Che cosa significa celebrare – spazio e tempo per la celebrazione
E’ per me una grande
gioia essere qui con voi; essere qui con voi per contemplare insieme il Signore
nostro Gesù Cristo. Care sorelle e cari fratelli, le parole che vi offro
vogliono solo essere ricerca e frutto del cercare il Signore, del tener fisso
lo sguardo su di lui, dell’ascolto attento alla sua Parola, dell’assiduità alla
liturgia nella quale Egli, il
KurioV,
il Signore è il protagonista e il primo attore. Per questo ringrazio l’amato
vescovo e padre Luca Brandolini per l’invito rinnovatomi anche quest’anno;
ringrazio l’amato padre e amico di questa Chiesa locale che è in Assisi che mi
accoglie ma vorrei anche dire una parola di testimonianza per quello che il CAL
è ed opera per la liturgia nelle Chiese che sono in Italia.
Dire che quest’opera è
preziosissima e che nella situazione attuale è un segnale di fedeltà al
Concilio Vaticano II, fedeltà alla grande tradizione cattolica, è una conferma
per quanti operano, a volte faticosamente e in modo nascosto, per l’autentico
spirito della liturgia.
Ma voglio dirvi qui,
adesso, perché mi sembra il luogo più adeguato, che personalmente sono sempre
più preoccupato riguardo al rapporto tra liturgia e Chiesa. A me sembra,
infatti, che se la liturgia non è ancora decentrata dalla comunità cristiana
rischia però di essere sempre meno sentita, compresa, vissuta come la fonte e
il culmine di tutta la vita della Chiesa. Forse la mia è solo insipienza e,
allora, chiedo correzione ai vescovi che sono qui e lo possono fare nei miei
confronti perché sono un semplice e povero monaco laico.
Ma nel mio essere
presente e osservatore attento in diverse Chiese locali e in diverse comunità,
troppe volte mi sembra di dover constatare che la liturgia non appare primaria
nella vita ecclesiale, vuoi a causa dell’attenzione e dell’energie prevalenti
rivolte ad altre azioni ecclesiali, vuoi a causa dello scollamento e della
distanza sempre più ampia tra vita quotidiana dei presbiteri e liturgia.
Qualcuno comincia a
denunciare una crisi della liturgia perché appare evidente una certa
disattenzione da parte di quelli che presiedono le comunità e, di conseguenza,
una certa disaffezione della comunità ma l’antidoto non va cercato in
restaurazioni o attraverso il recupero nostalgico di elementi che, magari,
a quelli soprattutto della mia generazione, sono cari perché appartengono al
nostro passato o, addirittura, alla nostra infanzia. Si tratta invece ed è
urgente reagire alla crisi con una più seria e profonda formazione, con una
rinnovata catechesi mistagogica, con uno sforzo per conoscere e recuperare lo
spirito della liturgia, quello riscoperto e rinnovato dal Concilio Vaticano II,
con una conversione pastorale di molti modi di operare della comunità cristiana
e anche con mutamenti della forma del ministero presbiterale che deve ritrovare
il primato dell’azione liturgica nel servizio alla comunità.
Soprattutto mi sembra di
dover fare emergere una pericolosa patologia ecclesiale che non solo, in questi
ultimi decenni, ha enfatizzato l’evangelizzazione come mandato dei cristiani
nel mondo ma, sovente, riduce l’evangelizzazione all’annuncio verbale e alla
diaconia come servizio della carità. Altre volte ho denunciato il rischio di
una comunità cristiana in cui si formano più militanti che discepoli del
Signore, in cui si vogliono evangelizzatori senza chiedersi se sono
sufficientemente evangelizzati prima, se sono capaci di
marturia
(marturìa), di
testimonianza con la vita, perché, prima di evangelizzare con le parole, c’è da
fare una testimonianza sul come si vive e mostrare così la differenza
cristiana.
Ma questo è l’esito
forzato di una separazione tra liturgia e attività evangelizzatrice. In realtà
è dalla liturgia, celebrata e vissuta come fonte di tutto l’essere ecclesiale,
che sono originate innanzi tutto la
koinonia
(koinonìa), quella comunione con Cristo Capo in un solo corpo di membra
diverse, la Chiesa, la quale attraverso la
marturia,
testimonianza, e la
diakonia,
servizio al mondo, cammina pellegrinante nella storia verso il Regno. L’ordo
della vita cristiana va rispettato, va rispettato: dalla liturgia alla
koinonia,
dalla koinonia
alla
marturia
e alla diakonia.
Non si può mettere al primo posto la
diakonia
al mondo o la
marturia se non si
tiene conto che queste nascono da quella fonte che è sempre il dono di Dio
rinnovato nella liturgia al suo popolo, alla sua Chiesa.
Certamente la liturgia
della Chiesa non è propaganda né ostentazione spettacolare ma va ben compresa
come luogo in cui la fede trova la sua eloquenza, la sua celebrazione, e, in
questo modo, la liturgia diventa la prima forma di evangelizzazione.
L’episcopato francese nel 1996, in quella lettera ai cattolici di Francia,
“Proporre oggi la fede cattolica”, anche a partire dall’esperienza odierna, ha
affermato che la liturgia è evangelizzazione, la liturgia è missionaria perché
è un luogo in cui la fede, essendo celebrata, è soprattutto proposta.
Come dimenticare poi che,
oggi soprattutto, uomini e donne giungono alla fede attraverso itinerari
complessi ma nei quali la celebrazione liturgica …
cambio lato cassetta
… domenicale e dovremmo dire oggi, purtroppo, anche una liturgia per cristiani
che vivono ad intermittenza la comunità eucaristica: cristiani intermittenti
li chiama l’episcopato francese, cioè quei cristiani che ormai si trovano in
alti luoghi, in santuari, in certe manifestazioni di Chiesa ma che non hanno
più una vita ecclesiale abituale, concreta nella comunità.
D’altronde è la fede
cristiana che vede nel Signore Gesù Cristo il
KurioV thV EkklesiaV,
il Signore della Chiesa, il vero soggetto dell’evangelizzazione perché nella
liturgia Cristo è presente, parla, opera, agisce efficacemente nello Spirito
Santo e, attraverso lo Spirito Santo, attua una vera sinergia con l’assemblea.
La comunità corpo e membra di Cristo, viene unita dallo Spirito al suo capo, il
Signore, il vero liturgo che celebra. Oggi ancora nell’azione liturgica è
sempre il Signore che si rivolge a noi, nel nostro tempo. E’ Lui che fissa l’oggi,
l’oggi di Dio, per ciascuno di noi e rivolge quella parola se tu
vuoi…vieni…seguimi… va… io ti mando, perché nella liturgia la fede non si
esprime solo nei suoi contenuti (ciò che si deve credere) ma si esprime in
relazioni vive che creano la comunione con Dio e con Cristo.
Tra liturgia ed
evangelizzazione - questa è l’intenzione degli orientamenti pastorali della CEI
– non solo non c’è opposizione ma, al contrario, sinergia e potremmo dire che,
proprio nella liturgia, trovano la loro genesi, la loro origine il render conto
della speranza che è in noi, l’evangelizzazione e il servizio al mondo.
Come dimenticare che
l’invio in missione, tra i pagani, di Saulo e Barnaba, come ci testimoniano gli
Atti al capitolo 13, è avvenuto durante una celebrazione liturgica e che nei
cantici della Chiesa antica, raccolti e presenti nel Nuovo Testamento, si
celebra il mistero di Cristo ma poi questi cantici si chiudono sempre con una
visione in cui il mistero di Cristo è fatto conoscere, desta la lode, provoca
l’evangelizzazione. Questa, credetemi, è l’intenzione degli “orientamenti”
dell’episcopato italiano che si esprime così al paragrafo 48: “Attraverso la
celebrazione liturgica, al cui centro sta Cristo che è morto per tutti ed è
diventato Signore di tutta l’umanità, la comunità cristiana dovrà esser
condotta a crescere, mediante l’ascolto della Parola e la comunione al Corpo di
Cristo, nell’esperienza del discepolato, per essere evangelizzata e per poi
uscire dalle mura della chiesa con un animo apostolico aperto alla diaconia e
pronto a render conto della speranza che abita i credenti, la
marturia.”.
Ecco, dopo questa
premessa, proprio perché la liturgia rende ragione della speranza che è in noi,
vi propongo questo semplice itinerario in due punti: 1) cosa significa
celebrare e 2) cosa significa spazio e tempo per la celebrazione, che sono i
due fuochi dei due paragrafi dedicati dagli “orientamenti” alla liturgia.
1) Che cosa significa
celebrare.
Che cosa significa
celebrare per render conto della speranza che è in noi. Quando i cristiani
celebrano essi celebrano il mistero di Dio; non c’è un altro oggetto
della celebrazione, né la Chiesa, né la vita ecclesiale e neppure qualche
evento che appartiene a noi uomini e di cui noi possiamo esser protagonisti. La
celebrazione cristiana è sempre celebrazione del mistero di Dio. E’ proprio
questo che fa della celebrazione una liturgia, un evento. Dico questo, subito e
con forza, perché oggi, sovente, al celebrare si dà un’attenzione e ad esso si
dirigono tanti sforzi dimenticando ciò che si celebra, il mistero, cioè
l’evento totale, dossologico di Gesù Cristo. E’ lui il mistero e, quando
diciamo mistero di Gesù Cristo, noi dobbiamo cogliere la sua vita preesistente
alla creazione da sempre presso il Padre; dobbiamo cogliere la sua azione nella
creazione: per Lui, attraverso di Lui e in Lui tutto è stato creato; dobbiamo
cogliere la sua Parola che in molti modi e in diversi tempi è giunta al popolo
di Dio tramite i profeti; dobbiamo cogliere il mistero della venuta nella
carne, della sua incarnazione, della sua vita da Betlemme fino al Golgota, la
sua passione, morte e risurrezione, la sua glorificazione al cielo, la sua
intercessione presso il Padre, la sua gloriosa e misericordiosa venuta.
Questo è il mistero di Cristo! E quando celebriamo l’eucaristia è vero che
noi mettiamo l’accento soprattutto su morte e risurrezione ma non dobbiamo
dimenticare questo, altrimenti abbiamo una comprensione dell’eucaristia e del
mistero di Cristo troppo ristretta al punto finale della sua vita. Ma c’è tutto
il mistero che è celebrato; è Lui, il Figlio, che ci ha raccontato Dio come
Padre; è Lui che ci ha raccontato come dal Padre procede lo Spirito, che è il
suo Spirito. Questo è il mistero taciuto nei secoli eterni (Rm 16), nascosto da
secoli (Ef 3), ma che il Figlio rivela come realizzazione del disegno d’amore
di Dio per gli uomini e con gli uomini. Quando il Verbo si è fatto carne,
quando il Figlio di Dio si è fatto Figlio dell’uomo nella pienezza dei tempi,
si è compiuto l’evento, quell’evento che ha manifestato Gesù come
KurioV.
Questo è il
mistero che dobbiamo conoscere e nel quale dobbiamo esser coinvolti attraverso
la liturgia. Io credo che ancora Cristo dice alla sua assemblea liturgica, oggi
più che mai: Ah, se tu conoscessi il dono di Dio, se tu conoscessi il dono
di Dio! Quel dono che ci apre e ci introduce alla comunione con Dio. Gesù,
secondo il quarto vangelo, ha potuto pregare nella sua grande preghiera al
Padre dicendo: “La vita eterna è conoscere te, l’unico vero Dio, e colui che
hai mandato, Gesù Cristo”.
Il mistero, dunque, che
viene celebrato nella liturgia cristiana era nascosto e, certamente, resta
inesauribile perché la sua piena conoscenza resta escatologica. Sarà piena in
quell’orizzonte verso cui lo Spirito Santo conduce la Chiesa pellegrinante
verso la piena verità. Ma, proprio nella liturgia, dev’esser comunicato l’uomo
affinché l’uomo possa, attraverso il suo amen, esser coinvolto
nell’evento. La liturgia è, per sua natura, annuncio del lieto messaggio
di Dio alla comunità presente ma è anche accettazione da parte della comunità
del lieto annuncio. Scrive Giovanni Crisostomo:”Ogni volta che Dio ci
annuncia e ci dà il Vangelo la comunità deve prenderlo, abbracciarlo, farlo suo
per lodare Dio e vivere il Vangelo a gloria di Dio Padre”. Il cardinal
Ratzinger ha scritto: “Nella liturgia cristiana il linguaggio non può avere
il senso di voler nascondere, deve rivelare; non può avere il senso di un
tacere nel silenzio della singola preghiera isolata ma deve far convergere
tutti quelli che pregano verso l’unico soggetto: il noi ecclesiale
dell’assemblea, il noi dei figli di Dio che, insieme, dicono Padre Nostro.”
Il mistero di Dio nella
celebrazione liturgica, che è sempre sinergia tra azione di Dio e azione della
Chiesa, deve perciò essere accolto per esser vissuto e per essere testimoniato.
Certo, siamo consapevoli che nell’invocazione o nell’acclamazione a Dio noi
dobbiamo ricorrere anche ad elementi del linguaggio irrazionale, attraverso
parole che restano assolutamente indefinibili, quando noi diciamo, soprattutto
nella preghiera eucaristica, la santità di Dio, la gloria, quando noi usciamo
in quelle esclamazioni Alleluia, Osanna, Marana tha. Si cerca di
testimoniare il non detto, l’indicibile, l’ineffabile ma il mistero
celebrato non deve restare incomprensibile come se il nasconderlo o il non
capirlo fosse la condizione per una vera adorazione del mistero. Il mistero
cristiano – non siamo nei misteri pagani e neppure all’interno di logiche di
quelle che sono strategie religiose del se appartenenti alle religioni
orientali – il mistero cristiano è adorato quando è accolto, conosciuto,
compreso e poi realizzato nella vita di chi lo celebra. La celebrazione del
mistero dev’esser sempre annuncio del mistero, sicché le parole e i gesti
celebrati devono assolutamente annunciare, nella potenza dello Spirito Santo,
il mistero della salvezza ed esser capaci di comunicazione perché se non è
capace, il mistero, di comunicare ed esser comunicato non genera comunione e
non genera neanche testimonianza. Colui che diventa partecipe del mistero, come
Paolo, deve diventare
diakonoV
del mistero,
ministro e servo, perché partecipa alla conoscenza del mistero. Solo così potrà
annunciarlo.
Permettetemi un inciso.
Qua e là oggi, nello spazio ecclesiale, affiorano delle suggestioni che sono
veramente miopi anche se dicono l’intenzione di salvaguardare il mistero. Si
ipotizza qua e là di riprendere degli elementi, all’interno della liturgia, che
appartenevano alla devotio; addirittura si ipotizza di ritornare a un
silenzio durante la preghiera eucaristica. Così si rendono i segni, non
accompagnati dalla parola, segni muti, di fronte ai quali l’assemblea è
tentata solo dall’immaginario individuale e dallo svuotare la liturgia per
vivere devozioni ed esercizi di pietà. Scrive Joseph Ratzinger, con
intelligenza: “La liturgia non ha lo scopo di riempirci di un clima di
tremore e di presentimenti, con la sensazione del sacro e del santo, ma la
liturgia cristiana deve confrontarci con la spada tagliente della Parola di
Dio; non ha lo scopo di darci una cornice di bellezza solenne per un silenzioso
e intimo rientrare in noi stessi e adorare nell’intimo ma ci vuole includere
nel “noi” consapevole dei figli di Dio, il “noi” dell’assemblea
liturgica, icona della Chiesa sposa del Verbo.”
Celebrare il mistero
significa, dunque, sempre evangelizzare nel vero senso della parola perché la
celebrazione è liberazione della buona notizia, dell’evangelo della salvezza
che produce conoscenza, anzi
epignosiV,
sovraconoscenza direbbe Paolo, quella conoscenza che accresce la fede, che
conferma la speranza, che rende la carità ardente, che chiede di assumere gli
stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, in una conformità di vita con lui,
che genera koinonia,
attraverso la quale è edificata la Chiesa: Eucaristia in qua Ecclesia
fabbricatur. Ma la celebrazione del mistero, proprio perché può soltanto
avvenire nella Chiesa in vista della
koinonia
ecclesiale, sempre da
confermare e accrescere, richiede quello che Pio X, nel 1903, definiva
actuosa partecipatio, partecipazione attiva. E’ Pio X che ha questa
espressione per primo nel magistero e che il Concilio riprenderà nella
Sacrosanctum Concilium, n. 14, “una partecipazione piena, consapevole,
attiva”, proprio in vista dell’edificazione della Chiesa quale popolo di
Dio, stirpe eletta, sacerdozio regale, gente santa – le espressioni della prima
lettera di Pietro -; l’assemblea capace di essere il soggetto integrale della
celebrazione, la sposa che va incontro allo sposo veniente, invocandolo con lo
Spirito Santo: lo Spirito e la sposa gridano “Vieni”.
L’assemblea è celebrante
e ciascuno in essa è celebrante nel suo modo proprio, rispondente al suo posto,
al suo dono-servizio nella Chiesa. Dire questo non significa che tutti devono
fare qualcosa di visibile ma partecipare significa esser presente, esser parte
consapevole della Chiesa; significa ascoltare con attenzione e l’ascolto
attento è operazione attiva, più di altre; significa intervenire con la parola
e con il canto, esprimendo il “noi” dell’assemblea che conferma e si intreccia
con quel “noi” dell’assemblea di cui chi presiede diventa voce. Nella
consapevolezza che nulla è più determinante di ciò che opera il Cristo
invisibilmente ma realmente, attraverso la potenza dello Spirito, l’assemblea
deve apprestare tutta se stessa perché l’azione di Cristo, attraverso le
energie spirituali, sia efficace, accolta dai credenti. Essere là consapevoli,
mobilitare il corpo e l’intelletto per stare alla presenza del Signore e far si
che la preghiera eucaristica sia di tutti, anche quando è detta solo da chi
presiede l’assemblea. Infatti chi presiede dice “noi” per pregare a nome di
tutti e tutti associare alla preghiera di Cristo al Padre. Quante volte Congar
ha ribadito e non è ancora stato ascoltato. Nella liturgia cristiana non c’è
alcun “io” separato dal “noi” comunitario, diceva Congar,e, per questo, va
ancora una volta ribadito che la partecipazione attiva è necessariamente
richiesta da ciò che è il
teloV
(il fine) della
celebrazione liturgica, cioè la
koinonia:
comunione con il Capo che è Cristo ma anche comunione di membra, essere ed
operare con gli altri, la logica del
sun
(con) e dell’allelon
(altro) neo testamentari, esigenza e frutto del sentire e operare con Cristo,
edificazione della Chiesa suo corpo.
Questo che abbiamo
ricordato è semplicemente il predisporre tutto, tutta la persona e tutta
l’assemblea in vista del culmine della partecipazione liturgica che si realizza
in un duplice movimento, straordinario, lo ricordava stamattina Mons.
Brandolini in quell’intervento dopo le Lodi. Sempre, sempre nell’azione
liturgica c’è un doppio movimento, ascendente e discendente. Il primo, offerta
del culto secondo la Parola, culto conforme a logos,
logich latreia
di Romani 12, che diventa sì offerta della lode, sacrificium laudis ma
che tende a diventare offerta del proprio corpo come sacrificio vivente e santo
gradito a Dio. E il secondo movimento che è la discesa attraverso lo Spirito
della benedizione e delle benedizioni, del dono che il Padre fa all’umanità,
che ha tanto amato da dargli l’unigenito suo Figlio. Ed è qui, allora, che
l’assemblea deve esprimere la sua accoglienza, la partecipazione al mistero di
Cristo. Lo scopo di ogni liturgia, va detto con forza, va detto con forza se si
vuole esser fedeli alla grande tradizione, che è sempre d’oriente e
d’occidente, lo scopo di ogni liturgia non è innanzi tutto dar gloria a Dio,
non è neanche adorare Dio, non è neanche assistere all’azione divina, ma lo
scopo è far diventare il mistero di Cristo mistero della Chiesa, far sì che
i cristiani diventino il corpo di Cristo, diventino, come amava dire Ireneo
da Lione, il Figlio. Ireneo da Lione diceva: Noi non siamo chiamati a
diventare figli di Dio, siamo chiamati a diventare il Figlio di Dio nel Figlio.
O, come diceva sant’Agostino: Quel mistero che sta sull’altare siete voi,
assemblea, voi dovete diventare questo. “Solo se c’è questa piena, consapevole,
attiva partecipazione” – aveva scritto Mons. Brandolini – “l’assemblea è dalla
liturgia evangelizzata e diventa evangelizzante”.
I Padri sinodali, nel
1985, a vent’anni dalla conclusione del Vaticano II, chiedevano, nel messaggio
finale, che le Chiese locali facciano ogni sforzo per aprire cammini che
introducono i fedeli alla vita liturgica e, scrivevano, “da questo dipenderà la
piena attuazione della riforma liturgica voluta dal Vaticano II”.
E’ urgente, è urgente una
catechesi mistagogica e, devo dire, che mi sono rallegrato che un mio fratello
abbia aperto questo tema, con voi, che è tanto caro a tutta la nostra comunità.
E’ urgente una catechesi mistagogica per i nostri fedeli che hanno sovente più
subito che accolto la riforma liturgica. Ma, torno a dire, anche è urgente per
i presbiteri, per i presbiteri, necessario perché devono davvero, oggi, forse
riscoprire, soprattutto le nuove generazioni che non hanno vissuto quell’ora
che ha visto tutta la Chiesa impegnata nell’assumere la riforma liturgica,
devono reimparare questo. E permettetemi una confidenza, l’ultima, l’unica che
vi faccio, ma la più grande grazia che Dio m’ha fatto in questi ultimi anni è
stato quest’anno. Chiamato dal cardinale di Torino, al ritiro mensile dei
presbiteri, ogni mese da ottobre fino a giugno, dove semplicemente è stato
fatto questo con i presbiteri: riscoprire la riforma liturgica attraverso il
nuovo Ordo eucaristico e attraverso le quattro preghiere eucaristiche.
Ho commentato la liturgia, l’ordo liturgico e le preghiere liturgiche e
nient’altro ma i preti hanno mostrato una tale consonanza con quel che dicevo e
una tale gioia che mi han fatto capire che era la più grande grazia che il
Signore mi faceva. Credetemi di questo han bisogno anche i presbiteri non solo
i fedeli.
2) Spazio e tempo
per la celebrazione.
Secondo punto e sarò su
questo più breve, anche perché più volte sono intervenuto su questo tema anche
attraverso un libro riguardante il giorno del Signore.
Spazio e tempo per la
celebrazione. Gli orientamenti pastorali della Conferenza Episcopale Italiana,
in vista di una comunità veramente eucaristica, perché fatta da discepoli del
Signore, da cristiani evangelizzati, chiedono soprattutto che questa sia
edificata attraverso tempi e spazi precisi della vita dei credenti, tempi e
spazi dedicati all’incontro con il Signore. Se leggerete con attenzione gli
orientamenti vi renderete conto che nel documento ci sono soltanto due
preoccupazioni vere, gli altri sono dei corollari e poi sapete la logica,
quando si fanno dei documenti e sono dei documenti in cui poi giungono molti
contributi e ognuno vuole che ci sia un’eco del suo contributo, il fuoco,
qualche volta, si annacqua, non si vede bene. Ma, se fate attenzione, nel
documento si sono due preoccupazioni: il giorno del Signore, condizione
essenziale per il futuro del cristianesimo, e il ritorno forte alla comunità
cristiana locale che è la parrocchia. La domenica custodisce la
parrocchia e la parrocchia custodisce la domenica: se non c’è domenica non c’è
parrocchia, se non c’è parrocchia non c’è domenica.
Di conseguenza i vescovi
hanno rifatto ancora una volta l’invito a custodire la centralità della
domenica e a impegnare le forze nell’edificazione di una comunità locale, la
parrocchia, la realtà in cui deve avvenire il raduno dei figli di Dio dispersi
nel mondo. Certamente va ricordata la nota pastorale della C.E.I., del 1984,
caduta un po’ nel vuoto, permettetemi di dire, ma un testo che resta il più
magistrale della Conferenza Episcopale Italiana: sono ormai passati vent’anni
ma è di un’attualità senza fine. Va ricordata la Dies Domini di Giovanni
Paolo II, nel ’98. Sono dei testi magisteriali, ricchi di insegnamento, fedeli
alla grande tradizione cattolica ma noi ci dobbiamo domandare non tanto quale
ricezione da parte dei credenti ma domandarci quale possibilità è stata data a
quei testi di raggiungere la reale assemblea cristiana. Chi li ha letti?
qualche presbitero? ma la comunità cristiana? chiedete a un cristiano normale
se sa che esistono questi testi sulla domenica, chiedetelo. Eppure tutti ormai
ci diciamo convinti che dal vivere il giorno del Signore, che è innanzi tutto
vivere la liturgia, dipende la vita della Chiesa, la conferma della fede dei
cristiani, l’edificazione del Corpo di Cristo. Ciò che può sostenere la memoria
e l’attesa del Signore è innanzitutto la liturgia domenicale, nella quale la
Chiesa dice la sua appartenenza a Cristo, nella quale è edificata come Chiesa e
nella quale trova la fonte per il suo agire nella compagnia degli uomini, nel
mondo, nel quotidiano, nella ferialità.
C’è questa consapevolezza
oggi nella comunità cristiana? quando gentili e giudei, ai tempi dell’origine
della Chiesa, cercavano di individuare i cristiani e le loro caratteristiche, e
non era semplice – pensate che venivano chiamati addirittura atei all’interno
dell’area culturale romana – però, pagani e giudei, mettevano subito in
evidenza: i cristiani son quelli che si radunano insieme il primo giorno della
settimana. Quello era un segno eloquente che rendeva i cristiani
emblematicamente riconoscibili dal mondo ma li manifestava anche nella loro
verità: un’assemblea con la volontà di diventare
koinonia,comunione,
fraternità.
Non posso non ricordare
la testimonianza dei cristiani arrestati nel 304 in Africa durante la
persecuzione di Diocleziano e arrestati a causa della loro assemblea
domenicale, vietata dai decreti dell’imperatore. Nell’interrogatorio Saturnino
risponde al proconsole: “Per noi cristiani non è possibile non vivere il
dominicus, il pasto del Signore”, non è possibile, ed Emerito, che ha
ospitato in casa la celebrazione, risponde prima d’essere arrestata: “Io non ho
potuto impedire quest’assemblea perché sine dominicum non possumus”.
Ricordate questa parola, di un martire, non uno come noi che si permette di
lamentarsi che non c’è comunità cristiana, che la parrocchia non è comunità e
che il week-end va in montagna o al mare poi. No, lo dico perché non è
serio, è un lusso che dei cristiani dicano : “ma la parrocchia nostra non è
comunità, noi non siamo comunità”. E la domenica dove sei? al mare e in
montagna. Allora vedete questi cristiani erano arrestati e han detto questa
parola che attraverserà tutti i secoli e sarà ricordata ovunque c’è comunità
cristiana, sine dominicum non possumus; senza ciò che appartiene al
Signore – capite che è un latino “del Signore” quello che ha dato il nome alla
domenica – noi non possiamo; dove gli esegeti ancora oggi non sanno capire se
il dominicum è il giorno del Signore o se è l’assemblea, corpo di
Cristo, ma perché sono immanenti l’uno all’altro, non c’è una senza l’altro.
Questa non è obbedienza
faticosa a un precetto della Chiesa. E’ la necessità dell’essere cristiani
perché il cristiano è colui – sentite quest’espressione straordinaria di
Ignazio di Antiochia; per noi sembra esperanto – è colui che vive secondo la
logica del “giorno del Signore” (Ignazio di Antiochia ai Magnesi 9, 1) Il
cristiano è colui che vive conforme alla domenica. Senza domenica non c’è
possibilità di vivere l’eucaristia
epi to autw,
tutti insieme nello stesso luogo, come indica gli Atti degli Apostoli
l’assemblea cristiana. Se non si vive l’eucaristia non c’è possibilità della
Chiesa; senza Chiesa la fede diventa ideologia, venerabile memoria della
vicenda di Gesù, richiamo spirituale di compattamento per le ipotesi
movimentiste, ingrediente, tra tanti, per l’identità culturale e, magari
presto, ingrediente forte per la religione civile.
Oggi è venuto il tempo di
riproporre ai cristiani la prassi domenicale; non bisogna più rassegnarsi
all’affievolimento e perfino alla perdita del senso pasquale di questo giorno.
E occorre chiedere e proporre ai cristiani, con coraggio e intelligenza di
vivere la domenica come richiede la loro fede nel mistero pasquale.
Ma la domenica è
celebrazione della speranza, è celebrazione della risurrezione, è celebrazione
dell’unica cosa che noi possiamo dare al mondo. Etiche, altri uomini l’han
dato, altre culture; c’è un’etica buddista che può sembrare più raffinata
ancora di quella cristiana. Non è quello il proprium nostro. Il
proprium nostro è l’annuncio della risurrezione, è questa parola, che
in Cristo ha trovato il suo evento; quella è la nostra speranza. La domenica va
riproposta perché torni ad essere ciò che i cristiani della Chiesa nascente
sperimentavano e, allora, noi dobbiamo avere il coraggio di chiedere,
permettetemi la parola, una pratica profetica di questo giorno.
E pensateci, noi viviamo
in un mondo diviso, frammentario, attraversato da divisioni, di misconoscimento
dell’altro; addirittura un mondo che va verso la barbarie. Un uomo estremamente
attento, francese, molto vicino all’episcopato, ha edito, un mese fa, un libro,
che uscirà presto in Italia, che si chiama Piccoli passi verso la barbarie.
Ebbene in questo mondo, noi cristiani continuiamo, domenica dopo domenica, a
fare un gesto elementare e semplice ma forte: ci raduniamo nello stesso
giorno e nello stesso luogo per stare insieme, per riconoscerci come fratelli
appartenenti allo stesso corpo, per dire la nostra speranza nella risurrezione.
Ma pensateci, gli altri uomini quand’è che si radunano? si radunano in maniera
frammentaria là dove magari pensano che hanno incontro che serve al loro
potere, al loro star bene o al divertimento ma non fanno comunità. Noi,
epi to autw,
insieme, con uno scopo che è collettivo, non è individualista. C’è un miracolo
che avviene ogni domenica e noi, che siamo in ricerca di miracoli straordinari,
non ce ne accorgiamo e quindi non lo valutiamo. Ma anche l’umile, seria
assemblea, in uno dei più piccoli paesi sperduti o alle periferie della nostra
città, di fatto è un anti-babele, è un segno di comunione, è un evento che
viene presentato agli uomini, anche se magari sembra che loro non se ne
accorgono.
Ma, soprattutto, coloro
che hanno l’incarico di presiedere la comunità, i presbiteri, ricordino questo
ammonimento, diretto al vescovo ma vale anche per loro: “vescovo quando
predichi ordina, persuadi il popolo ad esser fedele nel radunarsi in assemblea
la domenica, a non mancare mai, a convenire sempre, per non restringere le
chiese e diminuire il Corpo di Cristo. Voi siete membra di Cristo; se vi
sottraete all’assemblea eucaristica voi private il salvatore Gesù Cristo delle
sue membra, voi lacerate, voi disperdete il suo Corpo” (Didascalia degli
Apostoli 2,59) Proprio in questo giorno santo e glorioso della domenica si
dispiega, in tutta la sua pienezza, la
perikoresiV,
la circolarità tra eucaristia e Chiesa, per cui mentre la Chiesa celebra
l’eucaristia è l’eucaristia che edifica e plasma la Chiesa. La Chiesa non
esiste senza l’eucaristia e il mondo, l’umanità non cristiana, senza
eucaristia, non riceve l’energia di trasfigurazione e di salvezza che si
sprigionano da questo mistero.
E la conclusione. Nella
lettera dell’apostolo Pietro c’è una parentesi in cui è messa in evidenza la
costruzione dell’edificio spirituale, la Chiesa, in vista di un sacerdozio
santo, capace di offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, attraverso Gesù
Cristo. Permettetemi, è il testo che dice con chiarezza il legame tra
celebrazione liturgica, Chiesa, evangelizzazione: non c’è un testo più chiaro
nel nuovo testamento. L’apostolo Pietro vede il compimento della promessa di
Dio fatta a Israele nell’esodo, dice: “la comunità cristiana è veramente
stirpe eletta, comunità sacerdotale del re, la gente santa, il popolo che Dio
si è acquistato.” E questo si compie nella Chiesa e nella liturgia, dove i
credenti uniscono all’offerta di Cristo al Padre la loro vita, la loro
esistenza concreta ma, anche, proclamano, dice Pietro “chiamati a proclamare
le azioni meravigliose di Dio che vi ha chiamati alla sua ammirabile luce”.
Cioè è proclamata per tutti gli uomini che la morte non è l’ultima parola e che
non è l’ultima realtà perché Cristo è risorto e c’è speranza per l’uomo, ogni
uomo.
Il 1968, permettetemi di
dirvi, andai in Bulgaria, andai in alcuni monasteri e in Bulgaria, voi sapete,
la persecuzione comunista ha avuto risultati quali non li ha avuti in
nessun’altra Chiesa, in nessun’altra nazione. Nei monasteri c’eran due, tre,
quattro monaci, età media tra i settanta e gli ottant’anni; le chiese erano
deserte; i preti, che erano la figura meno determinante ma più svalutata
all’interno dei paesi. E trovai il metropolita di Entropolski e a un certo
punto nella conversazione gli dissi: “Padre, che cos potete fare voi come
Chiese in questa situazione di persecuzione - che ormai durava da venticinque
anni -? Lui mi rispose: “Noi celebriamo con fedeltà la liturgia eucaristica e
continuiamo a celebrare con fedeltà la liturgia eucaristica a volte con due,
tre, quattro fedeli, soltanto donne vecchie che non hanno da temere nulla dal
partito. Ma nella celebrazione della liturgia noi diciamo la speranza: il
Signore ci libererà da questa situazione di morte e ci libererà”.
E noi con la liturgia
vogliamo dire la nostra speranza: ecco la speranza all’interno ma anche una
speranza all’esterno. Quando celebriamo la liturgia e viviamo il mistero, di
questo mistero noi diventiamo servitori, ministri fino a tener conto della
speranza che è in noi. All’uomo, l’uomo che noi diciamo non credente, non
cristiano, indifferente della nostra società ma che, dentro di sé, lo sappiamo
o no, si chiede sovente: “che cosa posso sperare? La nostra celebrazione del
mistero e la nostra vita plasmata dal mistero, conforme al mistero celebrato,
può… (fine del nastro)
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