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Articolo del diacono ARTURO
BAUDO tratto dalla rivista “ Il diaconato in Italia” (n° 126)
Istituendo il collegio
apostolico Gesù non discriminò i suoi discepoli tra celibi e
ammogliati: E’ certo anzi che Pietro, il primo degli apostoli,
avesse moglie. Paolo, nella prima lettera ai Corinti ricorda
(1Cor 9,5) che <gli altri apostoli e i fratelli del Signore e
Cefa> portavano con sé una <donna credente> (in nota la Bibbia
di Gerusalemme traduce anche: <una sposa cristiana>).
Che ruolo avevano queste donne
che accompagnavano gli apostoli? Si può legittimamente
ritenere che svolgessero un servizio atto a favorire l’opera
di evangelizzazione. Non sappiamo che tipo di servizio fosse,
ma del resto non conosciamo con certezza nemmeno in che cosa
consistesse l’attività di ciascun apostolo. Sicuramente però
queste donne, oltre ad aiutare il marito, dovevano offrire
almeno una testimonianza di vita coerente con il Vangelo
annunziato dal coniuge.
Ciò che cerco di affermare non
vuole essere un contributo meramente teorico ma il frutto
della mia personale vicenda umana e spirituale di diacono
permanente. Ciò che segue quindi va accolto anzitutto come un
sentire “dal di dentro” un’esperienza vissuta. Ma anche in
senso più generale è possibile dire che la totalità del dono,
insito nel matrimonio sacramentale, esclude necessariamente
che il diacono sposato possa emarginare la moglie dalla
propria vita spirituale, di cui l’esercizio del diaconato è
una parte essenziale. Perfino i frutti del lavoro materiale
sono normalmente condivisi dai coniugi anche se il lavoro di
ciascuno dei due si svolge in sedi e momenti separati. La
condivisione delle ricchezze materiali è “segno” di una
comunione spirituale assolutamente necessaria perché un
matrimonio possa definirsi cristianamente vissuto. A maggior
ragione qualunque divisione, soprattutto se causata dal
diaconato del marito, costituirebbe una sorta di “piccolo
divorzio” che comporterebbe il venir meno di quella condizione
<da principio> voluta dal Creatore che volle i due <una carne
sola>. L’unione però non comporta privazione d’identità né di
ruolo, si parla, infatti, di complementarietà.
Si pone dunque il problema di
comprendere come si realizza questa complementarietà nella
coppia diacono-moglie. Dal diritto canonico (can. 1031, §2)
sappiamo che la moglie del candidato diacono deve esprimere il
suo consenso all’ordinazione del marito (in mancanza del
quale, l’ordinazione non può avvenire). Questo consenso ha
dunque un’efficacia determinante per la legittimità del
sacramento almeno nelle forme oggi stabilite. In sostanza la
moglie che presta il consenso non si limita a “permettere” al
marito di diventare diacono, ma accetta di ricevere nel suo,
personale, matrimonio la grazia del diaconato del marito.
D’ora in poi lei non sarà più la moglie di un uomo battezzato
ma la moglie di un ministro di Dio. Si potrebbe ritenere a
prima vista che questo mutamento possa avere risvolti solo sul
piano sociale. Ma non è così: si verificano delle conseguenze
sul piano della Grazia personale di entrambi i coniugi. Basta
ricordare, ad esempio, che la santità non si raggiunge né si
realizza con il compimento di “opere” buone (che non sono
sufficienti nemmeno a salvare) ma nell’accettazione dei doni
della Grazia di Dio.
E’ questo il motivo per cui
Maria è la <tutta santa> e la <piena di grazia>. La sua
santità non deriva dalle sue opere ma dall’accoglienza del
Dono per eccellenza. Accogliendo il Figlio di Dio ella riceve
il massimo dei doni e questo la rende più santa di tutti i
santi. Se ciò è vero, allora il consenso della moglie del
candidato diacono è accettazione del dono di grazia (il
diaconato del marito) che necessariamente incide in ambito
spirituale proprio della donna (legata al diacono per effetto
del sacramento del matrimonio). Pertanto è atto in sé
santificante ed in quanto tale automaticamente produttivo
anche di frutti spirituali.
Il consenso della moglie dunque
contribuisce anche a generare gli effetti propri della Grazia
del marito il quale potrà esplicare il suo ministero solo a
condizione che la moglie lo consenta all’origine e lo
favorisca (o per lo meno non lo contrasti) in seguito. Si può
riscontrare legittimamente una analogia tra il fiat di
Maria e il consenso della moglie del diacono. Maria infatti
con il suo sì permette al Verbo di farsi Uomo e quindi di
svolgere la sua missione evangelica. E così per molte storie
di donne narrate nelle sacre scritture: queste donne entrano
nella storia del popolo eletto semplicemente per il fatto che
seguono i loro mariti.
Non si tratta di eroine, né di
donne eccezionali. Tuttavia esse hanno il merito di
condividere la fede dei loro mariti. E questo fa sì che, con
la loro vita semplice, assumano un ruolo decisivo nella Storia
della salvezza, acquistando fama nei secoli. Si pensi a Sara,
la moglie di Abramo, a Rebecca moglie di Isacco, a Lia e
Rachele mogli di Giacobbe, Zippora moglie di Mosè, Betsabea
moglie di Davide e madre di Salomone, Elisabetta moglie del
sacerdote Zaccaria e madre di Giovanni Battista. Lungi quindi
dall’essere sottovalutato, il compito delle mogli dei diaconi
non può essere considerato un imbarazzante “di più” ma viene
invece riconosciuto e valorizzato per quello che è: dono di
grazia accettato e fruttuoso, silenzioso ma efficace.
Consacrante e santificante. Un sì molto impegnativo perché
comporta scelte di vita, rinunzie, conseguenze pratiche
connesse con la promessa di obbedienza al vescovo (e ai suoi
successori) da parte del marito, persino qualche possibile
derisione (“la moglie del …. prete”). Un sì che consacra e
rinnova la vita matrimoniale e quindi che riveste di nuovo
splendore spirituale lo stesso matrimonio celebrato tanto
tempo prima.
Vita di consacrati che sanno di
non appartenere a se stessi ma a Dio, che cercano di essere
pietre vive nella costruzione del Tempio. Vita di sposi
innamorati che meditano e pregano e vivono perennemente il
Cantico dei Cantici: <Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come
sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore>
(Ct 8,6). Per essere segno visibile dell’amore sponsale di
Cristo per la sua Chiesa. |