi. Altri hanno già
affrontato e, almeno in parte, risolto le nostre stesse difficoltà.
Con loro occorre quindi confrontarci per far tesoro della loro
esperienza e non ripetere gli stessi errori. Va da sé che per far
questo non basterà un affrettato “aggiornamento”: sarà necessario
riflettere a lungo e con passione, muovendo dalla lettura di qualche
libro che sia di valido aiuto.
Personalmente, qualcosa in
questa direzione ho cominciato a fare traendo la convinzione che
vale la pena di continuare. E ciò perché ho capito che questo
approfondimento mi permette di apprezzare meglio la religiosità
musulmana e mi è di stimolo per riflettere più a fondo su taluni
aspetti della mia fede. Un bibliografia minima potrei segnalarla
richiamando qualche testo che ho trovato particolarmente utile.
Continuando il discorso, in
vista di un primo confronto di idee e di esperienze aggiungerei
qualche breve considerazione riguardo al pluralismo religioso in
generale.
In primo luogo, dovrebbe essere
chiaro che di fronte a una conoscenza così vasta e superficiale di
questo fenomeno quale è quella offerta oggi dai mass media, si rende
necessaria una catechesi agile ed essenziale, che dica cosa ci
unisce ma anche cosa ci separa.
In secondo luogo, pare anche
evidente che ciò può far da ponte tra gente di diversa fede è
soprattutto un atteggiamento di rispetto e di aiuto reciproco.
Infine, crediamo che sia meglio
evitare un dialogo religioso diretto: esso tocca temi così vitali e
profondamente radicati che un confronto “ravvicinato” è
difficilissimo. Dobbiamo riconoscere che la nostra gente non vi è
assolutamente preparata. Men che meno, poi, si deve pensare a
qualche forma di proselitismo: esso sarebbe colto come scorretto e
risulterebbe, con tutta probabilità, paralizzante.
Ciò che invece è praticabile è
una sorta di “dialogo vitale”: vivendo gomito a gomito con chi
appartiene a una religione diversa, è possibile, a poco a poco,
conoscersi a un livello profondo, quale sarebbe quello personale,
familiare, e farsi anche un’idea delle diverse tradizioni culturali
e persino religiose. L’esperienza di paesi da sempre multietnici e
multireligiosi insegna che questo incontro è realizzabile ed è
fondamentale 25.
Si possono forse aggiungere
telegraficamente altri due richiami non irrilevanti per la
pastorale. Primo, occorre aiutare la gente a distinguere tra
religione e fondamentalismo: non sono necessariamente legati tra
loro, anche se spesso si accompagnano. Secondo, la questione più
seria sembra quella di aiutare a gestire con senso critico, o anche
solo con molto buon senso, la novità della globalizzazione
introdotta dai mass media, in modo che la gente non ne sia travolta.
Concludiamo con un’ultima
avvertenza. Certo le considerazioni fin qui proposte valgono anche
per la convivenza con i musulmani. Tuttavia, occorre rilevare che
con loro un dialogo religioso diretto presenta difficoltà
insormontabili. Ciò s’intende se si tien conto che, in generale, per
il mondo islamico l’unica fonte di verità è il Corano. Pertanto, per
un musulmano, su Gesù Cristo è vero solo ciò che insegna il Corano;
il Dio cristiano è inaccettabile; la legge che regola tutta la vita
individuale e sociale è quella coranica.
Alla luce di ciò si riesce a
intendere il valore delle direttive di un vescovo africano riguardo
al dialogo islamo-cristiano. Rivolto ai cristiani incaricati
di questo compito, egli insisteva su questi tre punti: che si
rendessero ben conto delle differenze esistenti tra islam e
cristianesimo; che approfondissero la loro fede cristiana; e solo in
seguito intraprendessero il dialogo in uno spirito di
riavvicinamento tra credenti 26.
Insomma, la via giusta per un
incontro con i fedeli di altre religioni sembra proprio quella di
cercare di capirli, di evitare inutili contrapposizioni e di
attendere con pazienza che lo Spirito agisca nel loro cuore. Perché
le vie del Signore non sono le nostre.
Carlo Porro
Indicazioni bibliografiche
Per una prima ricognizione sono
veramente utili i seguenti testi:
J. Jomier,
Per conoscere l’Islam, Roma 1996;
Conferenza Episcopale
dell’Emilia Romagna, Islam e
Cristianesimo (curato da D. Righi),
Bologna 2001;
G. Favaro,
Letture della Bibbia nel contesto religioso e
socioculturale dell’India contemporanea, Brescia 2001;
Le religioni nel mondo,
Novara 2002 (Istituto geografico De
Agostini).
________________________
1
Proponiamo un prospetto statistico
dell’anno 2000, che invita a riflettere.
Popolazione mondiale: quasi 7
miliardi, di cui più di 2/3 non è cristiana.
|
I)
Nel mondo:
+ cristiani
+ musulmani
+ atei:
+ induisti
+ buddisti
2)
In Italia:
+ cattolici
+ musulmani |
2.200 milioni
1.200 milioni
1.100 milioni
800 milioni
400 milioni
47 milioni (81%)
700 mila |
2
P. Rossano, La
questione di Dio nelle religioni, in Aa. Vv., La
questione di Dio oggi, Casale Monferrato 1989, 96 e 97,
rispettivamente (94-109).
3
Si vedano: G. Odasso,
Bibbia e religiont Prospettive bibliche per la teologia delle
religioni, Roma 1998, 78-100; ML.
Fitzgerald - F.A. Machado,
Emerging Christian Theology of Religìons,
“Pro Dialogo” 111,
2002, 3 13-314; A.
Russo,
Dio a colori.
Pensare Dio nell’orizzonte del
pluralismo, Cinisello Balsamo (Milano) 2002, 129-130.
4
E’ questo un insegnamento che
risale indietro almeno fino a san Tommaso. Si potrebbe però anche
ricordare la frase di Tertulliano: anima
naturaliter christiana,
che richiama la conoscenza di Dio offerta all’uomo fin dagli inizi,
che può essere offuscata ma non mai totalmente spenta.
5
Le citazioni rimandano
al volume Bhagavadgita, a cura di A.-M. Esnoul, Milano
1991.
6
Bhagavadgita
10,8
7
Ivi,
11,40.
8
Ivi,
11,43-44.
9
Ivi.
10Ivi,
18,65.
11
Ivi,
9,26-27
12
Ivi,
11,8.
13
Ivi,
11,12.52-54
14
Ivi,
18,56.
15
Ivi, 18,58.
16
Ivi,
18,62.
17
Ivi,
18,51-53
18
Ivi,
12,9-11
19
Ivi,
18,50.53.54 (rispettivamente).
20
Ivi 18,54-55.
21 Ivi, 9,29.
22 Ivi,
12,8.
23 Ivi,
10,11
24
viis sibi notis:
AG 7.
25
A questo proposito è
illuminante la lettura de “La città della gioia” di J. Delapierre.
26
J.Jomier,
Per conoscere l’Islam, Roma 1996, 7.
data ultimo aggiornamento:
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