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Liturgia

 

Il diacono ministro dell'altare

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a cura del diacono Leondino Cipolletti  

disegni e vignette di Silvia Cipolletti

diaconicomo



2a meditazione

La Parola di Dio nella Celebrazione

Don Giuseppe Busani

Esamineremo il rapporto tra Liturgia e Parola. Ovvero cosa suscita la Parola nella Liturgia. Tratteremo il tema in due fasi:

1.     La Parola è un avvenimento che suscita e anima un corpo rituale (dal rito alla parola).

2.     Dal punto di vista del rito vedremo perché è necessario un rito che porta alla Parola di Dio (LA PAROLA NEL RITO).

La Liturgia è la cautela nel dire Dio. Ci invita a sospendere le nostre parole, quando parla DIO, perché accada un avvenimento concreto e produttivo di salvezza. E’ l’avvento del parlare di Dio. Se non sospendiamo le nostre inutili parole, Dio non parla.

Se non ci fosse la Parola, la Liturgia sarebbe un nulla. Non ci sarebbe l’ispirazione e l’intervento di Dio. Sarebbe un soffio.

Ma senza la celebrazione liturgica, sarebbe possibile ascoltare la Parola di Dio?. Sicuramente no. Ecco quindi che si alimentano e si completano a vicenda. Necessita quindi CAUTELA e POSSIBILITA’.

 

L’OPERA DELLA PAROLA NELLA LITURGIA

Il linguaggio che ci fa pronunziare “Parola di Dio” è una ACCLAMAZIONERENDIAMO GRAZIE A DIO!”.

L’opera della Parola di Dio nella celebrazione è una acclamazione. L’Ordo Lectionum Missae (1981), nostro testo di riferimento, dice “tutti i fedeli acclamano in spirito di fede”. Si risponde rendendo grazie alla Parola di Dio.

Al termine della proclamazione della lettura non si dice mai “è Parola di Dio”, poiché diventa un linguaggio assertivo-dimostrativo, ma non acclamativo. Non c’è più bisogno di acclamare nulla poiché si è già dimostrato tutto. Deve essere –la risposta una acclamazione-asserzione-riconoscente. La Parola di Dio è una corsa di Dio verso l’uomo. E’ un avvenimento da riconoscere e da afferrare al volo.

Ma che cos’è l’acclamazione? Cosa fa uno che acclama? Cosa gli succede?

L’acclamazione è un atto di spoliazione. E’ una voce nuda. La Liturgia è il modo di stare con fede davanti all’imparagonabile grazia dell’avvento di Dio.

Esige tre atteggiamenti:

1.     una spoliazione del soggetto. La voce non deve essere elaborata o arzigogolata. La voce deve essere nuda. Senza ideologie o infrastrutture. Davanti a Dio dobbiamo essere semplici e nudi dalle sovrastrutture. Solo così può accadere l’evento. Uno che acclama è uno che esce da se. Lascia il suo mondo e si dirige verso un altro. Non possiede ancora le cose, ma si sporge verso di esse. Si slancia verso Dio. Qualcosa è accaduto, perché essendo la sua una esistenza sensibile, ascoltando la Parola di Dio, ne è stato colpito. Ma tutte le forme della Liturgia sono acclamazioni e non discorsi (prevalgono amen, credo, così sia, rendiamo grazie a Dio, ecc.). Inoltre se acclamiamo non rischiamo di glorificare noi stessi, per la nostra bravura nell’asserire qualcosa. Esprimiamo la gioia di un incontro con qualcosa che è sopraggiunto e ci ha mozzato il fiato. Quando accade questo noi rispettiamo la natura della Parola di Dio, che è evento. Che ha la capacità di venire extra-nos (fuori da noi), pro-nobis (per noi). Ecco. Quando acclamiamo siamo fuori da noi. E’ Dio che viene con la Parola (cfr.Ebrei 1,1-2. “ Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo”). Altri modi di parlare non sono adeguati davanti a Dio. La Parola di Dio è PIENEZZA. Non ha bisogno di nostre asserzioni o illuminazioni. Deve solo essere riconosciuta, perché solo così compirà la sua corsa e sarà evento. Sarà glorificata. Dio, spontaneamente, senza tenere nulla per se, si avvicina all’uomo per attirarlo a se’. E ciò è avvenimento di avvicinamento, dono che cambia. L’acclamazione è una parola sospesa, aperta, che corrisponde questo atteggiamento di avvicinamento di Dio. Diviene esperienza di INAUGURAZIONE. La Parola di Dio è parola rivolta a noi, destinata a noi (PRO-NOBIS). Quando Dio rivela il suo perdono, noi siamo già rivendicati e implicati in questo annuncio, in questo avvenimento. Quando ci raggiunge, ci esponiamo ad essa con spoliazione e lasciamo aperta la nostra disponibilità. La Parola ci allontana fuori di noi, ma non nell’indeterminato. Bensì ci porta avanti a Dio. Questa Parola pone NOI AL DI FUORI DI NOI, AVANTI A DIO, in un mondo nuovo, in una nuova esistenza. L’ACCLAMAZIONE pone l’esistenza dell’uomo nella condizione della VEGLIA, dell’attesa di Colui che viene.

2.     Le due acclamazioni fondamentali sono: CREDO-AMEN e RENDIAMO GRAZIE A DIO-ALLELUIA! Se la parola prima dopo la proclamazione è CREDO (La Parola genera la fede, dice Paolo). Siccome quando si risponde si crede e si risponde credendo, allora si dice AMEN. Se non si arriva a portare ognuno all’aspetto dell’acclamazione non si crede. Dio parla non in un modo niente affatto ovvio, anzi genera la crisi delle nostre ovvietà. Ma si AVVICINA A NOI. Nel suo parlare c’è PRESENZA-ASSENZA. OVVERO SI LASCIA COGLIERE, AFFERRARE NELLE SUE VIE. NEL RIVOLGERSI ALL’UOMO GLI APRE QUELLA STESSA VIA CHE EGLI HA PERCORSO PER VENIRE VERSO DI NOI: la via di Dio, quindi è la nostra via verso  Dio. Dato poi che la PAROLA DI DIO è IL FIGLIO DI DIO, GESU’, pronunziare l’AMEN è ABBANDONARSI NELLE MANI DI CRISTO, che è la VIA, LA VERITA’ E LA VITA, che ognuno deve percorrere per salvarsi. Nell’ora dell’abbandono quindi, perseverando nell’acclamazione, ci abbandoniamo nelle mani di Dio. E acclamiamo il CREDO (esso è un atto di abbandono, tale a quello del Figlio con il Padre). Ci spogliamo in questo momento delle nostre preoccupazioni e delle nostre attività autonome. L’acclamazione diviene allora ESERCIZIO DELL’ABBANDONO.

3.     Ma l’acclamazione è anche AMEN. Ovvero è anche totale e cordiale. Dio è tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Siamo certi e contenti di questo Dio. Reagiamo con il sentimento dell’abbandono, ma anche con quello della GIOIA. La GIOIA E’ SEMPRE UN SENTIRE, che coinvolge tutti i sensi del nostro essere. O si sente o non si sente. NON E’ UN PENSIERO. Non si può costringere alcuno a provare o non provare la GIOIA. A DIO SI PUO’ SOLO ACCONSENTIRE. La fede non può mancare nei sensi e nella gioia. Se mancano i sensi e la sensibilità, arriviamo all’indifferenza.

Tutto ciò sin qui detto è ciò che suscita la PAROLA DI DIO. L’acclamazione E’ UN ATTO CORDIALE DI FEDE, TOTALE, GIOIOSO diretta a DIO (la sua natura è AMEN-ALLELUIA).

In questo modo abbiamo capito anche la natura della PAROLA DI DIO (E’ EVENTO DI AVVICINAMENTO).

Solo nel RITO la PAROLA E’ CUSTODITA COME EVENTO DI AVVICINAMENTO DEL PARLARE DI DIO. SE NON C’E’ EVENTO NON C’E’ LITURGIA.

La Parola quindi suscita questo evento.

MA QUALE SERVIZIO FA IL RITO ALLA PAROLA DI DIO?celebratio verbi Dei est Dei eloquenti persona” (La celebrazione della P.d.D. è Dio in persona che parla.).

Per questo non è soltanto un libro che parla. Non è vuoto ritualismo o cerimonialismo. Se il rito non porta la persona, non produce effetti. Il rito è INTERMEDIAZIONE IMMEDIATA. Noi dobbiamo parlare e agire per entrare in contatto con Dio, che agisce.

Tutta la responsabilità dell’azione che ne consegue è di Dio (questo è il rito). BLONDEL diceva che l’azione liturgica consiste nell’azione che consiste nell’adozione DELLA PASSIONE DI CRISTO. E’ un agire CHE E’ UN LASCIARSI AGIRE (Dio agisce e la mia azione consiste nel lasciarmi agire.).

Ma la Parola nella Liturgia non è solo ACCLAMATA, ma anche PROCLAMATA. Dice un grande autore, Romano GUARDINI, nell’Opera LA MESSA (Ed.VITA E PENSIERO) che leggere i testi con l’intenzione di coglierne il senso, il vero significato, è insolito. Perché qualcosa di grande e di bello viene infranto.

La Parola di Dio chiede di essere ascoltata E NON LETTA. Poiché perde la sua bellezza e non effettua la sua corsa, dispiegandosi verso l’uditore, giungendo a lui e venendo accolta, acclamata, recepita e vissuta da questi. Se la leggiamo tutto questo dinamismo non avviene.

Deve essere proclamata da un ministro che detiene l’unità tra Parola e Vita. Non è detenuta da un foglietto. La proclamazione -che è sonorità- libera il CALORE della Parola.

La Proclamazione impedisce che la Parola sia pensata astrattamente. Perché una melodia attrae, non dà spazio al pensiero. La proclamazione, quindi è un suono di un soggetto –non di una astrazione- che è altro che viene a me. Simbologicamente il proclamatore è Dio che viene a me.

La Parola proclamata quindi cerca un ascoltatore che la accolga e la faccia propria. Uno che proclama, di conseguenza, è uno che dimentica se stesso. Non esibisce se stesso, ma lascia fluire attraverso di sé, per gli altri, la Parola di un Altro.

La Parola di Dio proclamata custodisce la sua essenza come NATURA DI EVENTO CHE SI REALIZZA, E’ RELAZIONE, CHE SI REALIZZA NELLA LITURGIA.

Ma quale è il modo esatto di proclamare? Occorre proclamare con le caratteristiche di un ministro dimentico di sé, toccato dalla Parola, che ha a cuore coloro ai quali è diretta.

La Parola di Dio è PAROLA DELL’INIZIO ed è PAROLA che DA’ INIZIO.

E’ Kerygmatica (dell’inizio), quindi è narrativa (dà inizio). Ci ricorda che mediante la Parola tutto è stato fatto e tutto eternamente si compie. Questo vuol dire Kerygma e narrazione. Nella Liturgia la Parola ha forma di KERYGMA.

La Parola nella forma del Kerygma ha la forma dell’inizio. Ne attesta l’inizio, l’avvenimento e lo grida. Annunzia l’evento, lo narra. Tutto il Nuovo Testamento nasce da un Kerygma che è poi divenuto narrazione. Per prima occorre annunziare le condizioni poste in opera dall’evento (che cosa Dio fa per l’uomo, ovvero la buona notizia per l’uomo). Tutta la Liturgia è così. Noi non disponiamo del RITO, MA E’ IL RITO CHE DISPONE DI NOI E DELLA NOSTRA VITA. DA’ SENSO ALLA NOSTRA ESISTENZA.

Poiché prende forma e natura dall’evento, l’opera dell’evento dà forma alla

Parola e all’esistenza che su di essa viene modellata. Il Kerygma rivela la caratteristica salvifica della Parola (indica l’avvenimento: ecco, Dio ADESSO OPERA). Ha una sua forza. La Parola kerygmatica E’ SEMPRE CONCISA, ne nomina l’origine e aiuta a riferire tutto ad essa (quindi noi non possiamo attribuircela. E’ la vittoria sul peccato di Adamo.

Nominando l’origine, si esce dalla tentazione di attribuirsi meriti, che sono solo di Dio). La Parola discorsiva non lo è.

Tutti noi, o meglio la nostra vita di fede, è nata dal Kerygma. E’ l’unica parola forte e necessaria, che vale ripetere. Gesù è morto per noi e con il suo sacrificio ci ha salvati. Ma la Parola Kerygmatica è anche narrazione, è parola dell’inizio, dell’origine. E’ Parola che dà tutto, poiché ci ricorda che Dio non ha riservato nulla per se’, neppure l’Unigenito Figlio.

Nella cultura di oggi, che è una cultura di parole inutili, occorre tornare a DIRE L’ESSENZIALE. LIMITARSI A DIRE SOLO CIO’ CHE E’ SOBRIO, SEMPLICE E BELLO.

La Narrazione ci dice che quell’evento dell’inizio è generoso, contiene molto. Siamo portati ad un inizio che è già inizio.

Il Kerygma apre una pista ed invita ad entrare –attraverso una narrazione- in una pista da percorrere e da altri già percorsa (narrandoci dell’esperienza di persone (Mosè, Davide, Abramo, Isacco, Noè, ecc.) che si sono lasciate scuotere da un evento, sino alla risurrezione di Gesù Cristo).

Sottolinea la narrazione, un evento gravido di promesse ed invita a decidersi nella fede, a percorrere quella strada percorsa dall’evento. A rivivere la memoria per beneficiare dell’evento della salvezza.

Il Kerygma è PAROLA CHE BRILLA COME UNA GEMMA, ma la narrazione indica la via, il percorso da seguire.

La Parola nella Liturgia è PROCLAMATA, ACCLAMATA, ANNUNZIATA e PREGATA.

 

L’ o m e l i a

Cosa si richiede per una buona omelia.

1.     IL TEMPO (è PARTE DELL’AZIONE LITURGICA, per cui non può superare i tempi fissati per ogni parte della stessa, poiché altrimenti non si lascia spazio all’azione di Dio –max.10-12 minuti-).

2.     Il Kerygma, annunziato, deve essere reso familiare, ovvero percorribile nella vita dell’ascoltatore. L’omelia non è una buona parola in occasione della Messa, ma deve partecipare all’azione del rito. Evitando che sia un fervorino melenso e retorico. Evitando OGNI RIFERIMENTO patetico, moralistico, catechetico e apologetico. Non si deve giungere ad una spiegazione esegetica del testo. MA nel fare l’omelia ci DEVE ESSERE IL METTERE A TEMA DIO E LE SUE OPERE. Davanti al testo chiedersi sempre: CHE COSA Dio fa per l’uomo. Quale è il volto di Dio che si manifesta nel Testo e quello dell’uomo che si manifesta nel testo.

3.     L’omelia è l’atto di fede che l’omileta fa davanti al testo, che è teso a suscitare l’atto di fede dell’assemblea (cioè portarla, suscitarla a dire il CREDO).

Questo è ciò che è richiesto dall’omelia. Ma teniamo presente che abbiamo due maestri per l’omelia:

1.     Verbum Dei Pateat, placet, moveat (SANT’AGOSTINO).

2.     La Parola non è la riproduzione della propria vita, ma Cristo stesso in cammino verso la comunità. Bisogna portare Cristo nella nostra comunità, perché si faccia carico dei nostri pesi. Il predicatore non deve preoccuparsi troppo di applicarla a se’, perché è Cristo che si fa carico dei nostri pesi. (BONHOEFFER “IL TESTAMENTO DI GESU’” Ed.VITA E PENSIERO). Ma l’autore è protestante, perciò si capisce questa posizione. Il predicatore invece si sottomette alla Parola mentre la comunica.

PAROLA      e      SILENZIO

Esiste poi una figura particolare della Parola: E’ IL SILENZIO. Le norme si trovano nei prenotanda della LITURGIAE HORARUM (nn. 201-202 – 203  XII. Il sacro silenzio:  201. Poiché nelle azioni liturgiche generalmente si deve avere cura di "osservare a suo tempo anche il sacro silenzio"18, sia offerta la possibilità del silenzio anche nella celebrazione della Liturgia delle Ore. 202. Per accogliere nei cuori la piena risonanza della voce dello Spirito Santo, e per unire più strettamente la preghiera personale con la parola di Dio e con la voce pubblica della Chiesa, si può dunque, secondo l'opportunità e la prudenza, interporre un intervallo di silenzio o dopo i singoli salmi, appena ripetuta l'antifona, secondo un'antica usanza e specialmente se, dopo il silenzio, si aggiunge l'orazione salmica (cf n. 112); oppure dopo le letture, sia brevi che lunghe, e precisamente prima o dopo il responsorio. Si deve però evitare di introdurre momenti di silenzio che deformino la struttura dell'Ufficio, o rechino molestia o fastidio ai partecipanti. 203. Nella recita individuale, invece, c'è più ampia possibilità di fermarsi nella meditazione di qualche formula che stimoli gli effetti dello spirito, senza che l'Ufficio perda per questo la sua caratteristica di preghiera pubblica). Il SILENZIO serve quindi per accogliere nei cuori la risonanza della voce dello Spirito. Per unire più strettamente la preghiera personale con la Parola di Dio, stimolando gli affetti dello Spirito. Non lascia fuori ne i sensi, ne gli affetti.

Il silenzio ha senso nella Liturgia perché crea un ritmo tra il gesto e il senso. Non c’è Parola senza Silenzio, né Silenzio senza Parola. Una Parola autentica ha bisogno di un luogo ove potersi concretizzare (il silenzio).

Ne va dell’autenticità della celebrazione. ALTRIMENTI DIVIENE TUTTO SOLO CHIACCHIERA. Se in principio c’era la Parola e da qui è partita la nostra storia di salvezza, significa che prima c’era il silenzio.

Il silenzio dà ritmo, per cui NON DEVE ESSERE TROPPO LUNGO perché crea sospensione e attenzione verso la nota che segue.

In modo diverso il silenzio reca fastidio e molestia all’assemblea.

Ci sono poi due tipi di silenzio:

1.     uno per dare spazio alle azioni del sacerdote e dell’assemblea.

2.     l’altro è una sospensione della parola, per il sacerdote e per l’assemblea, poiché entrambi devono imparare a parlare, perché sono tornati all’origine, PERCHE’ STANNO ASCOLTANDO COLUI CHE E’ IL SOLO CHE PARLA IN ETERNO. Perciò ci si mette in ascolto di colui che era all’origine ed è il solo che sa parlare. Tutti tacciono perché debbono predisporsi ad imparare a parlare da Colui che solo sa parlare. Allora il Silenzio diviene la casa della nascita della Parola, il suo grembo.

approfondimenti:

·        LA DANZA TRINITARIA CUSTODITA TRA IL RITMO DEL SILENZIO E IL RITMO DELLA PAROLA. Nella danza c’è una figura che descrive bene la relazione trinitaria, come c’è tra Silenzio e Parola. Per lasciar parlare il Figlio il Padre tace. Per parlare, il Figlio, tace. Per poter dire il massimo del Padre, sale sulla Croce. Nel massimo quindi, del nascondimento del Figlio, tuona alta la Parola del Padre. Nella Kenosys del Figlio, nel suo grido sulla Croce, c’è la massima manifestazione di DIO PADRE E DELLA SUA GLORIA. Giovanni gioca su questo. Nel RITO partecipiamo a questa danza, slanciandoci, abbandonandoci a questo ritmo trinitario. Ci si abbandona, lasciandoci trascinare da un’altra voce.Questo è il modo di corrispondere all’evento. La danza è il modo di stare con fede davanti all’evento, con tutto di me, ma senza la totalizzazione di me. Sto con tutto di me, con tutti i miei sensi, confessando però di non essere tutto, poiché sono davanti a CIO’ CHE E’ TUTTO, ovvero sono davanti a DIO. E’ l’esercizio della libertà di chi decide di affidarsi totalmente al Signore della sua esistenza, della sua storia.

·        LA NATURA DELLA RIVELAZIONE NEL SENSO PRIMO. Il NT nasce da un nucleo Kerygmatico, che è sviluppato da Paolo. Il Kerygma pur rimanendo nella sua incandescenza primaria di Pietro e di Paolo, viene narrato nei 4 Evangeli (l’AT vede anche dei nuclei kerygmatici che sono veri e propri attestati di fedemio padre era un arameo errante…..”, però per il resto è NARRATIVO e PROFETICOprofeti e salmi- POETICO e SAPIENZIALE).

·        Rapporto tra PROCLAMAZIONE DELLA PAROLA PERSONALIZZATA E PROCLAMAZIONE DELLA PAROLA DISTACCATA. E’ un rapporto difficile, che va vissuto cercando di evitare di divenire asettici, o peggio ancora, protagonisti.

Nella Liturgia c’è un “corpo a corpo tra oralità e scrittura. Oggettivamente la proclamazione è proclamazione di parole scritte. Ovvero dei ritagli della Sacra Scrittura, chiamati “PERICOPI” (appunto “ritagli). Esse danno luogo al LEZIONARIO (come L’EVANGELIARIO). Ma anche al BREVIARIO e al GRADUALE.

Il LEZIONARIO riporta in ordine le PERICOPI secondo i dettami dell’ORDO LECTIONUM MISSAE, che ne regola anche la sua forma, secondo tre principi

1.     Unità tra AT, Apostolo e NT.

2.     Varietà. Negli anni liturgici viene proposta la lettura di quasi tutta la Scrittura (tranne piccolissime parti).

3.     concordanza. La concordanza non è l’unità tematica, su cui si articolano le letture di una giornata (sarebbe catechesi). E’ il rapporto dialettico tra promessa e compimento, anticipazione e realizzazione. L’Apostolo attesta, dice che è possibile vivere quella fede basata sulla rivelazione, e che interpella me, chiama me, implica me e richiede il mio coinvolgimento.

(cfr.ORDO LECTIONUM MISSAE: Secondo la prescrizione del Concilio Vaticano II, che stabiliva: "In un determinato numero di anni, si leggano al popolo le parti più importanti della Sacra Scrittura"(13), tutto il complesso delle letture delle domeniche è suddiviso in un ciclo di tre anni. Inoltre in tutti i giorni festivi, le letture dell’Epistola e del Vangelo sono precedute da un’altra lettura tratta dall’Antico Testamento oppure, nel Tempo pasquale, dagli Atti degli Apostoli. In tal modo è messo più chiaramente in luce lo sviluppo del mistero della salvezza, a partire dallo stesso testo della rivelazione. Tale larghissima abbondanza di letture bibliche, che propone ai fedeli nei giorni festivi la parte più importante della Sacra Scrittura, viene completata da altre parti dei Libri Santi nei giorni feriali. Tutto ciò è ordinato in modo da far aumentare sempre più nei fedeli "quella fame... d’ascoltare la parola del Signore"(14) che, sotto la guida dello Spirito Santo, spinga il popolo della Nuova Alleanza alla perfetta unità della Chiesa. Con queste disposizioni nutriamo viva speranza che sacerdoti e fedeli prepareranno più santamente il loro animo alla Cena del Signore, e nello stesso tempo, meditando più profondamente le Sacre Scritture, si nutriranno ogni giorno di più delle parole del Signore. Secondo quanto è detto dal Concilio Vaticano II, le Sacre Scritture saranno così per tutti una sorgente perenne di vita spirituale, un mezzo di prim’ordine per trasmettere la dottrina cristiana e infine l’essenza stessa di tutta la teologia. In questo rinnovamento del Messale Romano oltre ai tre cambiamenti, di cui si è parlato sopra, e cioè la Preghiera eucaristica, l’Ordo Missae e l’Ordo lectionum Missae anche altre parti sono state rivedute e considerevolmente modificate: il Temporale, il Santorale, il Comune dei santi, le Messe rituali e le Messe votive. Un’attenzione particolare è stata dedicata alle orazioni, che non solo sono state aumentate di numero, perché le nuove orazioni rispondessero meglio alle nuove necessità dei tempi, ma anche quelle più antiche sono state riportate alla fedeltà degli antichi testi. Per ciascuna feria dei tempi liturgici principali, Avvento, Natale, Quaresima e Pasqua, si è provveduto a un’orazione propria.)

Il Lezionario ha un grande valore liturgico, strutturato su tre valori:

1.     Es.31,18 “quando il Signore ebbe finito di parlare gli diede le due tavole scritte”. Ovvero il dono di ciò che è Scritto col Dito di Dio. La Scrittura attesta che ciò che in essa è scritto e ci viene dato, in quanto già fissato, proviene direttamente da Dio e non da me (PRECEDENZA).

2.     è un dono scritto, consegnato al tempo, che sfida il tempo, ed a cui si può accedere in ogni tempo.

3.     è un dono unico per tutti. E tutti dipendono dal LEZIONARIO.

4.     la disseminazione. La storia del libro inizia con lui, passa a noi e terminerà con altri. In tutte le chiese cattoliche del mondo si celebrerà con l’unico lezionario. Crea apostolicità e cattolicità con tutto il mondo ecclesiale. Ma se rimanesse sigillato nel fatto di essere solo un libro, sarebbe deificato, idealizzato, sacralizzato in modo errato, idolatrato, adorato. Sarebbe come sapere tutto sulla danza, avendone un manuale esaustivo e non mettersi mai a danzare. L’oralità impedisce che questo accada.

L’atto dell’acclamare (oralità), decristallizza LA FISSAZIONE scritta della Scrittura e la scioglie in oralità, restituendo l’evento.

1

 

EVENTO

 

es.

Israele passa il Mar Rosso, grazie all’intervento di Dio.

2

 

INTERPRETAZIONE DI FEDE E NARRAZIONE

 

E’ il ricordo delle gesta di Dio che con braccio potente ha salvato il suo popolo dall’oppressore egizio..

3

 

FISSAZIONE SCRITTA- CRISTALLIZZAZIONE

 

 

Fissazione scritta dell’evento di salvezza e cristallizzazione.

4

 

LA LITURGIA PARTE DALLA CRISTALLIZZAZIONE SCRITTA, LA SCIOGLIE IN ORALITA’, PER RENDERE NUOVAMENTE L’AVVENIMENTO E FAR FARE ESPERIENZA DELL’EVENTO

 

 

L’evento

Proclamato permette a tutti di farne nuovamente esperienza e di ottenere da esso fede e salvezza

Colui che proclama e che predica ha quindi una grande responsabilità. Deve dimenticare le sue parole, svuotarsi e glorificare Dio. Si lascia persuadere dalla Parola che proclama, perché agisca in lui.

Per ultimo debbo dire che non sono insignificanti le AZIONI INTORNO ALLA PAROLA. San Benedetto a proposito della celebrazione della Liturgia delle Ore diceva che recitando i Salmi, occorre dare il PRIMATO ALLA VOCE NON ALLA MENTE (“mens concorda vocis”). Non deve pensare al senso del salmo, perché l’azione liturgica viene prima del pensiero. Sviluppa il pensiero, ma dopo aver compiuto l’azione. Non possiamo entrare nella nostra interiorità se non dopo il gesto o l’azione, destinati a trasformare le nostre idee e la nostra vita. “Colui che risuona nella voce il nome di Gesù, costui sia anche nel cuore di chi salmeggia”. Si può affermare, paradossalmente che il cibo produce effetto solo dopo averlo mangiato, ovvero solo dopo aver eseguito l’azione. Segno e simbolo nella liturgia non esistono, ESISTONO SOLO LE AZIONI SIMBOLICHE, che servono a farci raggiungere da qualcuno (DIO). L’acqua ci bagna ed attraverso di essa e del gesto della sua imposizione, Dio ci salva.

Ma vediamo nel dettaglio la procedura della proclamazione:

·        Quando portiamo in processione l’evangeliario all’ambone, tutti attendono la voce che proclamerà la Parola di Dio, della quale poi, faranno esperienza. E’ la dimensione dell’attesa, della quale abbiamo già parlato.

·        Quando ci segniamo la fronte con la croce, lo facciamo perché possiamo essere crocifissi e benedetti. In questo modo proclameremo ispirati il testo.

·        Quando baciamo il Vangelo, abbiamo il contatto con il Signore che giunge a noi. Il contatto consuma infatti lo spazio che separa. Lo fa sentire vicinissimo, ma non avvicinabile (ci sono tre baci nella liturgia: 1-baciamo l’altare, 2-l’evangelo, 3-il fratello. In tutti i casi è una vicinanza estrema, ma rispettosissima. Infatti baciamo, non mangiamo l’altro. Altrimenti se lo fagocitassimo, non rimarrebbe più la diversità dell'altro, l’alterità).

Per concludere vediamo ora cosa dice Rahnera proposito delle azioni: “l’amore di Dio e la preghiera ci presentano una comune difficoltà. Fanno parte degli atti del cuore. Che riescono veramente solo se siamo immersi in Dio, e ci dimentichiamo che stiamo compiendoli. E falliscono se ci si mette ogni attenzione per farli bene. E’ il luogo dell’azione e non dell’attenzione”.

L’avvento della Parola avviene nell’acclamazione. E il parlare non stabilisce più, MA DETERMINA UN EVENTO: AVVICINA DIO ALL’UOMO E FA SI’ CHE QUESTULTIMO SI SALVI, DICHIARANDOGLI IL SUO AMORE.

L’azione Liturgica permette tutto questo. Questa azione non funziona nell’ordine dei mezzi, ma dei fini (è il fine è nell’ordine dell’AMORE).

Testo interessante: Paul De Clerc “INTELLIGENZA DELLA LITURGIA” Ed.Vaticane

approfondimenti:

·        IL TEMA DELLA PAROLA PROCLAMATA. Non si deve mai utilizzare la parola “TEMA” delle letture della giornata, perché toglie molto all’evento. Dio è epifania, rivelazione, operazione. La Liturgia è esperienza del momento di Grazia. Il linguaggio deve essere corrispondente alla natura. Il soggetto del nostro parlare non è un oggetto, MA UNA PERSONA, DIO, CHE PARLA ANCORA AL SUO POPOLO. Usare un linguaggio tematico equivale ad interrompere la Liturgia.

·        AZIONI SIMBOLICHE O SIMBOLI. Non esiste il cero pasquale, ma le azioni intorno al cero pasquale. Le azioni sono simboliche. Non esiste il lezionario, ma esiste il portarlo in processione, segnarlo, baciarlo, proclamarlo. L’olio santo viene posto sul corpo con il quale VIENE MESSO IN RELAZIONE. Non si dice IL BATTESIMO, o il SACRAMENTO DEL BATTESIMO. Ma liturgicamente si dice LA CELEBRAZIONE DEL BATTESIMO (perché è il celebrare che dà l’efficacia del segno del Battesimo). Senza celebrazione non c’è Battesimo. Senza azione (LITURGICA) il sacramento NON E’ SEGNO EFFICACE. Il segno di per se è una “RES”. Per essere efficace dobbiamo attuarlo per mezzo di una “ACTIO”.

·        CELEBRARE IL MISTERO CHE LA LITURGIA RENDE. Dio ha scelto la via del SEGNO per relazionarsi con l’uomo. La parola CELEBRAZIONE (“leiturghìa” - è una actio in un luogo celebre, frequentato da tutti), significa principalmente “azione COMUNITARIA”. E’ un fare memoria della PASSIONE DI CRISTO, è fare Epiclesi, è fare Memoriale (Gesù ha detto “..Fate questo in memoria di Me…”), è fare Dossologia (interrompo ogni mia azione, perché so che Dio ha fatto tutto, e lodo Dio dicendo “…ti lodo Padre”).                  E’ RIATTUALIZZARE IL MISTERO PASQUALE, affinché il divino irrompa nello spazio celebrativo e possiamo fare esperienza con Lui.               Non è far festa ad un evento già avvenuto (questa è la linea protestante di Karl Barth).

·        PERCHE’ NEI GIORNI FERIALI NON SI LEGGE LA SECONDA LETTURA. Perché è una celebrazione più sobria,e perché è giusto evidenziare l’importanza della Domenica che E’ IL DIES DOMINI, è il Memoriale della Pasqua, è “il giorno in cui Cristo ha vinto la morte e ci ha reso partecipe della vita immortale”.

PREGHIERA UNIVERSALE. Ad esempio nella messa feriale, sarebbe bene far silenzio dopo la proclamazione del Vangelo e valorizzare la Preghiera universale, magari cantillandola, come fanno i monaci.


data ultimo aggiornamento: Wednesday 06 May 2009 17.57.12

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