La pace e le nuove prospettive del diaconato in Italia – don Giuseppe Bellia

Pagina superiore: Convegno nazionale Assisi 2002

Prof. Don Giuseppe Bellia, direttore della rivista “Il diaconato in Italia”

“La pace e le nuove prospettive del diaconato in Italia”

 

Questa relazione che faccio non è affatto conclusiva del convegno, semmai vorrebbe essere puntuativa di alcune cose. Come ho detto proprio all’inizio, si tratta di capire lo schema che sta dietro a questo nostro essere convenuti qui e poi un prendere atto delle cose che, nei gruppi di studio, e che personalmente, singolarmente, delegati e anche i vescovi presenti e anche singoli diaconi mi hanno fatto presente in questo tempo di condivisione. Ora dico subito che la lettura che io do di questi consigli, di queste osservazioni, è una lettura teologica; quindi non vuol essere di tipo statistico, ho cercato di avere l’occhio più lungo, certo non per capacità propria ma per le preghiere di qualcuno di voi. Quindi una lettura volutamente teologica, perciò non aspettatevi che io dica le singole cosettine belline dette nei singoli gruppi di studio. Tutti dobbiamo fare un passo indietro e cominciare a desiderare di non essere individuati qui perché c’è un altro che ci individua meglio da un’altra parte. Allora la lettura teologica che do di questi fatti hanno segnato secondo me due tratti evidenti.

Il primo. Descrivo quasi tutte le relazioni – solo una o due non mi sono pervenute, una m’è pervenuta troppo tardi e l’ho scorta un po’ in fretta -. Però un dato è questo: diciamo che, complessivamente, quello che s’era consigliato metodologicamente è avvenuto. Quasi tutti i gruppi, con un’unica eccezione, mi pare, da quello che è scritto, hanno cominciato dalle tematiche prospettate ma, di fatto, poi si sono allargate a tematiche in parte conosciute, in parte, questo è interessante, nuove. E allora, davanti a questo proliferare di osservazioni, alcune un po’, qui possiamo dirlo, un po’ bigottelle, alcune un po’ devote del tipo, per esempio, parlo in generale, “bisogna essere più umili” – va bene! Ma questi sono consigli che in genere danno i preti, se li danno anche i diaconi…! -; il problema non è l’umiltà; è la modalità dell’umiltà che salvaguardi la verità, innanzi tutto, e, dunque, anche la misericordia. Ma insomma, non abbiamo imparato niente in tutti questi anni, che dietro a cosiddette facili virtù ci sono pigrizie morali inconfessabili e i diaconi, se è vero che sono i ministri della soglia e guardano dentro e fuori, non possono far finta di non vedere, e devono chiedere continuamente a Dio uno sguardo lungo per i loro vescovi, per l’eucaristia dei loro vescovi, e poi per tutto il popolo di Dio. Dunque alcune cose lasciamole, lasciamole perché tanto poi non edificano, perché sono scontate.

Allora, in questa lettura teologica che do dei fatti, due cose mi hanno molto toccato e impressionato.

Il primo. Alla fine sia nello scambio che ho avuto con i responsabili di gruppo, sia con quelli che sono poi venuti personalmente a dirmi e ad aggiungere alcune cose allo scritto, sia da parte di singoli diaconi, la cosa che tutti hanno fatto notare in positivo è esattamente il gusto – proprio uso la parola in senso etimologico – il gusto, se volete, biblicamente, gustare quant’è buono che i fratelli stiano insieme. Questo non è scontato, non è acquisito perché il tema, avete sentito, era quello della pace, la finalità era quella della speranza ma già fin da ieri ho ricordato che se la pace fosse ovvia, come il punto di approdo di un teorema morale, non ci sarebbe bisogno di alcun salvatore e non ci sarebbe bisogno nemmeno di conversione. Quindi la pace non è il punto di approdo di un ragionamento ben condotto che coglie tutti gli elementi giusti, inevitabili; oserei dire che la pace non ci può essere nemmeno senza questo, però: guai a peccare ogni volta per eccesso da una parte o dall’altra! Dio ha fatto bene tutte le cose; le cose monche non sono da Dio e vedere le cose buone significa vederle nella distinzione con cui sono state create e offerte a tutti noi. E voi diaconi più di tutti dovreste avere questa sottigliezza dello sguardo, soprattutto i diaconi sposati. Non siete voi il principio di una distinzione nell’unità, che resta distinta e non può essere mai confusa? Le facili fughe in avanti di coppie diaconali o la separazione sono due eccessi che non corrispondono alla grazia originaria né alla teologia della tradizione santa e cattolica. Dovete avere pazienza; non è spingendo…dico questo perché molti gruppi hanno fatto notare una cosa che più avanti vi dirò. Dunque, se il bene grande è stato, come dice il salmo, “come è bello che i fratelli stiano in uno”, cioè il confrontarsi, il parlarsi – più di uno ha detto che gente che non voleva parlare nei gruppi poi s’è sentita rincuorata, ha parlato; molti hanno detto: “ho detto cose che non avrei avuto il coraggio di dire altrove”, non sempre nel gruppo ma poi anche dopo, m’hanno fatto notare. Altri hanno avuto il coraggio di porre domande e questioni che si portano dietro come un peso che…faccio un esempio, per intenderci, – lo dico per quelli che ovviamente vengono dalle grandi città, dalle grandi realtà – ma voi sapete cosa vuol dire, nelle diocesi piccole, per il diacono che si incontra con il non gradimento di un prete o dei preti, andare a dirgli ciò che lo agita nel cuore, il turbamento – anche nell’attività ministeriale – che significa per alcuni? Allora i luoghi sono consentiti dall’incontro e però da qui emergeva un dato.

Il dato che mi ha impressionato – insisto su una lettura non quantitativa-statistica: su questo poi le sue riflessioni le farà il diacono Andrea che sta qui alla mia destra; gli passerò tutto il materiale e poi, semmai gli darò chiarimenti – La lettura teologica l’ho potuta situare in questa duplice dimensione: da una parte il gusto di stare insieme, dall’altra la lamentela che questa comunione manca. Guardate, innanzi tutto, è ovvio, la lamentela è che manca a livello coi preti, qualche volta coi vescovi, qualche volta coi delegati, qualche volta questa comunione c’è stata e poi si è dissolta come nebbia al sole. In molti c’è la nostalgia di una comunione più forte con gli altri gradi dell’ordine. Faccio notare subito – e questo mi ha molto impressionato – che quasi nessuno, dallo scritto e a me personalmente, ha fatto notare l’uguale assenza di comunione tra diaconi. Strano, strano! Perché questo non v’interessa più? Avete già imparato dai preti? Allora, poi, questo è, nel profondo, uno degli aspetti di quello che si chiama clericalizzazione. Dunque questa mancanza di comunione ovvia e scontata che è stata fatta notare in molte relazioni.

Secondo difetto di comunione. Manca o si vorrebbe – adesso dico le parole come le penso – manca perché non è piena, manca perché è stata turbata a motivo dell’ingresso nella formazione diaconale o dopo, con la stessa sposa, nella famiglia. Molti hanno fatto notare – molti nel senso adesso non della quantità, consentitemi di non ripetermi – hanno fatto notare che c’è qualcosa che non funziona, nemmeno con le famiglie. Faccio notare alcune delle cose che mi sono state fatte osservare dopo, perché nello scritto, ovviamente, c’è un pudore, tre elementi di questa comunione familiare. Primo, una mancata intesa con la sposa che, come dire, è stata buona all’inizio, meno buona un po’ più avanti, stranamente nel ministero si raffredda. Non è vero che è una soluzione a questo il coinvolgimento della moglie all’interno del ministero: il coinvolgimento è di altra natura! Secondo. Una mancata comunione con i figli. In questo è interessante notare che molti diaconi, molti rispetto a quello che io ho osservato, rendono presente una osservazione; come dire: “con alcuni figli c’è riuscita o, meglio, con i primi figli c’è riuscita ma con l’ultima generazione qualcosa non funziona”. Terzo elemento – questo lo dico in prospettiva, è un uditorio si direbbe adulto! vero? quindi, anche qui, fatemi dire le cose come le sto dicendo, spero in forma pudorosa … -, nessuno mai è stato turbato, nell’esercizio del ministero, quando, per esempio, si ha a che fare con famiglie sfasciate, si ha a che fare con situazioni dove il mondo femminile spesso è ancora umiliato? Che cosa accade? Non diversamente di quello che accade ai preti! Non c’è un avvicinamento che rischia, quanto meno un turbamento interiore, un’incapacità di capire che non siamo fuori dalla mischia nessuno, nessuno? E quindi queste cose chi le vuole leggere le sa leggere e capisce che c’è anche questo strano scollamento, perché lì è un dato essenziale: se non si è veramente cresciuti nella misericordia come si fa a dire alla sposa o, viceversa, la sposa allo sposo, il turbamento che prende davanti a situazioni, per la carità, dove uno non c’ha in mente il peccato, mi capite?, ma si ritrova come scoperto davanti alla possibilità di cadere. E alcune cose confidatemi da alcuni delegati a voce, pregandomi di dirle, è, per esempio, lo sconforto che ha preso nel sapere che qui e là – le statistiche americane ci fanno scuola – ci sono già parecchi casi di matrimoni di diaconi saltati. Non si tratta di puntare il dito – vero? -. Spesso sa Dio come vanno le cose e sa Dio l’umiliazione che portano certi diaconi in situazioni… Però perché alcuni delegati mi hanno pregato di dirlo? Perché qui c’è un dato interessante; perché anziché puntare il dito su questi fallimenti mi hanno detto: “sto cercando di interrogarmi, io e alcuni diaconi, su come è stato possibile che non ce ne siamo accorti, come è accaduto che non abbiamo visto quello che, col senno di poi, sembrava così ovvio, così chiaro? Ecco quel difetto di comunione infradiaconale, di fraternità diaconale che, secondo me, non detta da nessuno, indica un po’ il peccato; il peccato che chiede di essere riconosciuto e affidato a Dio e dalla sua grazia curato.

Terzo elemento di mancanza di comunione – questo lo leggo in senso quasi statistico – una difficoltà, nel ministero, che deriva, come dire, dal fatto che, con tutte le buone intenzioni che ci si mette nel volere fare del bene, poi gli altri il bene non se lo lasciano fare. Non è vero che sono tutti così disposti. Ieri c’è stato ricordato che amare i poveri è un’impresa difficile. Si, voi vedete Madre Teresa di Calcutta, tutti gli fanno…un po’ di teste coronate in giro, un po’ di inchini! Ma chi ci vive con i poveri, e se i diaconi ci vivono, e guai se non c’hanno mai vissuto! Vi ricordate quello che diceva San Vincenzo de’ Paoli: “Sono padroni così esigenti” e, a volte tanto più esigenti, quanto meno mancano di garbo, di forma di misura. Questa difficoltà con mondo, una di queste difficoltà era già stata preventivata ed era il motivo per cui ci siamo affacciati al mondo islamico. E la testimonianza che qui è stata prodotta, e l’intento con cui è stata pensata questa testimonianza, non era affatto distrattiva rispetto all’impegno del diacono – mi capite? Dovete avere uno sguardo più lungo! qualcuno pensa che restando sempre nella propria bottega si riesca, in qualche modo, come dire, a fare di più. Non è vero perché protagonista di ogni azione ministeriale – andate alla lettera ai Corinti – nella diversità delle operazioni, sapete che è lo Spirito. Dunque lo Spirito agisce in quella forma preveniente, noi diremmo, concomitante e, dunque, più efficiente; senza di lui non possiamo fare niente ma senza il suo Spirito non possiamo avere occhi per vedere, intelligenza per comprendere, cuore, volontà per agire. E guai chi avesse coscienza che può fare da sé tutto questo!

Allora, questo sguardo lungo sul mondo indica che manca, in qualche modo, la possibilità di comunione con l’alterità, con la diversità, con i lontani. Uno di questi dati che mi ha molto impressionato, perché nessuno lo cita, – è stato citato dal card. Piovanelli il primo giorno – non è possibile, con tutto quello che accade nel mondo, e avete sentito ieri una denunzia per qualcuno troppo gridata ma, intanto, prendete il contenuto, poi le bucce si possono sempre fare, sulla guerra; molti di noi non erano d’accordo – si capisce il tono provocatorio, sapete, perché normalmente, diceva uno che ha molto influito sulla vita di Charles de Foucauld, quando la profezia arriva, la benedizione arriva, rompe i vetri. Beh, nessuno ha il diritto a rompere, vero?, però le cose devono essere prese e siamo sicuri che ogni tipo di reazione che noi abbiamo davanti a qualunque tipo di provocazione è così pura, è così disinteressata per cui io sono prima di Cristo prima di essere di Pietro, di Paolo e, peggio, peggio, prima di essere di questo o quel candidato politico? Siete sicuri che molte delle reazioni diaconali rispetto a quello che sta succedendo è per una precomprensione dei fatti ideologica? Io non ne sono così sicuro che i nostri diaconi, davanti a certi fatti che sono accaduti, e lo debbo dire, la legge Bossi-Fini: abbiamo desiderato una parola chiara e che cosa aspettiamo? come al tempo del terzo Reich, in attesa che Roma decide, che qualcuno decide, che chi deve parlare parli noi lasciamo che le cose si possano compiere così? Lo ripeto, a noi non è detto di influire, di pretendere e di esigere ma ognuno faccia quello che deve fare. E’ scritto per noi “ero immigrato, ero forestiero” o per chi è scritto tutto questo? Voi potete “driblare”. Se avete già imparato dal peggio del clericalismo sapete in quanti modi noi possiamo giustificarci. Blondel, prima di morire, diceva che la più parte del tempo noi la passiamo nell’autogiusitificarci e come siamo abili, dice Teresa la grande, nel trovare giustificazioni davanti a Dio! Ma, con tanti balletti interiori possiamo eliminare il dato essenziale della diaconia su cui adesso mi voglio soffermare?

Dunque, mancanza di comunione. Semplificando si può dire nella Chiesa, col mondo, addirittura dentro la stessa famiglia, facendo le proporzioni di ciò che è stato detto. E, davanti a questo, una domanda che è come implicita e, adesso, io voglio dare una lettura biblica-teologica, per cui risponderò non alle singole sollecitazioni dei questionari ma, abbracciate in uno sguardo d’insieme, così come dovremmo sempre fare, non dare la mia risposta. Personalmente non sono d’accordo su tutti i fenomeni di cosiddetta attualizzazione, di moralismo. Ci sono vari tipi di moralismo: il più insopportabile, a mio avviso, è quando uno ha già in mente quello che deve dire e poi trova nella Parola di Dio la puntuale conferma. Per questo io non sono d’accordo con un modo di leggere la Parola di Dio che non è rispettoso del testo, che non è rispettoso del contesto prossimo e remoto e che non è rispettoso della finalità cristologica. Non importa che sia detto bene, in forma suggestiva. Io penso che uno dei modi, oggi, per compiere, secondo sapienza, la diaconia della Parola non è quello di ammannire continuamente delle cose sulle teste degli altri. I nostri vescovi nel documento importante…in questo documento importante c’è una parola che si chiama trasparenza, che è stata trattata bene in un commento del nostro teologo Citrini, milanese. Che cos’è questa trasparenza? E’ il distintivo di ogni ministerialità. Se quando noi agiamo la gente vede noi e non vede Cristo noi abbiamo già ricevuto la nostra ricompensa. Ma c’è di peggio, è che spesso noi impediamo alla gente di giungere a Cristo. Ora uno dei modi per compiere la diaconia della Parola, consentitemi questa precisazione non professorale, è quello di consegnare agli altri tutti gli strumenti perché gli altri facciano a meno di noi. Voi dovreste insegnarlo, se siete padri. Ma che cosa vuol dire la paternità? Tenere sempre dei bambinoni a ricasco, giustificati sempre? E’ questo: quando un padre ha fatto del proprio figlio un padre a sua volta. Ma non è quello che sapevano gli antichi? Ed è questa la paternità spirituale: non quella meccanica della generazione ma quella del compiacimento reciproco, tra il Padre e il Figlio e il Figlio e il Padre, dove il compiacimento è una terza persona lo Spirito Santo.

Allora, consegnare gli strumenti.

Ora io, ovviamente, qui non posso, di questa lettura biblico-teologica che tenterò, non posso consegnarvi gli strumenti ma vi dico che ci sono e si chiama analisi diacronica, si chiama analisi retorica; qualcuno di voi queste cose le ha studiate ma perché non le mettete a frutto? Come avete studiato? Quando vi preparate non vi viene il gusto di capire quelle cose che avete studiato se vi servono? Non è possibile che i diaconi studino poco dopo l’ordinazione; tutte quelle materie date lì, tutte, 36, 58, 61, sembra di dare i numeri, e poi non resta nulla! Le stesso osservazioni le ho fatte per i preti e le ho messe per iscritto. Troppo! Troppo di tutto e niente di niente. E uno dei dati impressionanti, per giovani preti e anche diaconi, è una lamentela che fa il popolo di Dio nei vostri riguardi – ovviamente non è qui ma ve la dico perché giro l’Italia e lo so -; dice: “sembra che non ha studiato”. Ma cosa vogliono dire? Che molti di voi, quando fanno omelie o liturgie della Parola, la dicono facendo riferimento e attingendo a un bagaglio precedente ai vostri studi, cioè alla devozione – alla devozione quando va bene! –, ai moralismi. La Parola di Dio non è detta perché l’altro faccia quello che tu dici; la Parola di Dio è detta perché chi la dice per primo l’ascolta, anzi l’ascolta insieme a voi. Poi deve lasciare che questa Parola risuoni secondo quella libertà sovrana dello Spirito per cui la Parola – è detto solo della Parola – è la consolazione (lettera ai Romani). Le Scritture soltanto ci consolano non gli uomini. Se voi sapete che, anche etimologicamente, consolare vuol dire “stare con chi è solo”, la solitudine profonda del cuore nessun uomo la può colmare ma Dio la colma a partire dalla sua Parola. Perciò svolgere questo ruolo secondo me è fondamentale; le suggestioni lasciamole, non servono.

Allora da dove parto io? Parto da un’osservazione che mi è stata fatta per iscritto da un diacono. Quindi io vi dico da dove traggo l’osservazione e vi dico perché adesso procedo così; non era preparata, è stato questa notte che ho cercato di capire. Mi dice questo diacono: “Io sono partito e sono partito in un modo, con tante belle speranze e anche la mia famiglia. Man mano che sono andato avanti ho notato che quanto più mi sembrava di essere contento e soddisfatto di fare il diacono tanto più c’era come un gelo attorno nella mia famiglia e nel mio ministero. E, man mano che vado avanti, ho paura che le cose peggiorino e mi chiedo: ma dove sto andando?”, Voi potete dire: va bene, è un caso personale. No, non è un caso personale; è un caso biblico. E allora io parto – farò riferimento soltanto al vangelo di Giovanni – parto da un dato essenziale. Il dato essenziale è il capitolo 12 del vangelo di Giovanni, nel versetto 26. Qualcuno di voi che è più fresco di studi si ricorda che quel punto essenziale, centrale del vangelo di Giovanni dove gli esegeti ci dicono che si passa dal vangelo dei segni a quello della gloria o, se volete, dal vangelo preparatorio al vangelo dell’ora, del compimento dell’ora. Ma, se vi ricordate, il passo in cui s’incontra esattamente questo passaggio contiene un versetto che non pochi esegeti hanno detto “ma qui c’è una svista, qui forse il versetto non ci stava”; poi, lentamente, magari con l’ausilio dei Padri della Chiesa o dei santi monaci egizi, s’è capito che questo passaggio essenziale dice – io provo a leggerlo così voi ve lo ricordate –  la premessa è che d’improvviso, dopo l’unzione di Betania, siamo dunque nel ministero gerusalemitano, l’ultima settimana di Gesù, e, sapete che Giovanni insiste che è il discepolo che dice il vero, si presentano gli ellenisti (oggi si direbbe, gli americani ricchi) i quali sono curiosi e vogliono conoscere Gesù, conoscere, quindi non una curiosità superficiale, e si rivolgono ai discepoli di lingua greca i quali vogliono andare al Signore – e si vede che sono “gasati” i discepoli: come dire, è fatta, caspita, arrivano anche i greci che ti vogliono parlare e conoscere! Allora? E non era interessante in quel momento fare sponda su questo plauso, su questo consenso che la koinè greco-romano poteva dare davanti al provincialismo farisaico e sadduceo? Eppure in questo momento la risposta di Gesù dice: “Ah sì? Allora dite loro che mi vedranno, mi conosceranno ma quando sarò inchiodato in croce”. E proprio in questo punto essenziale di passaggio dove ci vorrebbe molto tempo per farvi cogliere con una lettura infra-biblica con quale perizia Giovanni, chiamato “o feologoV”, il teologo, riesce a farci cogliere, ciò che solo Cristo coglie, e cioè la richiesta dei greci, anziché essere un motivo di autocompiacimento e di consenso, fa scoccare l’ora della passione, morte e risurrezione di Gesù. Perché in quel momento? Perché lui sa che la mietitura abbondante, già accennata nel dialogo con la samaritana, non viene per un’opera di addizione dell’uomo, per un’opera di bravura dell’uomo ma viene per un’opera di sottrazione – vi è stato ricordato in questi giorni – in greco si dice di kenosi e questa kenosi, val la pena sempre ricordarla, è un’opera progressiva, esaustiva di sottrazione perché non soltanto da Dio si fa uomo e, tra gli uomini, si fa servo e, tra i servi, si fa obbediente fino alla morte, fino ad essere cadavere ma tutto questo lui lo sigilla in un dato, l’eucaristia, si fa pane e vino. Dunque è così che paradossalmente i greci verranno, che i lontani verranno non dunque con quell’eccesso di zelo pastorale che, voi sapete, spesso è più pastorizia perché è un pragmatismo elevato a regola teologica (cioè quello che mi riesce diventa quello che si può fare). Sarebbe interessante che i diaconi che hanno a che fare con tutta la catechesi familiare e non o pre-sacramentale, dicessero “quanto d’inutilità c’è in tanti fogli e libri stampati”. Allora proprio in questo luogo che uno non s’aspetta c’è un passaggio perché? Perché è importante, perché è l’unico luogo giovanneo dove s’incontra il verbo e il sostantivo “diacono”, diaconia, diaconizzare, l’unico, e qual’è questo passaggio? 12, 26: “Se uno mi serve mi segua”. Strano, proprio qui? Allora significa che il primato non è dato al fare qualcosa per Gesù Cristo; il primato è nell’essere fatti, semmai, dallo Spirito, in conformazione a lui. Dunque il primato non è svolgere, nemmeno il fare ministeriale, e questo in sintonia con tutti gli altri evangeli. Nell’ultimo giorno non saremo chiamati se siamo stati ordinati diaconi, se poi c’è riuscito, presbiteri e poi, alla faccia di tutti, come dire, canonici, cardinali o che so io…non lo dico vescovi, perché hanno già una responsabilità grande li loro e, se credono in Dio, passeranno molto tempo a darsi dei pugni sul petto. Dunque…ma questo è vero, è vero è vero! allora il primato non è dato, tant’è vero che nel giudizio chi si presenterà dicendo “Signore, Signore” con la doppia ripetizione che significa “t’ho conosciuto, so chi sei, l’ho detto!”, non chi dice ma soltanto chi ha due caratteristiche che, come sapete, corrispondono, come c’insegnano i Padri, al duplice giudizio con cui saremo giudicati. Attenti, perché spesso qui si fa confusione! Un giudizio che noi diciamo universale riguarda anche quelli che non hanno potuto conoscere Cristo e non avrebbero potuto dire “Signore, Signore”, dunque tutti gli uomini e quel giudizio è sulla misericordia (“ero forestiero, ero…”). Dice:”ma io sono islamico”; chi se ne importa: “ero…ero… e tu l’hai fatto per me” per i più piccoli in cui lui si identifica; “lo hai fatto a me”. Ma noi cristiani, fratelli, non solo saremo giudicati su questo ma c’è un’altra cosa su cui saremo giudicati. E che cos’è quest’altra cosa? Se siamo di Cristo, se gli apparteniamo o meno. Quelli che non hanno lo Spirito di Cristo lui non li riconosce come suoi. Il giudizio per quelli cui più è stato dato più sarà esigente. E qui la Chiesa, dal punto di vista magisteriale, latita con quel purgatorio messo lì, al centro del medioevo, come una specie di… C’erano dieci vergini: badate tutt’e dieci vergini, vero?, e tutt’e dieci dormienti ma cinque non entrano per una fesseria, peccato venialissimo dei venialissimi: s’erano dimenticate un poco d’olio. Risulta dai catechismi che queste vanno in purgatorio!? Ah, se vi volete accontentare! E i servi a cui erano stati dati i talenti? Quello che gli rende il suo – oh il suo!, intonso, pulito, come glielo aveva dato -, non entra; e su questo c’è poca vigilanza, c’è poco sentire. Lo so, lo so che con il purgatorio inteso in un certo modo c’è una specie di passe-partout; poi cosa dire quando anche i diaconi collaborano a quella devozione che è contraria…Fatemi dire come la voglio dire: il passe-partout dei primi nove venerdì del mese, chi è riuscito a centrare una serie progressiva, ininterrotta di nove venerdì è sicuro d’andare, dove? Ma chi l’ha dette queste cose? Lì c’è una garanzia di conversione; e perché nove? Non sono forse le donne, i mesi in cui uno è gestito? Non nasce un uomo in nove mesi? Non può nascere una conversione in nove mesi? Ma che si fa di quella gente che salta tutte le domeniche tra un venerdì e l’altro però il venerdì te lo trovi lì, in Chiesa? E perché queste cose voi non le dovete dire, se le sperimentate!? E dovete continuare a dirle, con misericordia, ma fino al punto che poi gli dici: “guarda, adesso sai che si fa? La comunione non te la faccio; andiamo a farci un tressette, andiamo a giocare a carte”; quello che volete voi ma, con buon garbo, si deve dire perché c’è una responsabilità nostra. Come anche di quei preti – detto qui per inciso perché non ce l’ho solo coi diaconi – che vedono famiglie spaccate che separatamente vengono a ordinare messe per i loro defunti ma loro non s’incontrano! Eh, dice il prete, oh son due; lo credo che son due ma tu che fai? la somma? Tu non puoi consentire perché è scritto: “se vedi che c’è una divisione tu non puoi andare”. Io ritengo che queste cose, lo ripeto, dette con buona maniera, aiutano infinitamente più che una serie di puntati…

Torno al testo. Dunque, il primato non spetta al servizio, il primato non spetta alla diaconia: il primato spetta alla sequela. E allora io mi chiedo: e da dove comincia la sequela? Come comincia? Ed è questo il motivo per cui mi son rifatto a questo biglietto commovente di questo diacono, perché era vero, vero. E’ difficile essere veri, sapete; in buona fede sì ma, in buona fede sapete quanti hanno martirizzato e torturato gli altri: si dice da noi in Sicilia: “non salva la buona fede ma la fede buona” che è un’altra cosa. Molti in buona fede sono disposti anche ad ammazzare il padre e la madre, molti in buona fede commettono crimini di slealtà, di calunnia, in buona fede, ma l’autenticità del cuore è un’altra cosa. Dunque, questo biglietto, così toccante e autentico, sostanzialmente dice “ma dove sto andando? Da dove sono partito? E io prendo con voi, proprio in Giovanni, il principio della sequela. Due ragazzi, in pieno deserto, curiosi forse, certamente ragazzi, che vanno col  Battista, un predicatore che, certo, le cose non le mandava a dire, vero?; lui se ne stava a casa sua ma chi veniva, se riusciva a sopravvivere…e, siccome era di moda, ci andavano anche i gerusalemmitani, i farise, i sadducei; e che gli diceva lui? “razza di vipere, ma come siete bravi!”. E Gesù lo ha difeso: “ e perché ci siete andati nel deserto? che cosa volevate? l’assoluzione preventiva? Andate nei palazzi dei potenti! I potenti che assolvono sempre perché gli date connivenza ma i profeti no; i profeti non fanno nemmeno politica, a loro non spetta che vinca il partito che si rifà al loro messaggio. A loro spetta seminare; guai se non lo fanno con la stessa libertà del Battista: la loro sorte è segnata. Bonhoeffer, prima di morire scrive: “Signore potevo sapere che era così doloroso il seguirti, così amara la sequela? Allora il martirio, abbiamo detto in questi giorni, non si cerca e, quanto più è procurato da Dio, quanto più si vive con timore e tremore. Come ho segnalato ieri in quel versetto di Marco, nel seguire il Signore uno prova stupore nel vederselo sempre davanti ma, nell’andargli dietro, si prova paura. L’ha provata lui! E perciò la pace, come il coraggio, non sono ovvietà, non sono meccanicità; sono un continuo accettare un dono che ci trasforma, che ci modifica, che ci umilia. Dunque dove comincia? comincia in pieno deserto, capitolo 1 di Giovanni, versetti 35 e seguenti. Però qui la traduzione, certe volte, lascia a desiderare, perché quella famosa frase “Maestro, dove abiti?”, ma voi pensate che gli hanno chiesto l’indirizzo? E, insomma, il verbo menein è un verbo teologico, è un verbo fortissimo; se lo volete, andate a vedere dove torna questo verbo, i passi in cui ricorre, pochissimo in senso descrittivo; torna in tutti i luoghi tipicamente trinitari, sacramentali, escatologici. Insomma è un verbo forte. Ma, c’è di più; anche l’espressione “dove”, in greco pou meneiV, quest’avverbio è un avverbio teologico; come l’altro avverbio, sempre in Giovanni, poqen, “da dove”, torna nei punti rivelativi più alti, “da dove trai quest’acqua?” “dove ci porti?”. La domanda, letteralmente, si potrebbe tradurre “dove ti fermi? Dove stai?” ma capite cosa vuol dire?: “dove stai andando, dove ci conduci?”! Allora qui s’impara la sequela, in due modi diversi: uno al presente, un imperativo, uno al futuro: Venite e vedrete”. Dunque, quando uno parte, come Abramo, parte senza sapere dove andare. Io mi chiedo, ma non ho da fare nessun rimprovero: e quando siete partiti, sapevate dove andavate? Sì? Peggio per voi, sarete così delusi alla fine! E guai se non restate delusi perché state seguendo voi stessi. Perciò la domanda è essenziale. Non è vero che sappiamo dove stiamo andando. “Potevo sapere io che era così doloroso il seguirti?” E qui l’equivoco. Il mondo mondanizzato, la Chiesa mondanizzata, i cristiani mondanizzati equivocano, equivocano. Se è consentito parlare con franchezza, cioè con “parresia”, si direbbe, è scritto da qualche parte che il successo anche di tipo ministeriale è il marchio della benedizione divina? Forse che lui ha detto “imparate da me che ci so fare con le folle, imparate da me che riempio le piazze, imparate da me che…? beh, continuatelo voi. Strano! Lì, in 12,26 c’è scritto:”Se il chicco di grano non muore, non porta frutto”. Noi siamo qui a parlare di un chicco di grano che è morto. E di tutti quelli che non sono morti? Gli storici se ne occuperanno, con la loro ironia, quando va bene.

Dunque, lì comincia il viaggio. Sarebbe interessante – ma ve lo consiglio, non posso farlo qui io – mostrarvi come questo viaggio si articola: è un viaggio dove continuamente lo stupore e la paura si devono continuamente intrecciare; guai se fosse solo lo stupore, senza i piedi per terra! Ma guai se fosse solo la paura, senza il conforto della trasfigurazione! Perché questa è la consolazione, è scoprire, periodicamente, con una ciclicità che non dipende da noi, che il Signore c’è ed è sempre davanti. C’è una poesia di uno strano ebreo ateo, comunista, Alexander Block, in un poemetto chiamato “I dodici”, dove c’è l’irrisione, l’irrisione di un gruppo di rivoluzionari che dicono di fare la rivoluzione ma macinano vendette private e gridano parole ideologiche forti, mentre sparano anche al latrato dei cani; uomini che vogliono imprimere la giustizia e sono spaventati essi stessi. Eppure questo ateo ebreo sapete come conclude il suo poemetto? “Davanti a loro, non visto marci tu, o Gesù”. Questi sono quei segreti di luce che ci aprono anche al mondo islamico. Non lo sanno verso dove stanno andando; non lo sappiamo noi perché lui ci dice “lo vedrete”, perché dovete immaginare che lo devono sapere gli altri? Eppure si muovono ma poi c’è un punto in cui lui si lascia incontrare. E guardate, in qualunque punto lui si lascia incontrare, quelli che hanno accettato di compiere il cammino, s’incontrano anche fra di loro perché la comunione nella Chiesa non è un bene orizzontale, non è un intendersela: questo lasciatelo fare ai tifosi, alle squadre di calcio, ai politici. Ma non è così. La comunione per noi è una verticalità donata: siccome io sono uno in Cristo e il fratello è uno in Cristo, in Cristo siamo uno tra di noi. Allora è consentito tra fratelli anche dirsi le cose e anche litigare. Chi viene da famiglie numerose sa che le comunioni più belle sono con litigi più leali che si possono avere e, del resto, è detto di dire con franchezza al proprio fratello. Una delle cose penose è avere a che fare con cristiani, con preti, con diaconi – guardate l’imposizione delle mani non cambia nulla – umanamente non sono cresciuti, incapaci di dire quello che pensano al fratello, facendolo girare da dietro vero? tutti lo sanno meno che l’interessato. Eh, non si può fare questo! che ministero pensate che si possa svolgere dopo!? e, guardate, diffidate anche quando vi pare che il ministero vi riesca bene: c’è qualcosa in cui il Signore sta sigillando la nostra ricompensa in quel poco di cui ci accontentiamo. Perciò Gesù lo dice: “Se vedi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta”, scomodati, alzati e vai da lui. La stessa Parola, in Matteo, la incontrate in quel famoso capitolo chiamato ecclesiologico: “Se vedi che tuo fratello sbaglia”,  non “ha qualcosa contro di te” ma lui sta sbagliando. Tu non sei la razza di Caino che dice “sono io sentinella?”: sapete cosa dice Ezechiele: “tu sei sentinella” e, in forza del battesimo, il più piccolo nel Regno dei cieli è più grande del Battista. Quindi siamo l’uno per l’altro sentinella a doppio titolo. Chi dice “non lo devo dire questo” e poi vede il fratello che sbaglia poi non basta, una volta che glielo hai detto. Se ti sembra che continua a sbagliare, chiama altri due e glielo dici, uno: “ci sembra che stai sbagliando”; qualora non ascoltasse dillo alla Chiesa, all’assemblea. Da quel momento tu non sei più responsabile del sangue di tuo fratello.

Quindi in questi giorni c’è stato anche fra di noi un confronto, con alcuni, aspro, acceso, per grazia di Dio, guai se non fosse così: sarebbe un ambiente paludato, ingessato, da sagrestia. Però la tensione era verso la comunione. Io posso dire qualunque cosa al fratello, perché sento che gliela devo dire, sia in senso attivo perché vedo che lui sbaglia, sia in senso passivo perché sono offeso, amareggiato, indignato per qualcosa che non va. Va detto e, soprattutto voi che siete sposati, se non avete imparato questo in famiglia che cosa imparate dopo? non dice l’apostolo “Non tramonti il sole sopra la vostra ira”? e che cosa insegnate ai figli? È detto come è detto anche “arrabbiatevi pure ma senza peccare”. C’è una differenza tra la rabbia e l’odio, vero?; la rabbia ci viene anche se inciampiamo in un sedile, in qualcosa; la rabbia è una forma di difesa dell’Io ma una volta consumata, basta: il fratello ha la sua dignità e la deve riacquistare e la comunione dev’essere recuperata. Ora perché vi dico questo? perché vedo che un atteggiamento lagnoso, se è consentito dirlo dopo le cose che v’ho detto, verso i preti lo state conservando. Lo so che siamo una razza fatta così, eh!, e anche peggio, si potrebbe dire; ma che cosa serve? Tu fai quello che il vangelo dice. Se vedi che tuo fratello presbitero sbaglia non fare politica, non aspettare, come disse quello, “o muore oppure me lo cambiano”! aspetta. E chi te l’ha detto che è così la soluzione? E dice “ma dopo sarà peggio” ma tu starai in pace, mentre invece essere inquietudine col parroco o col vescovo o col delegato, senza dirgli, nella carità, ciò che dev’essere detto non vi procura benedizione perché voi sapete che quello che voi lamentate, giustamente, con i vicini di gomito che sono i parroci, noi preti lo lamentiamo con i vescovi e i vescovi sa con chi si lamentano. Embè certo è così, la vita è questa! Allora è importante dire la verità nella carità ma si deve dire. Poi io non devo insegnare al mio vescovo a fare il vescovo, non devo insegnare io al delegato a fare il delegato, però almeno lo sa, non può dire “nessuno me l’ha detto, non l’avevo capito” e, se a motivo di questo vi accadrà di subire incomprensione o addirittura persecuzione, ma non è scritto che questa è la beatitudine? E’ così. Dice “ma questi sono di dentro la Chiesa”: e va bene! e Gesù da chi fu ammazzato? Dagli atei del suo tempo? No, la categoria è sempre quella, vero?, quindi siamo a rischio.

Dunque, su questa sequela io imposterei molto e allora, – andiamo a concludere anche se c’erano altre cose da dire a riguardo dal punto di vista biblico – il bisogno di comunione come si vince? Si vince esattamente scommettendo sulla possibilità di comunione e io ho una sola proposta da farvi, perché vedo che è carente e nessuno l’ha segnalata ma è implicita ed era implicita, l’altra sera, nel confronto che abbiamo avuto quando s’è parlato della rivista perché mi sono potuto confrontare con alcune diocesi: ho notato che le diocesi in cui i diaconi, dopo ordinati, continuano a vedersi, a stare insieme, a frequentarsi, a fare esercizi, a studiare non necessariamente intruppati, però con il desiderio della comunione, sono le diocesi che hanno passato cose non da poco, non faccio nomi, ma ognuno può sapere cosa vuol dire quando cambia un vescovo. E quello che arriva dopo dice : “ io queste femminucce vestite così non le voglio attorno”. Beh, insomma, non è una cosa che ti dispone. Eppure quando – devo dare la testimonianza di un vescovo che è morto – quando lui ebbe difficoltà, d’improvviso, perché c’erano scioperi o altro, e lui fu contestato, chi lo salvò dalla mischia e poi, dopo, lo riportò dentro, era un operaio sindacalista diacono. E dove sono gli operai diaconi ormai? Anche su questo ci sarebbe da dire. C’è un imborghesimento progressivo, generazionale che poi corrisponde a un orientamento: man mano che si va avanti prevale il ceto medio e prevale anche una misura ideologica. Se voi andate ai primi diaconi – certo avete qui questa torre che è Lorenzo, lo vedete? non so come sarò io alla sua età, ma quelli di quell’età lì, compreso il nostro…dov’è, dov’è il nostro…eccolo là…- … [cambio lato cassetta] …che è stato segnalato più di una volta ed emerge, per esempio, da richieste che sono state fatte da singoli e delegati? Quelli più anziani, ma vi è mai passato in mente di venire a trovare i diaconi più giovani o delle diocesi più giovani, che hanno un bisogno estremo di comunione perché non sanno a chi dire certe cose, certi non solo turbamenti ma anche certe incomprensioni. E, su questo, capire che l’ultima generazione diaconale non è diversa dall’ultima generazione presbiterale è qualcosa di molto importante: una fragilità di fondo che, paradossalmente, si accoppia con una prosperità e un benessere di fondo. Ma non è scritto da qualche parte che “l’uomo nella prosperità non comprende”? poi diventa come il mulo, ha la testa dura e cosa dice il salmo? “la sua fierezza la piegherai, col morso, le briglie, a calci, se no a te non ritorna”.

Allora, il primo consiglio che do ai diaconi presenti è di interessarsi, di pregare, pensare e promuovere la fraternità diaconale. Oltretutto, vi ricordo, che il Signore li mandava a due a due perché esattamente i discepoli non annunziavano un teorema ma annunziavano l’amore di Dio e, con buona pace di certi esegeti che pigliano il testo all’incontrario, non li mandava a due a due per uno sfizio di tipo legale: se io ti devo annunziare l’amore non lo posso non mostrare; il due a due è il minimo numero. Siamo nella terra di Francesco. Da questo riconosceranno che siete miei se vi amate gli uni gli altri. La grande epopea francescana comincia quando facevano a gara, davanti ai monelli che tiravano sassi, che uno si metteva davanti all’altro: questo stupiva. Esattamente come i diaconi che si mettono uno davanti all’altro, vero?, quando ci sono frecciate da dire… E insomma! Perché su questo dovete pensare che ciò che affascina nel mondo è un discorsino ben fatto? Ciò che affascina nel mondo è ciò di cui il mondo ha più fame e sete e ha fame e sete di comunione profonda, che solo Cristo può dare. Perciò, io vi dico, un primo impegno è proprio questo: fatevi promotori di fraternità diaconale, ingegnatevi voi come, partendo dal punto che volete voi, meglio se partite insieme dalla parola letta insieme; poi si può fare anche una cena o, se volete, se pensate che i tempi non sono maturi, cominciate con la cena ma non fermatevi lì, vero?. Però fatelo. Io dico scambiatevi i doni, accettate che i doni fatti all’altro siano vostri. E qual’è il punto in cui la fraternità funziona? Quando voi imparate a gioire dei doni fatti all’altro, quando l’altro non è un rivale – ma questo lo capisco che vale anche per noi preti; per i vescovi un po’ meno perché sono anche meno di numero –; gioire dei doni che il Signore ha fatto all’altro! Però voi in questo avreste qualcosa di più bello da consegnare o non siete contenti che le vostre mogli sono sante e garbate? che siano belle col tempo passa, vero? ma una donna forte chi la trova. Voi non gioite dei doni che sono stati fatti ai vostri figli? O siete gelosi? Lì voi naturalmente dovreste consegnare a noi tutto questo.

Allora la prima proposta è questa. La seconda, che emergeva dalle testimonianze che sono state date, e che emerge dalla storia del diaconato, è il fatto che, proprio perché la comunione è il segno caratterizzante il discepolato, la sequela (“da questo vi riconosceranno che siete miei”)…voi dovreste sapere che fin dai tempi di Ignazio di Antiochia il diacono era preposto alla visita di comunione che, guardate, era non solo per i malati, i lontani ma anche per le Chiese. Chi accompagnava Ignazio d’Antiochia, chi lo veniva a salutare per conto del Vescovo e chi lo inviava? I diaconi. Perciò l’invito che è stato fatto ieri, anche se non è stato formulato così, recepiamolo nel modo giusto: la visita alle Chiese, alle comunità è esattamente quel bisogno di comunione che lo Spirito ispira. Del resto è anche codificata la visita ad limina. Che poi lo facciano come le pubblicazioni che si fanno in chiesa, come una specie di pratica ossificata che non significa più nulla, va be’ però!! La visita è la volontà di condividere e io vi posso dire, per quel poco di esperienza che ho fatto nei paesi arabi, la gioia delle piccole comunità nel sentirsi pensate, visitate. E, anche quando sono andato a visitare le comunità caldee, la gioia, la gioia di sentirsi in comunione e guardate che, dove per esempio i cristiani sono minoranza, e si tratta di confessioni cristiane non cattoliche, anche per loro è un momento di gioia incredibile, perché è lo Spirito che fa gioire di queste cose. Allora, non è una ricetta anche questa ma è una indicazione: imparate a fare visita innanzi tutto voi agli altri diaconi. La fraternità. Vedrete che questa cosa si dilaterà. Ci sono Chiese che hanno cominciato a prendere la bella tradizione di visitare tutti insieme altre Chiese o di gruppi diaconali che visitano insieme altri gruppi diaconali. C’è da imparare da tutti, guardate. Il resoconto di Rob ……: qualcuno m’ha detto “ma non sapevo che ci fosse anche questo nel mondo dei diaconi!”. E la testimonianza dell’Algeria, dell’unico diacono – poi n’ho parlato anche con lui – vedete lì non si tratta di fare la cosiddetta teologia della scimmia: quello che lui fa lì è quello che può fare lì ma lui stesso mi ha detto che quand’era in Francia si sarebbe rifiutato di fare quello che sta facendo in Algeria perché non spetta ai diaconi essere messi dentro gli uffici di curia per garantire una specie di anonimato a certe che cosa? Stavo dicendo “malefatte” ma non si può dire perché… no no perché ci sono i vescovi, perché stiamo in un momento in cui il denaro sta affossando tutto: quest’otto per mille sarà benedizione per qualcuno ma ci sta togliendo il gusto di vivere. C’era un tempo in cui chi è stato in missione e chi è stato in missione da povero, non per andare ai poveri ma accettando la povertà, si stupiva che i poveri si facevano carico di voi. E questo è quello che ci è stato detto. Addirittura i poveri non cristiani, ci diceva il vescovo ieri, si fanno carico di noi ma questo sapete perché? Perché c’è una duplice conformazione a Cristo: una che passa per il dono dello Spirito donato nella creazione ed è sempre in vista di lui e per lui che tutto è stato fatto; è una in forza cristica sacramentale per il battesimo che ci è stato donato. Quindi anche i non battezzati hanno quell’orientamento profondo a Cristo che deriva dal fatto che il Padre ha creato guardando il Figlio e tutto in prospettiva del Figlio. E se il Signore ci concedesse occhi per vedere quello che lui vede? Allora, io concludo la mia parte, anche se c’erano altre cose che volevo segnalarvi. Dico così: non stupitevi che c’è un momento del viaggio in cui non capite verso dove state andando. Per esempio, per dire, una delle lamentele che non è stata fatta qui ma che è stata fatta in altri convegni o quando vado in certe Chiese, per esempio, un diacono mi diceva “Ho fatto tanto, quando sono rimasto vedovo nessuno che ha capito il mio dramma!” E potrei dire di certe vedove: “dove sono spariti gli amici di mio marito?” Capite cosa vogliono dire con questo? certe volte basta niente, basta un cenno, un ricordo, un coinvolgimento, ma non è possibile che facciamo il bene fuori e non sappiamo farlo dentro: l’amore è al prossimo che letteralmente vuol dire il più vicino. Io so che voi non avete nulla contro quelli dell’Angola, siete in comunione perfetta, tanto non li vedete mai! Ma appena un angolano viene qui che succede?  Allora, io dico questo – l’ultima cosa, ma è breve perché sto raggiungendo la mia ora, è così -, il testo che io avevo preparato non era quello che vi ho fatto perché avevo preparato secondo il tema, poi ci siamo trovati d’accordo di dare un’omogeneità alla trattazione. Ora c’è un documento della nostra Chiesa – io sono molto critico perché si scrive troppo e poi spesso si dimenticano le cose scritte da un anno all’altro, l’importante è sfornare sempre cose nuove -, comunque qui c’è un testo “Comunicare il vangelo in un mondo che cambia”; il sottotitolo recita “Orientamenti pastorali dell’episcopato italiano per il primo decennio del 2000”. Dobbiamo pensare che, proprio perché ha una prospettiva decennale, è un testo più pensato degli altri, più riflesso; è un testo veramente interessante, dovete leggerlo. Ora io di tutto questo prendo un solo punto. Negli atti sarà pubblicata la relazione che ho fatto a Milano dove io tento un’analisi più globale e completa anche dal punto di vista sociologico, per quanto riguarda il tessuto italiano, ma qui c’è un punto che mette insieme fraternità diaconale e missionarietà e comunione e visita alle altre Chiese, ed è il punto che trovo (paragrafo 47 e segg.) dove si dice – è un testo interessante perché rispetto a tutti i consigli dati, se andate a prendere tutti i testi degli anni passati ma che dispendio di suggerimenti; questa volta sono stati più parchi, pochi suggerimenti incentrati su cose essenziali e uno di questi punti essenziali dice: “Il giorno del Signore e la comunità parrocchiale, tempo e spazio per la crescita” finalmente, dico io, o qui è detto “realmente eucaristica”. Dunque, qui si tratta innanzitutto di crederci che l’eucaristia è fons et culmen totius vitae ecclesiae, di crederci perché non è vero che lo sperimentiamo, non è vero che lo capiamo subito. Però – a chi ha sarà dato -, l’intelligenza della fede cresce con chi questa cosa la scommette: scoprire che il fondamento di ogni fraternità è l’eucaristia e che l’eucaristia spinge alla fraternità; scoprire che il fondamento di ogni missionarietà, di ogni volontà di comunione, di ogni visita è l’eucaristia e questo spinge all’eucaristia; significa, forse, invertire una rotta gravissima, a mio avviso, che è stata fatta e che i diaconi se ne facciano portatori. Non possiamo continuare a profanare la domenica come la stiamo profanando, a partire da noi presbiteri e vescovi che sì, a parole, ci viene detto più messe e meno messe, ma è una cosa che grida vendetta al buon senso, che, diminuiti i preti, non sono diminuite le messe. Cosa siamo? Dopati, clonati? Cosa facciamo? Ma come si fa a celebrare quattro messe in una domenica? Io ve lo chiedo, a voi perché tocca a noi, ma come si fa? Queste messe self service, le cosiddette “prefestive”, ma hanno fatto crescere il popolo di Dio. La lamentela fatta qui, andatela a prendere, prepariamo alla prima comunione gente che viene alla messa solo per la prima comunione, quando va bene. Allora, qui c’è un’inversione di rotta “santificare la domenica”. Bonhoeffer diceva, mentre era in prigione, che uno dei motivi dell’imbarbarimento dell’Europa, della Germania, sapete qual’era a suo avviso? La profanazione del giorno del Signore. Bisogna recuperare un elemento minimo della creaturalità, minimo, e in questo i fratelli islamici hanno una lezione assoluta da darci perché il loro mettersi in senso creaturale davanti a Dio che è tutto, noi, per una stana sufficienza, lo abbiamo perso; noi abbiamo un deficit di trascendenza. Sapete che islam vuol dire sottomissione a Dio; certo noi siamo amici, non servi ma l’amico fa esattamente tutto quello che fa il servo, con un entusiasmo, una condivisione infinitamente più grande. Allora, ricuperare dall’Islam questo, questo rapporto, diceva Charles de Foucauld, l’assoluto fra me e Dio, Dio e me, ma nel punto della creaturalità, lettera ai Romani capitolo 1°, versetto 17 e segg. Quando l’uomo perde la sensazione, la coscienza, la verità di essere creatura di Dio, significa che si sta facendo Dio a sua volta; si è fatto non solo un Dio a sua immagine ma lui si è fatto Dio e, voi sapete, che quando uno si è fatto Dio non accetta di essere mai come gli altri. Ecco che le cose sono legate: tutte le volte che io non ho tolleranza, misericordia col mio fratello, anche se peccasse settanta volte e io settanta volte gli devo dire “sbagli”, io mi sono fatto Dio per l’altro. La creaturalità è un modo essenziale, mi diceva un vecchio padre Bianco, nel primo anno che io stavo con lui in mezzo all’Islam, m’ha detto: “ma una lezione ce la danno, questi”. Recuperiamo il fatto che siamo creature e si può essere creature di Dio insieme a loro, poi uno faccia la sua strada.

Io ho concluso. Quello che vorrei dirvi è questo. Normalmente, sapete che è una specie di luogo letterario-pastorale, e, cioè, quando si comincia a citare la Madonna, tutti sono contenti perché il discorso è finito, eh?, è così, è uno dei luoghi…arrivati a Maria, ecco, il Gloria Patri è pronto. Allora io non voglio concludere in questo modo perché voglio segnalarvi qualcosa che era implicito. Vi ricordate dove incomincia il cammino dell’ora? Maria, per prima, dice al figlio e che cosa gli risponde? “Non è ancora giunta la mia ora”; Maria non può anticipare l’ora ma Maria, cioè la Chiesa, questo lo può fare: può anticipare un segno che ci fa capire l’ora. E guardate che lì – è tradotto male, perché c’è questa mondanizzazione invincibile -, dice il testo di Giovanni che a Cana Gesù non fece il primo dei miracoli ma il primo dei segni. E se il primo segno fu quello di… ecco, di che? Di dare gioia a una famiglia che la stava perdendo. Non c’è più vino oggi nelle famiglie, comprese quelle cristiane, lasciatemelo dire, se no sarebbero contagiose e, mi permetto di dire, c’è poco vino anche nelle chiese. Questa comunione, questa gioia di vivere, che è il frutto più grande della pace, si può dire tra di noi? ma tanto ce lo dicono gli altri! Gandhi ci diceva: “se foste così gioiosi come annunciate!” ma non quella gioia fittizia, posticcia, quella che, come dire, artatamente con le barzellette ci procuriamo – per questo non ci sarebbe bisogno, basterebbe soltanto guardarsi allo specchio, ci sarebbe da ridere a tempo indeterminato: titoli, controtitoli, inchini, colori, stracolori, tutte queste cose…eh? – Allora penso che su questo noi dobbiamo accettare il cammino che compie Maria. E’ lì che comincia il cammino; non c’è quando comincia l’ora ma Giovanni è l’unico che sottolinea che Maria stava ai piedi della croce, insieme al discepolo; è lì che avviene questa strana cosa che, se la liberiamo da un devozionismo mariolatrico, su cui i nostri santi vescovi, vigilano, non vigilano, sentono e non sentono. Dunque, se si vuole rendere proprio onore a Maria, che cos’è questo che accade ai piedi della croce, per cui lei è data al discepolo e il discepolo a lei? E’ il senso della reciprocità, benedetta da Dio: in quel breve sabato del tempo, in cui il Figlio muore, la reciprocità tra il Padre e il Figlio, è assicurata dal ruolo sostitutivo che ha la Chiesa e il discepolo. Ma non è questo ciò che fa la Chiesa? Assicura che la comunione eterna tra il Padre e il Figlio, che il mistero della croce, il mistero del dolore, il mistero dell’odio, il mistero della guerra, spezza, s’illude di spezzare, è conservata, sacramentalmente, dalla comunione tra la madre e il figlio, il discepolo, e il discepolo e la madre. Siamo chiamati a questo, siamo chiamati ad essere segno di questa comunione nell’apparente assenza di questa reciprocità. Il Figlio morirà dicendo “perché mi hai abbandonato”, lo deve gridare, ma ha fatto finta di abbandonarlo? Voi sapete che noi non sperimentiamo la morte, se siamo vivi!, ma il morire degli altri. Ma che cos’è la morte e ciò per cui lo invochiamo nella Santa Maria, “ora e nell’ora della nostra morte”, Dunque accettiamo di essere condotti – l’ho scritto, guardate, in un tempo non recente, assai lontano – accettiamo che ci sia una visione sempre più mariana della diaconia. C’è una lezione profonda: Maria non seguiva il figlio come una specie di perfetta che sapeva tutto quello che doveva fare; proprio a Cana lei non dice nulla, dice “fate quello che egli vi dirà”, è lui la Parola, non le statue che parlano. Accettiamo che lui parli e questo è, in fondo, il sentire del diacono. Vi siete mai chiesti perché il diacono proclama la Parola che non spiega? Forse perché c’è un ruolo mariano che non è meno fecondo e meno forte. Se poi vi è dato di fare l’omelia, fatela ma non alla faccia del prete o di tutti quelli che avete davanti; fatela perché l’avete ascoltata voi per primi. Ma c’è questo ruolo mariano che è diaconale e che, per contagio, a partire dai diaconi, si deve trasmettere ai presbiteri e, finalmente, ai vescovi.

Va bene. “Vedrete”, dice il testo, “venite e vedrete” e si conclude dicendo “e noi abbiamo visto la sua gloria come di unigenito del Padre” e ci dice anche l’ora in cui l’hanno visto, L’ora. Sapete che in Giovanni l’ora coincide con i primo vespri di quel grande sabato in cui la gloria del Risorto è messa in un sepolcro, è consegnata al sepolcro. E’ da lì che comincia, dal punto più basso, che comincia sacramentalmente l’ascesa che noi portiamo, guardate, non solo con i nostri fratelli. Nel canone quarto, che è il canone cosiddetto “basiliano” cosa diciamo nel prefazio? “E noi, fatti voce di ogni creatura, esultanti cantiamo”. Noi possiamo cantare anche per i nostri fratelli musulmani. Quand’ero in una comunità, in pieno deserto del Neghef, era bellissimo, tutte le domeniche, proclamare al vento, in arabo, il vangelo della risurrezione del Signore. E perché? Per loro, qualcuno glielo spiegherà, dirà un giorno Charles de Foucauld.


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