2a
meditazione
“La Parola di Dio nella
Celebrazione”
Don
Giuseppe Busani
Esamineremo
il rapporto tra Liturgia e Parola. Ovvero cosa suscita la
Parola nella Liturgia. Tratteremo il tema in due fasi:
1.
La Parola è un avvenimento che suscita e anima un
corpo rituale (dal
rito alla parola).
2.
Dal punto di vista del rito vedremo perché è
necessario un rito che porta alla Parola di Dio (LA
PAROLA NEL RITO).
La
Liturgia è la cautela nel dire Dio. Ci invita a sospendere le
nostre parole, quando parla DIO, perché accada un avvenimento
concreto e produttivo di salvezza. E’
l’avvento del parlare di Dio. Se non sospendiamo le
nostre inutili parole, Dio non parla.
Se non ci fosse la Parola, la
Liturgia sarebbe un nulla.
Non ci sarebbe l’ispirazione e l’intervento di Dio.
Sarebbe un soffio.
Ma
senza la celebrazione liturgica, sarebbe possibile ascoltare
la Parola di Dio?. Sicuramente no. Ecco quindi che si
alimentano e si completano a vicenda. Necessita quindi CAUTELA
e POSSIBILITA’.
L’OPERA
DELLA PAROLA NELLA LITURGIA
Il
linguaggio che ci fa pronunziare “Parola di Dio” è una ACCLAMAZIONE “RENDIAMO
GRAZIE A DIO!”.
L’opera
della Parola di Dio nella celebrazione è una acclamazione.
L’Ordo Lectionum Missae (1981), nostro testo di riferimento,
dice “tutti i fedeli
acclamano in spirito di fede”. Si risponde rendendo
grazie alla Parola di Dio.
Al
termine della proclamazione della lettura non si dice mai “è
Parola di Dio”, poiché diventa un linguaggio assertivo-dimostrativo,
ma non acclamativo.
Non c’è più bisogno di acclamare nulla poiché si è già
dimostrato tutto. Deve essere –la risposta una acclamazione-asserzione-riconoscente.
La Parola di Dio è una corsa di Dio verso l’uomo. E’ un
avvenimento da
riconoscere e da
afferrare al volo.
Ma
che cos’è l’acclamazione? Cosa fa uno che acclama? Cosa
gli succede?
L’acclamazione
è un atto di spoliazione. E’ una voce nuda. La Liturgia è
il modo di stare con fede davanti all’imparagonabile grazia
dell’avvento di Dio.
Esige
tre atteggiamenti:
1.
una
spoliazione del soggetto.
La voce non deve essere elaborata o arzigogolata. La
voce deve essere nuda. Senza ideologie o infrastrutture.
Davanti a Dio dobbiamo essere semplici e nudi dalle
sovrastrutture. Solo così può accadere l’evento. Uno che
acclama è uno che esce da se. Lascia il suo mondo e si dirige
verso un altro. Non possiede ancora le cose, ma si sporge
verso di esse. Si slancia verso Dio. Qualcosa è accaduto,
perché essendo la sua una esistenza sensibile, ascoltando la
Parola di Dio, ne è stato colpito. Ma
tutte le forme della Liturgia sono acclamazioni e non discorsi
(prevalgono amen,
credo,
così
sia, rendiamo
grazie a Dio,
ecc.). Inoltre se acclamiamo non rischiamo di
glorificare noi stessi, per la nostra bravura nell’asserire
qualcosa. Esprimiamo la gioia di un incontro con qualcosa che
è sopraggiunto e ci ha mozzato il fiato. Quando
accade questo noi rispettiamo la natura della Parola di Dio,
che è evento. Che ha la capacità di venire extra-nos (fuori da noi), pro-nobis
(per noi). Ecco. Quando acclamiamo siamo fuori da noi.
E’ Dio che viene con la Parola (cfr.Ebrei 1,1-2. “ Dio,
che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in
diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in
questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha
costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha
fatto anche il mondo”).
Altri modi di parlare non sono adeguati davanti a Dio. La
Parola di Dio è PIENEZZA. Non ha bisogno di nostre asserzioni
o illuminazioni. Deve
solo essere riconosciuta, perché solo così compirà la sua
corsa e sarà evento. Sarà glorificata. Dio,
spontaneamente, senza tenere nulla per se, si avvicina
all’uomo per attirarlo a se’. E ciò è avvenimento di avvicinamento, dono che cambia. L’acclamazione
è una parola sospesa, aperta,
che corrisponde questo atteggiamento di avvicinamento di Dio.
Diviene esperienza di INAUGURAZIONE.
La Parola di Dio è parola rivolta a noi, destinata
a noi (PRO-NOBIS).
Quando Dio rivela il suo perdono, noi siamo già rivendicati e implicati
in questo annuncio, in questo avvenimento. Quando ci
raggiunge, ci esponiamo ad essa con spoliazione e lasciamo
aperta la nostra disponibilità. La Parola ci allontana fuori
di noi, ma non nell’indeterminato. Bensì ci porta avanti a
Dio. Questa Parola pone
NOI AL DI FUORI DI NOI, AVANTI A DIO, in un mondo nuovo,
in una nuova esistenza. L’ACCLAMAZIONE
pone l’esistenza dell’uomo nella condizione della VEGLIA,
dell’attesa di Colui che viene.
2.
Le
due acclamazioni fondamentali sono:
CREDO-AMEN
e RENDIAMO
GRAZIE A DIO-ALLELUIA! Se la parola prima dopo la proclamazione
è CREDO (La
Parola genera la fede, dice Paolo). Siccome quando si risponde si crede e si risponde credendo, allora si dice AMEN.
Se non
si arriva a portare ognuno all’aspetto dell’acclamazione non
si crede. Dio
parla non in un modo niente affatto ovvio, anzi genera la
crisi delle nostre ovvietà. Ma si AVVICINA A NOI.
Nel suo parlare c’è PRESENZA-ASSENZA. OVVERO SI LASCIA
COGLIERE, AFFERRARE NELLE SUE VIE. NEL RIVOLGERSI ALL’UOMO
GLI APRE QUELLA STESSA VIA CHE EGLI HA PERCORSO PER VENIRE
VERSO DI NOI: la via di Dio, quindi è la nostra via verso
Dio. Dato poi che la PAROLA DI DIO è IL FIGLIO DI DIO,
GESU’, pronunziare l’AMEN è ABBANDONARSI NELLE MANI DI
CRISTO, che è la VIA, LA VERITA’ E LA VITA, che ognuno deve
percorrere per salvarsi. Nell’ora dell’abbandono quindi,
perseverando nell’acclamazione, ci abbandoniamo nelle mani
di Dio. E acclamiamo il CREDO (esso è un atto di abbandono,
tale a quello del Figlio con il Padre). Ci spogliamo in questo
momento delle nostre preoccupazioni e delle nostre attività
autonome. L’acclamazione diviene allora ESERCIZIO
DELL’ABBANDONO.
3.
Ma
l’acclamazione è anche AMEN.
Ovvero è anche totale e cordiale. Dio è tutto ciò di cui
abbiamo bisogno. Siamo certi e contenti di questo Dio.
Reagiamo con il sentimento dell’abbandono, ma anche con quello della GIOIA.
La
GIOIA E’ SEMPRE UN SENTIRE, che coinvolge tutti i
sensi del nostro essere. O si sente o non si sente. NON E’
UN PENSIERO. Non si può costringere alcuno a provare o non
provare la GIOIA. A DIO SI PUO’ SOLO ACCONSENTIRE. La fede
non può mancare nei sensi
e nella gioia.
Se mancano i sensi e la sensibilità, arriviamo all’indifferenza.
Tutto
ciò sin qui detto è ciò che suscita la PAROLA DI DIO. L’acclamazione
E’ UN ATTO CORDIALE DI FEDE, TOTALE, GIOIOSO diretta a DIO
(la sua natura è AMEN-ALLELUIA).
In
questo modo abbiamo capito anche la natura
della PAROLA DI DIO (E’
EVENTO DI AVVICINAMENTO).
Solo
nel RITO la PAROLA E’ CUSTODITA COME EVENTO DI AVVICINAMENTO DEL PARLARE DI DIO.
SE NON C’E’ EVENTO NON C’E’ LITURGIA.
La
Parola quindi suscita questo evento.
MA
QUALE SERVIZIO FA IL RITO ALLA PAROLA DI DIO?
“celebratio verbi Dei est Dei eloquenti persona” (La
celebrazione della P.d.D. è Dio in persona che parla.).
Per
questo non è soltanto un libro che parla. Non è vuoto
ritualismo o cerimonialismo. Se il rito non porta la persona,
non produce effetti. Il rito
è INTERMEDIAZIONE IMMEDIATA. Noi dobbiamo parlare e
agire per entrare in contatto con Dio, che agisce.
Tutta
la responsabilità dell’azione che ne consegue è di Dio
(questo è il rito). BLONDEL
diceva che l’azione
liturgica consiste nell’azione
che consiste nell’adozione DELLA PASSIONE DI CRISTO.
E’ un agire CHE E’ UN LASCIARSI AGIRE (Dio agisce e la mia
azione consiste nel lasciarmi agire.).
Ma
la Parola nella Liturgia non è solo ACCLAMATA,
ma anche PROCLAMATA.
Dice un grande autore, Romano GUARDINI, nell’Opera LA MESSA
(Ed.VITA E PENSIERO) che leggere
i testi con l’intenzione di coglierne il senso, il vero
significato, è insolito. Perché qualcosa di grande e di
bello viene infranto.
La
Parola di Dio chiede di essere ascoltata E NON LETTA. Poiché
perde la sua bellezza e non effettua la sua corsa,
dispiegandosi verso l’uditore, giungendo a lui e venendo
accolta, acclamata, recepita e vissuta da questi. Se la
leggiamo tutto questo dinamismo non avviene.
Deve
essere proclamata da un ministro che detiene l’unità tra
Parola e Vita. Non è detenuta da un foglietto. La
proclamazione -che è sonorità-
libera il
CALORE della Parola.
La
Proclamazione impedisce che la Parola sia pensata
astrattamente. Perché
una melodia attrae, non dà spazio al pensiero. La
proclamazione, quindi è un suono di un soggetto –non di una
astrazione- che è
altro
che viene a me.
Simbologicamente il proclamatore è Dio che viene a me.
La
Parola proclamata quindi cerca un ascoltatore che la accolga e
la faccia propria. Uno
che proclama, di conseguenza, è uno che dimentica se stesso.
Non esibisce se stesso,
ma lascia fluire attraverso di sé, per gli altri, la Parola
di un Altro.
La
Parola di Dio proclamata custodisce la sua essenza come NATURA
DI EVENTO CHE SI REALIZZA, E’ RELAZIONE, CHE SI REALIZZA
NELLA LITURGIA.
Ma quale è il modo esatto di
proclamare?
Occorre proclamare con
le caratteristiche di un ministro dimentico di sé, toccato
dalla Parola, che ha a cuore coloro ai quali è diretta.
La
Parola di Dio è PAROLA
DELL’INIZIO ed è PAROLA che DA’
INIZIO.
E’
Kerygmatica (dell’inizio),
quindi è narrativa (dà inizio). Ci ricorda
che mediante la Parola tutto è stato fatto e tutto
eternamente si compie. Questo
vuol dire Kerygma e narrazione. Nella Liturgia la
Parola ha forma di KERYGMA.
La
Parola nella forma del Kerygma ha la forma dell’inizio. Ne
attesta l’inizio, l’avvenimento e lo grida. Annunzia
l’evento, lo narra. Tutto
il Nuovo Testamento nasce da un Kerygma che è poi divenuto
narrazione. Per prima occorre annunziare le condizioni
poste in opera dall’evento (che cosa Dio fa per l’uomo,
ovvero la buona notizia per l’uomo). Tutta la Liturgia è
così. Noi non disponiamo del RITO, MA E’ IL RITO CHE
DISPONE DI NOI E DELLA NOSTRA VITA. DA’ SENSO ALLA NOSTRA
ESISTENZA.
Poiché
prende forma e natura dall’evento, l’opera dell’evento dà
forma alla
Parola
e all’esistenza che su di essa viene modellata. Il Kerygma
rivela la caratteristica salvifica della Parola (indica
l’avvenimento: ecco,
Dio ADESSO OPERA). Ha
una sua forza. La Parola kerygmatica E’ SEMPRE CONCISA,
ne nomina l’origine e aiuta a riferire tutto ad essa (quindi
noi non possiamo attribuircela. E’ la vittoria sul peccato
di Adamo.
Nominando
l’origine, si esce dalla tentazione di attribuirsi meriti,
che sono solo di Dio). La Parola discorsiva non lo è.
Tutti
noi, o meglio la nostra vita di fede, è nata dal Kerygma.
E’ l’unica parola forte e necessaria, che vale ripetere.
Gesù è morto per noi e con il suo sacrificio ci ha salvati.
Ma la Parola Kerygmatica è anche narrazione, è parola
dell’inizio, dell’origine. E’ Parola che dà tutto,
poiché ci ricorda che Dio non ha riservato nulla per se’,
neppure l’Unigenito Figlio.
Nella
cultura di oggi, che è
una cultura di parole inutili, occorre tornare a
DIRE L’ESSENZIALE. LIMITARSI A DIRE SOLO CIO’ CHE E’
SOBRIO, SEMPLICE E BELLO.
La
Narrazione ci dice
che quell’evento dell’inizio è
generoso, contiene molto. Siamo portati ad un inizio che
è già inizio.
Il
Kerygma apre una pista ed invita ad entrare –attraverso una
narrazione- in una pista da percorrere e da altri già
percorsa
(narrandoci dell’esperienza di persone (Mosè, Davide,
Abramo, Isacco, Noè, ecc.) che si sono lasciate scuotere da
un evento, sino alla risurrezione di Gesù Cristo).
Sottolinea
la narrazione, un evento gravido di promesse ed invita a
decidersi nella fede, a percorrere quella strada percorsa
dall’evento. A rivivere la memoria per beneficiare
dell’evento della salvezza.
Il
Kerygma è PAROLA CHE BRILLA COME UNA GEMMA, ma la narrazione
indica la via, il percorso da seguire.
La
Parola nella Liturgia è PROCLAMATA, ACCLAMATA, ANNUNZIATA e
PREGATA.
L’ o m e l i a
Cosa
si richiede per una buona omelia.
1.
IL
TEMPO (è
PARTE DELL’AZIONE LITURGICA, per cui non può superare i
tempi fissati per ogni parte della stessa, poiché altrimenti
non si lascia spazio all’azione di Dio –max.10-12
minuti-).
2.
Il
Kerygma, annunziato, deve essere reso familiare, ovvero
percorribile nella vita dell’ascoltatore.
L’omelia non è una
buona parola in occasione della Messa, ma deve partecipare
all’azione del rito. Evitando
che sia un fervorino melenso e retorico. Evitando OGNI
RIFERIMENTO patetico, moralistico, catechetico e apologetico.
Non si deve giungere ad una spiegazione esegetica del testo.
MA nel
fare l’omelia ci DEVE ESSERE IL METTERE A TEMA DIO
E LE SUE OPERE. Davanti al testo chiedersi sempre: CHE COSA Dio fa per l’uomo. Quale è il volto di Dio che si manifesta
nel Testo e quello dell’uomo che si manifesta nel testo.
3.
L’omelia
è l’atto di fede che l’omileta fa davanti al testo, che
è teso a suscitare l’atto di fede dell’assemblea
(cioè portarla,
suscitarla a dire il CREDO).
Questo
è ciò che è richiesto dall’omelia. Ma teniamo presente
che abbiamo due maestri per l’omelia:
1.
“Verbum
Dei
Pateat, placet, moveat”
(SANT’AGOSTINO).
2.
La
Parola non è la riproduzione della propria vita, ma Cristo
stesso in cammino verso la comunità.
Bisogna portare Cristo nella nostra comunità, perché si
faccia carico dei nostri pesi. Il predicatore non deve
preoccuparsi troppo di applicarla a se’, perché è Cristo
che si fa carico dei nostri pesi. (BONHOEFFER
“IL TESTAMENTO DI
GESU’” Ed.VITA E PENSIERO). Ma l’autore è
protestante, perciò si capisce questa posizione. Il
predicatore invece si sottomette alla Parola mentre la
comunica.
PAROLA
e
SILENZIO
Esiste
poi una figura particolare della Parola: E’
IL SILENZIO. Le norme si trovano nei
prenotanda della LITURGIAE
HORARUM (nn. 201-202 – 203 XII.
Il sacro silenzio: 201.
Poiché nelle azioni liturgiche generalmente si deve avere
cura di "osservare a suo tempo anche il sacro
silenzio"18, sia offerta la possibilità del
silenzio anche nella celebrazione della Liturgia delle Ore.
202. Per accogliere nei cuori la piena risonanza della voce
dello Spirito Santo, e per unire più strettamente la
preghiera personale con la parola di Dio e con la voce
pubblica della Chiesa, si può dunque, secondo l'opportunità
e la prudenza, interporre un intervallo di silenzio o dopo i
singoli salmi, appena ripetuta l'antifona, secondo un'antica
usanza e specialmente se, dopo il silenzio, si aggiunge
l'orazione salmica (cf n. 112); oppure dopo le letture, sia
brevi che lunghe, e precisamente prima o dopo il responsorio.
Si deve però evitare di introdurre momenti di silenzio che
deformino la struttura dell'Ufficio, o rechino molestia o
fastidio ai partecipanti. 203. Nella recita individuale,
invece, c'è più ampia possibilità di fermarsi nella
meditazione di qualche formula che stimoli gli effetti dello
spirito, senza che l'Ufficio perda per questo la sua
caratteristica di preghiera pubblica).
Il SILENZIO serve quindi per accogliere nei cuori la risonanza
della voce dello Spirito. Per unire più strettamente la
preghiera personale con la Parola di Dio, stimolando gli
affetti dello Spirito. Non lascia fuori ne i sensi, ne gli
affetti.
Il
silenzio ha senso nella Liturgia perché crea un ritmo tra il
gesto e il senso. Non c’è Parola senza Silenzio, né
Silenzio senza Parola. Una Parola autentica ha bisogno di un
luogo ove potersi concretizzare (il silenzio).
Ne
va dell’autenticità della celebrazione. ALTRIMENTI DIVIENE
TUTTO SOLO CHIACCHIERA. Se in principio c’era la Parola e da
qui è partita la nostra storia di salvezza, significa che
prima c’era il silenzio.
Il
silenzio dà ritmo, per cui NON DEVE ESSERE TROPPO LUNGO
perché crea sospensione e attenzione verso la nota che segue.
In
modo diverso il silenzio reca fastidio e molestia
all’assemblea.
Ci
sono poi due tipi di silenzio:
1.
uno
per dare spazio alle azioni del sacerdote e dell’assemblea.
2.
l’altro è una
sospensione
della parola, per il sacerdote e per l’assemblea,
poiché entrambi devono imparare a parlare, perché
sono tornati all’origine, PERCHE’ STANNO ASCOLTANDO COLUI
CHE E’ IL SOLO CHE PARLA IN ETERNO. Perciò ci si mette
in ascolto di colui che era all’origine ed è il solo che sa
parlare. Tutti tacciono perché debbono predisporsi ad
imparare a parlare da Colui che solo sa parlare. Allora
il Silenzio diviene la casa della nascita della Parola, il suo
grembo.
approfondimenti:
·
LA
DANZA TRINITARIA
CUSTODITA TRA IL RITMO DEL SILENZIO E IL RITMO DELLA PAROLA. Nella danza c’è una
figura che descrive bene la relazione trinitaria, come c’è
tra Silenzio e Parola. Per
lasciar parlare il Figlio il Padre tace. Per parlare, il
Figlio, tace. Per poter dire il massimo del Padre, sale sulla
Croce. Nel massimo quindi, del nascondimento del Figlio, tuona
alta la Parola del Padre. Nella Kenosys del Figlio, nel suo
grido sulla Croce, c’è la massima manifestazione di DIO
PADRE E DELLA SUA GLORIA. Giovanni gioca su questo. Nel RITO partecipiamo a questa danza,
slanciandoci, abbandonandoci a questo ritmo trinitario. Ci si
abbandona, lasciandoci trascinare da un’altra voce.Questo è
il modo di corrispondere all’evento. La danza è il modo di
stare con fede davanti all’evento, con tutto di me, ma senza la totalizzazione di
me. Sto con tutto di me, con tutti i miei sensi, confessando però di non essere tutto, poiché sono davanti a CIO’ CHE E’ TUTTO, ovvero sono davanti a DIO.
E’
l’esercizio della libertà di chi decide di affidarsi
totalmente al Signore della sua esistenza, della sua storia.
·
LA
NATURA DELLA RIVELAZIONE NEL SENSO PRIMO.
Il NT nasce da un nucleo Kerygmatico, che è sviluppato da
Paolo. Il Kerygma pur rimanendo nella sua incandescenza primaria di Pietro e di
Paolo, viene
narrato nei 4 Evangeli (l’AT vede anche
dei nuclei kerygmatici che sono veri e propri attestati di
fede “mio padre
era un arameo errante…..”, però per il resto è NARRATIVO
e PROFETICO –profeti e salmi- POETICO
e SAPIENZIALE).
·
Rapporto
tra PROCLAMAZIONE DELLA PAROLA PERSONALIZZATA
E PROCLAMAZIONE DELLA PAROLA DISTACCATA.
E’ un rapporto difficile, che va vissuto cercando di evitare
di divenire asettici, o peggio ancora, protagonisti.
Nella
Liturgia c’è un “corpo a corpo”
tra oralità e scrittura. Oggettivamente la proclamazione è
proclamazione di parole scritte. Ovvero dei ritagli della
Sacra Scrittura, chiamati “PERICOPI” (appunto “ritagli”).
Esse danno luogo al LEZIONARIO (come L’EVANGELIARIO). Ma
anche al BREVIARIO e al GRADUALE.
Il
LEZIONARIO riporta in ordine le PERICOPI secondo i dettami
dell’ORDO LECTIONUM MISSAE, che ne regola anche la sua
forma, secondo tre
principi
1.
Unità tra AT, Apostolo e NT.
2.
Varietà.
Negli anni liturgici viene proposta la lettura di quasi tutta
la Scrittura (tranne piccolissime parti).
3.
concordanza.
La concordanza non è
l’unità tematica, su cui si articolano le letture di
una giornata (sarebbe
catechesi). E’ il rapporto
dialettico tra promessa
e compimento, anticipazione e realizzazione. L’Apostolo
attesta, dice che è possibile vivere quella fede basata sulla
rivelazione, e che interpella me, chiama me, implica me e
richiede il mio coinvolgimento.
(cfr.ORDO LECTIONUM MISSAE:
Secondo la prescrizione del Concilio Vaticano II, che
stabiliva: "In un
determinato numero di anni, si leggano al popolo le parti più
importanti della Sacra Scrittura"(13),
tutto il complesso delle letture delle domeniche è
suddiviso in un ciclo di tre anni. Inoltre in tutti i giorni
festivi, le letture dell’Epistola e del Vangelo sono
precedute da un’altra lettura tratta dall’Antico
Testamento oppure, nel Tempo pasquale, dagli Atti degli
Apostoli. In tal modo è messo più chiaramente in luce lo
sviluppo del mistero della salvezza, a partire dallo stesso
testo della rivelazione. Tale larghissima abbondanza di
letture bibliche, che propone ai fedeli nei giorni festivi la
parte più importante della Sacra Scrittura, viene completata
da altre parti dei Libri Santi nei giorni feriali. Tutto ciò
è ordinato in modo da far aumentare sempre più nei fedeli
"quella
fame... d’ascoltare la parola del Signore"(14)
che, sotto la guida dello Spirito Santo, spinga il popolo
della Nuova Alleanza alla perfetta unità della Chiesa. Con
queste disposizioni nutriamo viva speranza che sacerdoti e
fedeli prepareranno più santamente il loro animo alla Cena
del Signore, e nello stesso tempo, meditando più
profondamente le Sacre Scritture, si nutriranno ogni giorno di
più delle parole del Signore. Secondo quanto è detto dal
Concilio Vaticano II, le Sacre Scritture saranno così per
tutti una sorgente
perenne di vita spirituale, un mezzo di prim’ordine per
trasmettere la dottrina cristiana e infine l’essenza stessa
di tutta la teologia. In questo rinnovamento del Messale
Romano oltre ai tre cambiamenti, di cui si è parlato sopra, e
cioè la Preghiera eucaristica, l’Ordo Missae
e l’Ordo
lectionum Missae
anche altre parti sono state rivedute e considerevolmente
modificate: il Temporale, il Santorale, il Comune dei santi,
le Messe rituali e le Messe votive. Un’attenzione
particolare è stata dedicata alle orazioni, che non solo sono
state aumentate di numero, perché le nuove orazioni
rispondessero meglio alle nuove necessità dei tempi, ma anche
quelle più antiche sono state riportate alla fedeltà degli
antichi testi. Per ciascuna feria dei tempi liturgici
principali, Avvento, Natale, Quaresima e Pasqua, si è
provveduto a un’orazione propria.)
Il
Lezionario ha un
grande valore liturgico, strutturato su tre valori:
1.
Es.31,18 “quando
il Signore ebbe finito di parlare gli diede le due tavole
scritte”. Ovvero
il dono di ciò che è Scritto col Dito di Dio. La
Scrittura attesta che ciò che in essa è scritto e ci viene
dato, in quanto già fissato, proviene direttamente da Dio e
non da me (PRECEDENZA).
2.
è un dono
scritto, consegnato al tempo, che sfida il tempo, ed a
cui si può accedere in ogni tempo.
3.
è un dono
unico per tutti. E tutti dipendono dal LEZIONARIO.
4.
la disseminazione.
La storia del libro inizia con lui, passa a noi e terminerà
con altri. In tutte le chiese cattoliche del mondo si celebrerà
con l’unico lezionario. Crea apostolicità
e cattolicità con tutto il mondo ecclesiale. Ma se rimanesse
sigillato nel fatto di essere solo un libro, sarebbe
deificato, idealizzato, sacralizzato in modo errato,
idolatrato, adorato. Sarebbe come sapere tutto sulla danza,
avendone un manuale esaustivo e
non mettersi mai a danzare. L’oralità
impedisce che questo accada.
L’atto dell’acclamare
(oralità),
decristallizza LA FISSAZIONE
scritta della Scrittura e la scioglie in oralità, restituendo
l’evento.
|
1
|
EVENTO
|
es.
Israele
passa il Mar Rosso, grazie all’intervento di Dio.
|
|
2
|
INTERPRETAZIONE
DI FEDE E NARRAZIONE
|
E’
il ricordo delle gesta di Dio che con braccio potente ha
salvato il suo popolo dall’oppressore egizio..
|
|
3
|
FISSAZIONE
SCRITTA- CRISTALLIZZAZIONE
|
Fissazione
scritta dell’evento di salvezza e cristallizzazione.
|
|
4
|
LA
LITURGIA PARTE DALLA CRISTALLIZZAZIONE SCRITTA, LA
SCIOGLIE IN ORALITA’, PER RENDERE NUOVAMENTE
L’AVVENIMENTO E FAR FARE ESPERIENZA DELL’EVENTO
|
L’evento
Proclamato
permette a tutti di farne nuovamente esperienza e di
ottenere da esso fede e salvezza
|
Colui
che proclama e che predica ha quindi una grande responsabilità.
Deve dimenticare le sue parole, svuotarsi e glorificare Dio.
Si lascia persuadere dalla Parola che proclama, perché agisca
in lui.
Per
ultimo debbo dire che non sono insignificanti le AZIONI
INTORNO ALLA PAROLA. San Benedetto a proposito della
celebrazione della Liturgia delle Ore diceva che recitando i
Salmi, occorre dare il PRIMATO ALLA VOCE NON ALLA MENTE (“mens
concorda vocis”).
Non deve pensare al senso del salmo, perché l’azione
liturgica viene prima del pensiero. Sviluppa il pensiero, ma
dopo aver compiuto l’azione. Non possiamo entrare nella
nostra interiorità se non dopo il gesto o l’azione,
destinati a trasformare le nostre idee e la nostra vita. “Colui
che risuona nella voce il nome di Gesù, costui sia anche nel
cuore di chi salmeggia”.
Si può affermare, paradossalmente che il cibo produce effetto
solo dopo averlo mangiato, ovvero solo dopo aver eseguito
l’azione. Segno e simbolo nella liturgia non esistono, ESISTONO
SOLO LE AZIONI SIMBOLICHE, che servono a farci
raggiungere da qualcuno (DIO). L’acqua ci bagna ed
attraverso di essa e del gesto della sua imposizione, Dio ci
salva.
Ma
vediamo nel dettaglio la procedura della proclamazione:
·
Quando
portiamo in processione l’evangeliario all’ambone,
tutti attendono la voce che proclamerà la Parola di Dio,
della quale poi, faranno esperienza. E’ la dimensione
dell’attesa, della quale abbiamo già parlato.
·
Quando
ci segniamo la fronte con la croce,
lo facciamo perché possiamo essere crocifissi e benedetti. In
questo modo proclameremo ispirati il testo.
·
Quando baciamo
il Vangelo, abbiamo il contatto con il Signore che giunge
a noi. Il contatto consuma infatti lo spazio che separa. Lo fa
sentire vicinissimo, ma
non avvicinabile (ci sono tre baci nella liturgia: 1-baciamo
l’altare, 2-l’evangelo,
3-il fratello.
In tutti i casi è una vicinanza
estrema, ma rispettosissima. Infatti baciamo, non
mangiamo l’altro. Altrimenti se lo fagocitassimo, non
rimarrebbe più la diversità dell'altro, l’alterità).
Per
concludere vediamo ora cosa dice Rahner
–a proposito delle azioni: “l’amore
di Dio e la preghiera ci presentano una comune difficoltà.
Fanno parte degli atti del cuore. Che
riescono veramente solo se siamo immersi in Dio, e ci
dimentichiamo che stiamo compiendoli. E falliscono se
ci si mette ogni attenzione per farli bene. E’
il luogo dell’azione e non dell’attenzione”.
L’avvento
della Parola avviene nell’acclamazione. E
il parlare non stabilisce più, MA DETERMINA UN EVENTO: AVVICINA DIO ALL’UOMO E FA SI’ CHE QUESTULTIMO SI SALVI,
DICHIARANDOGLI IL SUO AMORE.
L’azione
Liturgica permette tutto questo.
Questa azione non
funziona nell’ordine dei mezzi, ma
dei fini (è il fine è nell’ordine dell’AMORE).
Testo interessante: Paul
De Clerc “INTELLIGENZA
DELLA LITURGIA” Ed.Vaticane
approfondimenti:
·
IL
TEMA DELLA PAROLA PROCLAMATA.
Non si deve mai utilizzare la parola “TEMA” delle letture
della giornata, perché toglie molto all’evento. Dio è epifania, rivelazione,
operazione. La Liturgia è esperienza del momento di
Grazia. Il linguaggio deve essere corrispondente alla natura. Il
soggetto del nostro parlare non è un oggetto, MA UNA PERSONA,
DIO, CHE PARLA ANCORA AL SUO POPOLO. Usare un linguaggio
tematico equivale ad interrompere la Liturgia.
·
AZIONI
SIMBOLICHE O SIMBOLI.
Non esiste il cero pasquale, ma le azioni intorno al cero
pasquale. Le azioni sono simboliche. Non esiste il lezionario,
ma esiste il portarlo
in processione, segnarlo,
baciarlo, proclamarlo.
L’olio santo viene posto sul corpo con il quale VIENE MESSO
IN RELAZIONE. Non si dice IL BATTESIMO, o il SACRAMENTO DEL BATTESIMO. Ma
liturgicamente si dice LA
CELEBRAZIONE DEL BATTESIMO
(perché è il celebrare che dà l’efficacia
del segno del Battesimo). Senza
celebrazione non c’è
Battesimo. Senza
azione (LITURGICA) il sacramento NON E’ SEGNO
EFFICACE. Il
segno di per se è una “RES”. Per essere efficace dobbiamo
attuarlo per mezzo di una “ACTIO”.
·
CELEBRARE
IL MISTERO CHE LA LITURGIA RENDE.
Dio ha scelto la via del SEGNO per relazionarsi con l’uomo.
La parola CELEBRAZIONE
(“leiturghìa” -
è una actio
in un luogo celebre, frequentato
da tutti), significa
principalmente “azione COMUNITARIA”. E’ un
fare
memoria
della PASSIONE
DI CRISTO, è fare
Epiclesi,
è fare Memoriale
(Gesù ha detto “..Fate questo
in memoria di Me…”), è fare
Dossologia
(interrompo ogni mia azione, perché so che Dio ha fatto
tutto, e lodo Dio dicendo
“…ti lodo Padre”).
E’
RIATTUALIZZARE IL MISTERO PASQUALE, affinché il
divino irrompa nello spazio celebrativo e possiamo fare
esperienza con Lui.
Non
è far festa ad un evento già avvenuto (questa è la linea protestante di Karl Barth).
·
PERCHE’ NEI GIORNI FERIALI NON SI LEGGE LA SECONDA
LETTURA. Perché è una celebrazione più sobria,e perché è
giusto evidenziare l’importanza della Domenica che E’ IL
DIES DOMINI, è il Memoriale della Pasqua, è “il
giorno in cui Cristo ha vinto la morte e ci ha reso partecipe
della vita immortale”.
PREGHIERA
UNIVERSALE. Ad esempio nella messa feriale, sarebbe bene far
silenzio dopo la proclamazione del Vangelo e valorizzare la
Preghiera universale, magari cantillandola, come fanno i
monaci.
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