Il
disegno di Dio sul matrimonio e sulla famiglia
Nella prima parte dell’esortazione apostolica di Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, e più precisamente dal n. 4 al n. 10, questo documento si sofferma a considerare quella che è la situazione della famiglia nel mondo di oggi, nella nostra società ormai quasi del tutto secolarizzata. Questa situazione, nonostante tutto, nonostante quel vuoto religioso, quell’indifferenza sul problema della fede in Dio di cui accennavamo l’altra volta, presenta aspetti positivi, giacché comunque Cristo continua ad operare la salvezza nel mondo. D’altro canto sono innegabili e sono sotto gli occhi di tutti gli elementi negativi che caratterizzano questo nostro tempo, perché l’uomo continua ad opporre il suo rifiuto all’amore di Dio.
La conoscenza di questa situazione è un’esigenza da cui non si può prescindere perché il progetto che Dio ha disegnato per l’uomo e la donna e, quindi, per il matrimonio e per la famiglia, è un progetto che si inserisce e deve incarnarsi nella concretezza della situazione sociale e culturale nella quale la famiglia si trova a vivere e ad operare.
Nello scenario culturale e sociologico attuale, nel quale assistiamo ad attacchi sempre più mirati e devastanti contro i fondamenti della famiglia ed al rifiuto sistematico di ogni riferimento a valori morali universalmente riconosciuti ed accettati come capisaldi, punti di riferimento, termini di paragone di fronte ai quali esercitare la propria libertà di decidere e porre scelte di vita; in questo scenario il documento ci richiama, nella sua prima parte, alla necessità di intraprendere un cammino di conversione che sia continuo e progressivo, pur se caratterizzato dalla nota legge della gradualità,cioè dal principio dei piccoli passi da compiere di volta in volta sulla strada della sequela di Cristo e, perciò stesso, della perfezione morale.
Ci soffermiamo ora sul numero 11 della Familiari Consortio.
11. L’uomo immagine di Dio Amore.
Subito, all’inizio di questo paragrafo della Familiaris Consortio, si fa riferimento ai testi di Gen 1, 26 e di Gen 2, 18-24.
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Gen. 1, 26 e segg.
26 E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”.
27 Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò;
maschio e femmina li creò.
28 Dio li benedisse e disse loro:
“Siate fecondi e moltiplicatevi,
riempite la terra;
soggiogatela e dominate
sui pesci del mare
e sugli uccelli del cielo
e su ogni essere vivente,
che striscia sulla terra”.
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1. “Dio creò l’uomo simile a sé, lo creò ad immagine di Dio…”
Il cap I di Genesi ci presenta una prima caratteristica: l’uomo è creato ad immagine di Dio: Dio ha preparato tutto (la terra, la luce, le erbe, gli animali ecc.) e soltanto dopo aver fatto questo crea l’uomo. Prima crea l’ambiente nel quale l’uomo dovrà vivere, un po’ come fa la coppia
quando aspetta un bambino che si preoccupa di preparare un ambiente accogliente ed ospitale per il bambino che nascerà.
Soltanto in un secondo momento Dio crea l’uomo e lo fa a sua immagine. Questo suo modo di fare esprime il massimo del suo amore, della sua attenzione e del suo apprezzamento per ciò che sta per compiere: mette nell’uomo il suo Spirito, qualcosa che non aveva messo nelle altre creature. Mette nell’uomo qualcosa di sé, il suo Spirito, nel quale poter contemplare se stesso: guardando l’uomo Dio può contemplare se stesso.
Se Dio ha creato l’uomo con amore, colui che gli è simile, l’uomo, non può che essere chiamato all’amore.
2. “…maschio e femmina li creò”
Non soltanto l’uomo è immagine di Dio ma anche la donna lo è. Lo diciamo non perché per noi ci sia qualche dubbio in proposito ma perché era comune, nella mentalità di Israele, che l’uomo fosse propriamente l’immagine di Dio e la donna il luogo in cui l’uomo potesse a sua volta contemplare se stesso: quello cioè che Dio fa nei confronti dell’uomo, l’uomo lo faceva nei confronti della donna.
Genesi corregge: questo modo di considerare il rapporto uomo-donna non è giusto, non è corretto. Tutti e due, insieme, sono il luogo in cui Dio ama contemplare se stesso, tutti e due, insieme, sono immagine di Dio.
L’uomo e la donna, insieme, lo sottolineiamo, sono immagine ed espressione del Dio trinitario. Anche se in Genesi non c’è ancora la pienezza della rivelazione sulla Trinità (Padre, Figlio e Spirito Santo), dal fatto che l’uomo e la donna, insieme, nel loro amarsi, nella loro coniugalità, sono rappresentati come l’immagine di Dio, si capisce che Dio, certamente, non è solitudine, ma è comunione, vita di relazione, è famiglia.
È sorprendente la modernità e la freschezza di questa visione dell’uomo, creato maschio e femmina, in un tempo in cui i cosiddetti movimenti di liberazione della donna, con tutta la cultura e la mentalità di cui si fanno paladini, muovono al cristianesimo improbabili accuse di oscurantismo e di maschilismo inveterato. È un invito per il mondo culturale “laico” a rileggere e meditare questi brevi versetti.
3. “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra”
E’ questo il modo peculiare con cui si è immagine di Dio.
Dio è creatore, ha messo la sua vita in tutte le creature per cui la fecondità, il generare la vita, è l’aspetto della coppia che più di ogni altro la avvicina all’immagine di Dio. La coppia è l’espressione terrena di ciò che Dio è nella sua pienezza: comunicazione di vita.
4. “Non è bene che l’uomo sia solo …essa è carne della mia carne, osso dalle mie ossa”
Gen 2, 18-24
18 Poi il Signore Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”. 19 Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. 20 Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile.
21 Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. 22 Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. 23 Allora l’uomo disse:
“Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna
perché dall’uomo è stata tolta”.
24 Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne |
Nel Cap. 2 di Genesi si sottolinea un altro aspetto. Il
fatto che l’uomo nella creazione sia unico ed irripetibile è certamente il segno
della sua dignità e della sua distinzione da ogni altra creatura ma
è anche il segno della sua solitudine.
La scena nella quale Dio fa passare davanti all’uomo tutti
gli animali si conclude drammaticamente: l’uomo potrebbe sentirsi qualcosa di
importante ma si ritrova triste nel sentirsi solo. Ecco allora l’idea
della donna, come aiuto simile a lui. Il termine aiuto
traduce solo in parte quello usato dalla Bibbia che è più forte:
alleata, cioè persona sulla quale si può contare. E la donna rappresenta per
l’uomo questa sicurezza.
La solitudine è una condizione naturale per l’uomo.
Il fatto di essere in riferimento a Dio e di trovare solo in Lui il suo
compimento lo pone in una situazione di isolamento e di solitudine, perché Dio è
sì prossimo, vicino ma è anche irraggiungibile.
La soluzione della donna come aiuto
riduce al massimo questa solitudine ma non la elimina del tutto.
Uomo e donna allora, nel disegno di Dio, sono
complementari,sono chiamati a entrare in relazione pur nella
consapevolezza che non verrà mai superata quella nostalgia di Dio
che è la radice della solitudine dell’uomo.
Sempre partendo da questo brano è possibile fare un’altra
sottolineatura. L’incontro dell’uomo con la donna è caratterizzato dallo
stupore, dalla meraviglia (“Questa volta essa è carne della mia
carne...“): è la fase dell’innamoramento e della grazia,
perché l’altra/o ti è data gratuitamente.
Questa gratuità contraddistingue quindi i rapporti di
coppia e quando essa viene meno i rapporti sono vissuti con la pretesa di
poterli gestire in proprio, di poterli programmare, di poterli costruire
sull’amore da soli. Il peccato, nella realtà della coppia, è l’incapacità di
riconoscere nell’altro qualcuno che è uguale a te, qualcuno che ti è dato per
grazia ed insieme al quale si è immagine di Dio. Allora subentra la violenza
ed il sopruso, perché l’altro non è riconosciuto come uguale in dignità. La
comunione dei due che sono insieme immagine di Dio diventa quasi
estraneità. Si rompe la corresponsabilità per cui di fronte al male i
due non si assumono più una responsabilità solidale ma ciascuno scarica la colpa
sull’altro. Si finisce, in qualche modo, per trattare l’altro più come oggetto
che come persona ed il rapporto tipico dell’uomo con gli oggetti è un rapporto
di dominio, di sfruttamento.
Il peccato di coppia alla fine è il rinnegare
l’immagine di Dio che ci si porta dentro in quanto coppia: la vita
non è più vissuta in riferimento a Dio.
Quando invece i due vivono secondo il progetto di Dio,
quando reciprocamente sono capaci di accogliersi come dono gratuitamente
ricevuto, abbandonando ogni pretesa di costruire e gestire da se stessi il
proprio amore, allora l’amore diventa risposta vocazionale, risposta ad
una chiamata.
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