a cura del diacono Leondino Cipolletti  

disegni e vignette di Silvia Cipolletti

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Diaconi permanenti in una Chiesa missionaria
Analisi di una ricerca e prospettive

Assisi, 12-14 aprire 2005

 

 

 

 

Conclusioni del seminario

 

 

La ricerca

 

Proprio per andare oltre le impressioni, il sentito dire, la stanchezza di alcune esperienze, è parso obbligatorio partire da un'indagine socio-pastorale, con una sua scientificità, ma da leggere in chiave pastorale, per andare oltre i luoghi comuni, enucleare i nodi problematici, le domande e orientare l'impegno della Chiesa nella direzione giusta (Villata).

I nodi principali emersi sono:

*      la necessità di un approfondimento della teologia del diaconato, per poterlo definire meglio in se stesso, nella sua sacramentalità e ministerialità, differenziata dalla teologia del presbiterato, e nella sua correlazione con il sacramento del matrimonio.

*      Urgenza di riqualificare la formazione, sia quella della preparazione, sia quella permanente, attraverso opportuni percorsi spirituali, teologici e culturali, «declericalizzati», capaci di collocarsi dentro la cultura odierna, per la vocazione specifica non di prete a metà, ma di animatore del servizio di comunione e di carità nella comunità cristiana e nel mondo.

*      Rinnovamento del clima di relazioni fraterne ed ecclesiali all'interno della Chiesa, con i laici e i presbiteri e superamento di ruoli sostitutivi o concorrenziali.

*      Sbilanciamento del servizio pastorale dalla vita parrocchiale, intesa ancora troppo come cura delle anime e non come missione, alle relazioni con il territorio.

*      Una richiesta insistita di esprimere il servizio diaconale come ponte tra la comunità cristiana e il mondo, mentre la maggior parte del tempo e delle energie il diacono medio italiano lo spende per le assemblee liturgiche e per attività strettamente interne alla vita della organizzazione pastorale.

*      Non secondario è il rapporto del diacono con la moglie e tutto il tessuto famigliare e la ricerca di un percorso apposito di fede per gli stessi familiari.

Dalla ricerca non emerge smobilitazione della Chiesa nei confronti del diaconato; anzi per mons. Castellani è in atto una presa di coscienza della realtà diaconale sempre più diffusa in tutte le diocesi e una presa in carico da parte dei vescovi e delle conferenze episcopali regionali di un minimo di coordinamento. Si auspica certo una maggiore convergenza di progetti formativi, di prassi pastorali e di criteri di ammissione al diaconato.

 

L'identità del diacono: teologia e pastorale

Il problema più vero è sempre la definizione di diacono che nella teologia deve essere più chiara e accessibile. Ad essa si arriva con una attenta lettura della parola di Dio, della prassi delle Chiese primitive e dei documenti che dal Concilio Ecumenico Vaticano II in poi si sono prodotti su questo tema senza avere la pretesa di dire cose nuove. Ci è parso utile sottolineare alcuni elementi dell'identità del diacono.

  1. Di fronte ai doni di Dio non ci dobbiamo mai fare la domanda: a che cosa servono? quasi potessimo selezionare i doni più utili, ma dobbiamo accogliere tutti i doni di Dio nella convinzione che il Signore sa quali sono i doni più efficaci alla vita della Chiesa e del mondo anche se a volte non appaiono i più efficienti. Il diaconato evidenzia la fisionomia di Cristo servo, accogliendo, incarnando e testimoniando a tutti che la forza e lo stile del servizio autentico vengono da Cristo (Castellucci). Il diacono, non tanto o soprattutto per ciò che può fare ma per ciò che è, rappresenta il richiamo alla centralità e alle modalità del servizio nella vita umana e cristiana. È il segno che la carità non avrà mai fine e che è la sostanza della vita. Quindi i diaconi sono questo segno per i vescovi, per i preti, per tutti i battezzati, per tutti gli uomini e lo fanno dall'interno del sacramento dell'ordine.

 

  1. La formulazione che dice che il diacono è ordinato «per il ministero del vescovo», suggerisce l'immagine che il diacono sia una delle due braccia dell'episcopato, accanto all'altra che è il presbitero, non in concorrenza o in sovrapposizione, ma dentro lo stesso sacramento dell'ordine. Questo permette di superare l'idea che il diacono e il vescovo si relazionino attraverso il presbitero. Il diacono anche quando svolge il suo ministero in una comunità territoriale presieduta dal presbitero è lì come inviato direttamente dal vescovo; è segno originale della premura del vescovo verso chi ha più bisogno. Il linguaggio dei gradi non deve scivolare nell'immagine dei gradini. L'idea che il diaconato è il terzo grado dell'ordine significa solo che dal punto di vista dei poteri o compiti derivanti dall'ordine, il diacono ne assume alcuni che vengono poi eventualmente inglobati nel presbiterato e quelli del presbitero nell'episcopato. Sono tre cerchi concentrici dei quali il diaconato è il più stretto e l'episcopato il più largo. Il codice di diritto canonico pone il diaconato sullo stesso piano del presbiterato e dell'episcopato. Sono tre gradi che riposano ciascuno per la sua parte, su una ordinazione che è una consacrazione e una missione per rappresentare sacramentalmente il Cristo (Montan). É per aiutare ciascun fedele a vivere il proprio sacerdozio comune che la Chiesa ha "inventato" anche i diaconi, oltre che i preti e i vescovi. Il compito del diacono è soprattutto riferito al servizio della carità. Con questo servizio dà il suo originale contributo alla vita dei credenti. E la Gaudium et spes diventa il documento più significativo per approfondire la vita e il ministero dei diacono.

 

  1. Il servizio che svolge il diacono si delinea come un ministero della soglia, uno stimolo, una sveglia perché la Chiesa passi decisamente dalla pastorale della conservazione alla pastorale della missione. È un compito di snodo. È solo la carità che fa da ponte per traghettare le comunità cristiane dalla pastorale del restauro a quella dell'annuncio, proprio perché la carità è provocatoria e scomoda, ma imprescindibile se vogliamo seguire Cristo servo.

 

 

Possiamo trarre alcune conseguenze che diventano auspici e riflessioni

 

  1. Si è tutti d'accordo che occorre uscire da un sorta di declassamento del diacono quando è visto solo come un gradino di passaggio, un breve periodo di esperienza, per diventare preti. Non esistono indicazioni di teologia sacramentaria che obbligano a ordinare diaconi coloro che saranno entro breve tempo ordinati presbiteri. É una tradizione che ha una sua buona esperienza pedagogica alle spalle, che è servita ad aiutare i futuri preti ad acquisire lo stile del servizio per il futuro compito presbiterale, ma oggi che esistono diaconi che vivranno questo ministero per tutta la vita, sembra molto utile puntare tutto solo su questo diaconato per farne emergere il valore teologico e pastorale in se stesso, per definirne meglio i compiti e la collocazione nella vita della Chiesa. Oggi sembra che i motivi sacramentali ed ecclesiologici possano prevalere sui motivi psicologici e pedagogici. Per arrivare a far risplendere di luce propria il diaconato e non di luce riflessa del presbitero occorre ben altro, come vedremo, ma questo aiuterebbe la comunità cristiana a focalizzare e a proporre con più decisione e larghezza la stessa vocazione diaconale. Ciò toglierebbe anche quel timore che il diaconato diventi una sorta di cavallo di Troia per introdurre nel sacerdozio ministeriale esperienze su cui la Chiesa si è già pronunciata con chiarezza. Si tratterà di una gradualità ben studiata e progettata, maturata nei livelli di responsabilità competenti, entro una comunione ecclesiale veramente cattolica.

 

  1. Un'altra scelta è di non irrigidire la figura del diacono entro schemi troppo stretti (mons. Bonicelli), perché proprio il servizio della carità ha bisogno di farsi interprete di tante nuove povertà e di delinearsi in modi diversificati sotto la guida dello Spirito, prima che di un codice. È ancora troppo giovane il diaconato ripristinato per potersi dire conclusa la ricerca ed è ancora troppo liquida la società perché si possa codificare una risposta generosa a una vocazione che fa del servizio il suo punto qualificante. Ciò non significa che stiamo navigando a vista, ma che siamo coscienti che esistono veri nuovi percorsi che lo Spirito sta offrendo alla Chiesa del terzo millennio per inserivi figure che hanno come scopo del loro servizio ecclesiale la dimensione della carità verso gli ultimi (cf. esperienze di Milano e di Napoli).

 

  1. Il diacono che si rifugia nel liturgismo è un tradimento di queste prospettive! Anche per lui l'Eucaristia è culmen et fons, ma il diacono si deve preoccupare perché ci sia un cammino di avvicinamento al culmen e di partenza dalla fonte. È lo specialista dei due cammini, non della statica celebrativa. Proprio perché ha compiti nella celebrazione ha la capacità di portare il mondo alla Chiesa e la Chiesa al mondo. Quando i diaconi sono tentati di rifugiarsi nella liturgia si ricordino che la loro specificità la trovano nella Guadium et spes.

 

  1. Puntare su un servizio diaconale più estroverso. Lo vogliono i diaconi, ma spesso si entra nei ranghi troppo stretti di servizi di conservazione, soprattutto quando il diacono è chiamato a riempire la mancanza del prete e non viene collocato entro una progettualità più ampia. Da alcune esperienze ascoltate si coglie che il diacono può per natura sua essere più disponibile al territorio, anche se mantiene un contatto di appartenenza a una comunità cristiana concreta. Proprio la forma laicale di vita che conduce e l'appartenenza alla concretezza di una vita di coppia e di famiglia, che non abbandona, ma coinvolge, gli può permettere di fare da ponte, di trascinare tutta la comunità verso la gente, i problemi veri, le domande inespresse e inscrivere nella vita l'esperienza credente.

 

  1. La formazione. La formazione dei diaconi non si identifica con la formazione dei presbiteri, ed è rivolta a soggetti che hanno storie di vita diverse da quelle dei seminaristi. La maggioranza di essi è sposata, vive di un suo lavoro e di una professionalità già avviata e da continuare e migliorare. La metodologia deve essere per lo meno diversa, più legata alla vita, più interagente, più distribuita su tirocini. Un certo coinvolgimento delle famiglie è necessario. Soprattutto però oltre al metodo occorre prevedere anche la preparazione a una sorta di professionalità diversa, che giustamente si chiama ministero diaconale.

 

  1. Il diacono non è un operatore in proprio della carità, ma uno che offre una figura spirituale di servitore e di imitatore di Cristo servo. Per questo la dimensione spirituale della sua preparazione è sempre da approfondire. È colui che stana dalla comunità tutte le energie possibili da orientare al servizio e le mette in condizioni di convertirsi alla carità di Cristo e di mettersi al servizio degli ultimi. Ricostruisce il tessuto della comunità, fa dialogare, sta sulla soglia, apre la chiesa al territorio; non risolve i problemi, ma aiuta le persone a risolverli con la propria creatività.

 

  1. La famiglia. È chiamata ad essere testimone di vita cristiana insieme con il marito e padre diacono e non a prescindere dal suo ministero. Essa va sostenuta nel suo cammino di fede , va coinvolta ancora al momento della preparazione e in seguito del servizio. Anche per una corretta vita coniugale, è necessario stabilire convenzioni tra parrocchia e diaconi per un minimo di compenso che fa giustizia e offre dignità del lavoro svolto. Nessuno è una pedina da spostare per l'efficienza della organizzazione, tanto meno quando gli spostamenti coinvolgono oltre che la persona la famiglia.

 

  1. Le unità pastorali. Abbiamo riflettuto sui diaconi, che, come per i preti, rischiano nelle unità pastorali di fare da tappabuchi, di essere usati solo per l'efficienza, di essere piegati a una organizzazione e non aiutati a vivere la comunione per la missione. Ancora pochi sono i diaconi che sono impegnati nella unità pastorali, ma è importante che in esse non siano visti come preti a metà, o come un buon sostituto, ma come coloro che, proprio perché sbilanciati verso il territorio, animano la unità pastorale per far riscoprire a tutti il loro posto, esprimono il loro ministero di frontiera che porta la Parola di Dio e la carità là dove la gente vive (Grolla), per aiutare a dare un senso alla vita, far arrivare la carità di Cristo ai più deboli. È il diacono che si impegna a fare esperienza di preghiera e a introdurre alla celebrazione dell'eucaristia. Non sarà un assistente sociale, ma colui che non può non chinarsi a servire tutto l'uomo senza separazioni artificiali.

 

 

 

Il seminario di studio

 

Si è svolto ad Assisi dal 12 al 14 aprile, dopo aver predisposto una ricerca capillare sulla vita e il ruolo dei diaconi in Italia. La ricerca ha interessato le 191 diocesi italiane su 226 che hanno i diaconi. Sono stati preparati due questionari: uno per i responsabili della formazione al diaconato e uno per gli stessi diaconi. La lettura dei dati, condotta da Giovanni Villata, responsabile del centro studi e documentazione della diocesi di Torino, è stata presentata in apertura del seminario.

 

L'identikit che emerge è che il diaconato italiano ha una età media di 59 anni, è per metà fatto da pensionati, è sposato, con una media di due figli. E costituito per lo più da diplomati e laureati, impiegati, insegnanti, professionisti.

Provengono in genere dalla vita parrocchiale o di associazione e movimento. Pochi sono i diaconi celibi e i diaconi operai.

Esiste una discreta soddisfazione del proprio servizio pastorale, anche se si rileva una difficoltà di interazione con tutti gli altri operatori pastorali.

 

Ha introdotto Italo Castellani, presidente della commissione della CEI per il clero e la vita consacrata; Erio Castellucci, Agostino Montan e Gaetano Bonicelli hanno approfondito l'identità teologica e pastorale del diacono, Valentino Grolla ha collocato la figura del diacono nelle unità pastorali e nei laboratori si sono affrontati tre nodi: la formazione, la famiglia del diacono e il trattamento economico.

 

 

 



data ultimo aggiornamento: Wednesday 06 May 2009 17.58.26

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