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Dignità
dell'uomo e del lavoro: una questione antropologica |
Quando si
affronta una nuova esperienza, spesso si devono ricercare
quelle motivazioni che ti spingono ad oltrepassare quel muro
che può essere eretto dall’indifferenza, dal disinteresse,
dalla diffidenza, come pure dalla non conoscenza del
problema.
Allora bisogna
comprendere il perché “ne vale la pena” fare determinate scelte;
cioè devi mettere nelle tue azioni quel significato di bellezza, di
speranza, di compimento che ti fanno vivere con gioia questo tuo
nuovo impegno. E qui, con tutti i limiti, cerco, è come ho cercato,
di trovare queste motivazioni.
Questione
antropologica perché lavoro e uomo sono intessuti in una stessa
trama, non c’è uno se non c’è l’altro; lavoro che è chiamata per
l’uomo e che come tale fa parte della sua natura, della sua essenza
di persona.
La “Gaudium
et spes” esordisce affermando che “le gioie e le
speranze, le tristezze e le angosce dell’uomo d’oggi, sono le stesse
gioie, le stesse speranze, le stesse tristezze e le stesse angosce
dei discepoli di Cristo”; ecco allora perchè come Pastorale
Sociale e del Lavoro si è deciso di avere come filo conduttore della
nostra attività pastorale e delle nostre riflessioni proprio la
dignità dell’uomo e la dignità del/nel lavoro.
Come discepoli
quando presentiamo all’altare le offerte durante la Santa Messa
dobbiamo ricordarci sempre che sono “frutto della terra e del
lavoro dell’uomo”, come pure quando il sacerdote fa cadere
alcune gocce d’acqua nel calice quale segno della nostra realtà
umana, dobbiamo pensare che dietro e insieme a quelle parole e a
quei segni, c’è tutta la sofferenza, la speranza di ogni uomo.
Oggi il lavoro
è diventato fonte di preoccupazione per l’uomo, e la Chiesa si
fa carico di questa sofferenza cercando di portare chiarezza e
verità ad un uomo che, sempre più preoccupato dei suoi affanni,
si ripiega su sé stesso dimenticandosi della sua dignità
originaria.
Oggi uomo e
lavoro, un binomio strettamente legato fin dalla creazione,
sembrano due categorie in discussione, se non in declino;
proviamo quindi a chiederci: quale uomo e quale lavoro?
“Il lavoro è
un diritto fondamentale ed è un bene per l’uomo, un bene utile,
degno di lui perché adatto appunto ad esprimere e a crescere la
dignità umana. Il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro per
cui è possibile affermare che lo scopo del lavoro, di qualunque
lavoro eseguito, rimane sempre l’uomo stesso”.
Queste parole sono
tratte dal Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa e
dall’enciclica “Laborem exercens” di Giovanni Paolo II, e ci
fanno presente la necessità di chiederci innanzitutto in quale
rapporto si pongono il lavoro e la persona, la sua vita concreta e
quotidiana, ma anche la sua vita come progetto, come cammino che si
realizza nel tempo.
Gianni Manzone,
sacerdote e docente di Antropologia e Dottrina Sociale della Chiesa
presso l’università Lateranense, nel suo recente libro dal titolo “Il
lavoro tra riconoscimento e mercato”, dice che oggi il pensiero
dominante sostiene che il lavoro deve essere di vita breve, quasi
fosse un episodio.
Quindi non un
progetto o una strategia per tutta la vita, ma un episodio, una
sensazione come la maggior parte delle esperienze post-moderne.
Se però il lavoro
è una contingenza, un episodio appunto, ne consegue che tutti i suoi
molteplici aspetti sono contingenti; quindi soggetti ad un valore e
ad un prezzo.
La consapevolezza
che ci sono diverse modalità per definire il rapporto tra lavoro e
persona è necessaria e va chiarita, altrimenti si corre il rischio
di cercare risposte ai problemi unicamente da un punto di vista
tecnico o regolamentare, senza interrogarsi sul suo senso o
considerandolo addirittura marginale.
L’uomo, la
persona, la vita della persona ha una sua dignità che viene prima di
tutto, che non può essere subordinata a nulla, che non è
negoziabile, e che ha diverse forme di espressione, lavoro compreso.
Ognuna di queste
modalità di espressione deve essere ricondotta alla sua dignità
originaria; deve rispettarla e comprenderla, altrimenti la si usa,
poi la si strumentalizza e infine la si tradisce.
Il lavoro,
come si è detto, è una dimensione originaria della persona, non
è una sua appendice; potremmo affermare che è una dimensione
genetica dell’uomo.
Il punto di
partenza biblico non può che essere il testo di Genesi 1,
il celebre passo sacerdotale che apre lo stesso libro; dove nel
contesto della creazione dell’uomo, troviamo il riferimento più noto
alla collaborazione dell’uomo all’atto creativo di Dio.
“E
Dio disse: «Facciamo l’uomo come nostra immagine, secondo la nostra
somiglianza, perché domini sui pesci del mare e sui volatili del
cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che
strisciano sulla terra». Dio creò l’uomo come sua immagine, come
immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Quindi li
benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la
terra e soggiogatela e dominate sui pesci del mare, sui volatili del
cielo, sul bestiame e su ogni essere vivente che striscia sulla
terra».”
Notiamo subito
come la vocazione dell’uomo nei confronti del creato, espressa come
dominio, sia strettamente legata all’essere, da parte
dell’uomo, immagine e somiglianza di Dio.
Ed è proprio
questa connessione tra immagine e dominio che
identifica l’uomo come rappresentante di Dio sulla terra e dunque
abilitato ad esercitare il dominio sul creato.
Ma non solo, il
tema dell’essere immagine implica anche una relazione di
paternità: Adamo (Gen 5,1-3) infatti trasmette ai suoi figli il suo
essere immagine e somiglianza di Dio.
Questo ci induce
ad ampliare ancora la portata dell’essere immagine: l’uomo è
posto in una relazione personale e diretta con il suo creatore; è
ciò che verrà successivamente identificato con la categoria dell’alleanza.
Appare quindi
chiaro come l’essere immagine e somiglianza di Dio di cui si
parla nel testo biblico debba essere letto come qualcosa che
riguarda l’essenza dell’uomo.
Quindi il comando
della cura, della custodia, del dominio e quindi in ultima analisi
del lavoro viene reso connaturale e antropologicamente costitutivo
della persona.
Ma il
dominio/lavoro non è l’unico comando: c’è anche siate fecondi e
moltiplicatevi; c’è il riposo; c’è il rapporto e l’amicizia, la
relazione con Dio; c’è l’amicizia, la relazione tra l’uomo e la
donna, tra gli uomini, l’essere popolo e comunità.
Il lavoro è
allora una dimensione fondamentale della persona ma non è
esclusiva, non è il tutto; perché come già detto non è l’uomo
per il lavoro, ma è il lavoro per l’uomo.
Nella “Gaudium
et spes”, al numero 35, si afferma che quando l’uomo lavora non
soltanto modifica le cose e la società, ma perfeziona sé stesso,
apprende molte cose, sviluppa le sue facoltà ed è portato ad uscire
da sé e a superarsi.
Tale sviluppo, se
ben compreso, vale più delle ricchezze che si possono accumulare,
vale più delle richieste che si possono formulare o rivendicare.
Il lavoro è,
diventa, quindi strumento per la crescita e il perfezionamento della
persona; è, diventa, espressione della sua dignità.
Ma non è il fine
ultimo, il fine ultimo rimane sempre la persona.
Sempre Manzone,
nel suo libro, ci mette in guardia da un pericolo: “dopo aver
ridotto teoricamente la cultura o la formazione di sé funzionali al
lavoro; la logica della nostra società è ormai quella di far
assumere realmente a tutte le attività la forma del lavoro”.
Quindi il lavoro
come cosa, come rivendicazione, come valore di uso e scambio, mentre
il lavoro è soprattutto dono e come ogni dono richiede la
riconoscenza, il rispetto, la condivisione.
Sempre Manzone
dice: “la forza del lavoro come valore/legame non sta nella cosa
prodotta e scambiata, ma nella speciale qualità umana che il lavoro
possiede”.
Infatti il lavoro
a motivo di questa sua qualità originaria che possiede, riesce a
costruire relazioni sociali ed è in questo senso che il lavoro è
dono; non come beneficenza, ma come dono libero che realizza la vita
comunitaria, che realizza il riconoscimento dell’altro nell’incontro
e nella relazione.
Il lavoro si
presenta quindi come dimensione positiva della vita dell’uomo e
della donna, di ogni persona.
Dobbiamo allora
valorizzarlo e salvaguardarlo perché in questo modo si valorizza non
tanto il lavoro in sé, quanto la vita di ogni persona.
Per cui si può
affermare che la qualità del lavoro prima di essere strumento per la
qualità del prodotto, è garanzia della qualità della vita dell’uomo.
Strumento e
Garanzia,
due categorie che ci richiamano le sue dimensioni positive; perché è
alla luce di questa convinzione che assume un senso profondo e non
contingente l’impegno per la dignità del e nel lavoro.
Un altro elemento
lo si può cogliere dalle riflessioni del cardinale Martini
che leggeva nel “lavoro di Dio”, narrato nel Libro della
Genesi, il modello dell’esperienza del lavoro umano: “Si
tratta di un modello creativo fondamentale che esprime con la
rappresentazione antropomorfica del lavoro di Dio, alcune verità
fondamentali sul modello ideale del lavoro dell’uomo. Il lavoro di
Dio è un lavoro libero. Dio lavora liberamente per esprimere, per
così dire, sé stesso nel mondo. Produce qualcosa di valido, lavora
con soddisfazione e di fronte a ciò che ha fatto dice: questo è
buono! Ne riceve gusto, contentezza, e può porre termine all’opera
del lavoro con quella pausa felice che è il riposo di Dio”.
Il Compendio
della Dottrina Sociale della Chiesa conferma che il lavoro
appartiene alla condizione originaria dell’uomo e ne precede la sua
caduta; perciò “il lavoro non è né punizione, né mediazione”.
Questa frase ci
introduce al passaggio successivo, cioè alla constatazione del
limite o dei limiti del lavoro.
Sempre dal
Libro della Genesi: “Maledetto sia il suolo per causa
tua! Con dolore ne trarrai cibo per tutti i giorni della tua vita.
Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre. Con il
sudore del tuo volto mangerai il pane”.
È questa la
punizione di Dio per il peccato di Adamo.
È la caduta, è il
peccato il limite dell’uomo che carica dello stesso limite il
lavoro; lavoro segnato dalla fatica e dal sudore della fronte, dal
dolore e dalla sensazione a volte di inutilità, per arrivare fino
alla morte.
Il lavoro perde,
per i limiti dell’uomo, la dimensione della libertà e spesso risulta
complicato chiudere la propria giornata lavorativa con
l’affermazione “questo è buono, questo è bello”.
Il riposo poi non
è vissuto come pausa felice ma spesso come momento alienante, se non
addirittura come momento negato e negativo.
Il lavoro però
rimane sempre atto dell’uomo, e non è dotato di una sua vita
autonoma e indipendente.
L’ambivalenza che
a volte può assumere è dovuta all’uomo, al come lo si vive, lo si
interpreta; al rilievo che assume nella sua esperienza di vita.
Il lavoro,
insomma, non perde la sua dimensione originaria positiva, ma i
limiti concreti di cui è caricato richiedono un impegno nuovo,
diverso, ancora più esigente perché possa corrispondere nuovamente
alla dignità originaria della persona.
È a partire da
questa constatazione che ci si deve interrogare su cosa significa
parlare oggi di dignità del/nel lavoro.
Ancora Manzone
ci aiuta a fare un ulteriore passo in avanti nella nostra
riflessione sottolineando due aspetti.
Il primo è la
consapevolezza che il significato del lavoro si declina e si
comprende nel tempo, cioè non è dato una volta per tutte.
Il secondo è la
necessità di coerenza tra il valore/significato del lavoro e quello
della vita della persona, che comunque viene sempre prima.
Si tratta della
capacità di trovare significato nel proprio lavoro, come se fosse
una espressione del proprio senso dell’IO.
“Il senso
dell’IO include l’investire il proprio IO e la propria libertà nel
lavoro, riconoscere e sviluppare le proprie potenzialità, conoscere
il proprio fine nella vita e come il lavoro ad esso si uniformi,
assicurando così coerenza tra le competenze e i valori
dell’individuo da una parte e i fini e i valori del lavoro
organizzato dall’altra”.
Se proviamo a
rileggere con questa chiave l’evoluzione dell’attività lavorativa
dall’inizio della rivoluzione industriale ad oggi, questo percorso
risulta evidente.
Per fare un
esempio, la riduzione dell’orario di lavoro e i limiti al lavoro
delle donne e dei bambini nelle miniere della fine ottocento/inizio
novecento corrispondono alla volontà di assumere come valore la vita
che deve essere anteposta agli interessi economici e della
produzione, e di salvaguardare le figure più deboli del lavoro in
quel periodo, come le donne e i bambini.
Lo stesso senso
assume l’attenzione posta a nuovi fenomeni come la sicurezza nel
lavoro, il mobbing, il rinnovato interesse per l’organizzazione del
lavoro, la discussione sulle nuove forme contrattuali e su come
combattere il lavoro nero e il precariato.
Il lavoro e la sua
dignità si declinano nel tempo; sono temi che nel tempo diventano
esigenze.
Da questo percorso
di continuo ripensamento e di recupero del significato del lavoro, è
importante sottolineare anche un altro aspetto: “il lavoro
rappresenta una dimensione fondamentale dell’esistenza umana come
partecipazione non solo all’opera della creazione, ma anche
all’opera di redenzione”.
Questa
affermazione è contenuta nel Compendio della Dottrina Sociale
della Chiesa; ma l’idea che il lavoro abbia una funzione
promozionale della dignità della persona e che possa rappresentare
uno strumento per la sua emancipazione, è comunemente diffusa ed è
condivisa da credenti e da non credenti.
Se il lavoro è uno
strumento di redenzione, di emancipazione della persona, se rientra
nella sfera del diritto e della cittadinanza, bisogna fare molta
attenzione però ad evitare le semplificazioni.
La soggettività
delle persone conferisce al lavoro una sua peculiare dignità, il che
impedisce di considerarlo come una semplice merce o un elemento
impersonale della organizzazione produttiva.
Se si accetta però
una lettura del lavoro come merce, si accetta anche la logica del
prezzo della merce; cioè si accetta che il lavoro diventi uno degli
elementi dello scambio, e visto che chi lavora è una persona, anche
la persona, di conseguenza, finisce per diventare un prezzo da poter
contrattare.
Si ritorna così
alla relatività della dignità del lavoro, a una sua possibile
quantificazione in termine di costi che ne limitano il suo
significato universale e non negoziabile.
Abbiamo parlato
finora del significato che il lavoro ha per la persona e per la sua
vita, dei limiti che attraversano il lavoro e del significato di un
impegno per ricondurlo ad una dimensione fondamentale per la vita di
ogni uomo.
Ma a chi tocca la
responsabilità di questo cammino?
È un impegno
sicuramente per ciascuno di noi, ma ci si ferma qui?
Riprendiamo dal
testo dalla “Laborem exercens” questa affermazione: “Il
lavoro umano possiede anche una intrinseca dimensione sociale, il
lavoro di un uomo infatti si intreccia naturalmente con quello di
altri uomini; oggi più che mai, lavorare è lavorare con gli altri, è
lavorare per gli altri, è fare qualcosa per qualcuno”.
E ora ritorniamo
al Libro della Genesi, al capitolo 4, che ci parla di
due lavoratori, i primi, e che sono anche fratelli: Caino ed Abele.
Il loro lavoro
diventa offerta che viene, però, diversamente accettata.
Da questo nasce
l’irritazione, lo scontro, la morte.
Al di là
dell’episodio che tutti conosciamo, è importante mettere l’accento
sulla risposta che Caino dà alla domanda di Dio: “Dov’è tuo
fratello?”.
La risposta è: “Sono
forse io il guardiano, il custode di mio fratello?”.
Al convegno
dell’Ufficio Nazionale per i Problemi Sociali e il Lavoro sul tema
della “Tutela della vita e sicurezza nel lavoro”, monsignor
Arrigo Miglio vescovo di Ivrea, ha introdotto i lavori
indicando la “custodia” come chiave di lettura, di
motivazione, di senso per un impegno e una responsabilità sociale
tesi a promuovere la dignità e la sicurezza nel lavoro.
Se cogliamo bene
il senso della domanda di Dio, la custodia non riguarda prima di
tutto il lavoro, la sua modalità e le sue regole ma riguarda
espressamente la vita della persona che lavora.
Per questo come è
ammissibile una risposta superficiale come: sono forse io il
guardiano di mio fratello?
La custodia
significa allora assumere la responsabilità della vita dell’altro
perché ogni prodotto per quanto bello e perfetto non può mettere in
conto il prezzo della vita anche di una sola persona.
Con il suo lavoro
e la sua laboriosità, l’uomo partecipa dell’arte e della saggezza
divina, rende più bello il creato e suscita quelle energie sociali e
comunitarie che alimentano il Bene Comune a vantaggio
soprattutto dei più bisognosi.
Che significato ha
una bella opera realizzata dall’uomo se lo stesso uomo non ne può
godere, perché io non l’ho custodito?
Se la chiave di
lettura è la custodia, l’impegno non è solo personale e
sociale ma diventa politico e legislativo.
La custodia
richiama alla responsabilità e la responsabilità richiede maturità,
educazione, la presenza di una diffusa cultura dei valori della
persona.
L’idea che si
possa definire tutto tramite le leggi comporta come risultato che ci
si preoccupi più di osservare le norme, di evitare le sanzioni,
piuttosto che di coltivare valori che risultano essere fondamentali.
Che rapporto c’è
tra Lavoro e Bene Comune.
Nella definizione
data dal Concilio Vaticano II, questo rapporto consiste nel
realizzare le condizioni sociali che consentano a tutti e a ciascuno
di raggiungere la propria perfezione.
Il lavoro, come
abbiamo più volte sottolineato, e una dimensione fondamentale della
persona, un elemento della sua perfezione; impegnarsi perché
conservi la sua dignità ha allora una duplice valenza.
Da una parte
consente ad ogni persona di realizzarsi per il raggiungimento del
Bene Comune, dall’altra diventa un elemento fondamentale e
necessario per lo sviluppo e la crescita complessiva della società.
Il bene comune è
un concetto, ma anche un agire che coinvolge la responsabilità di
tutti, da cui nessuno può chiamarsi fuori o sentirsi escluso;
riguarda l’intera vita della persona, coinvolge tutta l’esperienza
dell’uomo, di ogni uomo, dal suo concepimento fino al termine della
sua dimensione terrena.
Quando si parla di
bene comune bisogna far riferimento al dovere di contribuirvi, ma
anche ai diritti da riconoscere, soprattutto ai soggetti più deboli;
ogni scelta in direzione del bene comune è importante non solo per
la sua efficacia concreta, ma soprattutto per la sua valenza e il
suo ruolo educativo.
Gli aspetti appena
ricordati sono importanti ma non sono gli unici per dare un valore
aggiunto alla chiamata alla responsabilità e alla missionarietà
(custodia) di tutti nel lavoro, ma è sempre utile, oltre che
necessario, porsi obiettivi importanti per rifuggire dalla
tentazione di accontentarsi di obiettivi immediati, che sono sì
sicuramente indispensabili ma non ci aiutano a comprendere quale è
la posta veramente in gioco.
A questo proposito
potrebbe essere utile un cambiamento sostanziale di una impostazione
ricorrente: cioè di fronte a scelte complicate e difficili, pensare
di operare non per il male minore (che si porta dietro comunque una
percezione di negatività), ma per il bene possibile; ciò rende
sicuramente più positivo il nostro impegno senza per questo
nascondersi i suoi limiti.
Ogni sofferenza,
ogni morte, è una sconfitta personale: sconfitta per il senso del
lavoro, sconfitta per la speranza che ha in sé il lavoro, sconfitta
per la dignità della persona, sconfitta per la dignità della
famiglia.
Allora la domanda:
perché se ne parla sempre se questi sono i risultati?
Le cose si
cambiano nella misura in cui ognuno ci mette il suo pezzo, avendo la
coscienza che quando ho messo il mio pezzo rinuncio a qualcosa e da
questo punto di vista l’esempio vero di democrazia è quella che si
vive, senza dichiararla, all’interno della famiglia.
All’interno della
famiglia, si vive una democrazia in cui gli adulti, che sono i più
forti, esercitano la rinuncia a favore dei più deboli; questo
succede perché si fa la fatica di identificare un bene comune di cui
non si parla, mentre nella società quando si parla di bene comune è
solo per negarne l’esistenza.
Ecco, questa
fatica va fatta: la mia libertà, il mio impegno, lo devo giocare lì.
Devo leggere il
lavoro come costruzione del bene comune che non è il mio bene, che
non è la somma dei beni, ma è il bene che permette a tutti di
ricavare il bene massimo per sé stesso.
Ho il dovere di
farlo e non posso sottrarmi a questa ricerca.
Dobbiamo essere
consapevoli che il nostro impegno è l’impegno per la città
dell’uomo, di tutti gli uomini, di cui il lavoro è un elemento
essenziale.
In questo impegno
noi giochiamo la nostra libertà consapevoli dei limiti di cui è
caricato il nostro stesso impegno, ma come ci ricorda il Nuovo
Testamento, nel lavoro dell’agricoltore c’è chi ara, c’è chi
semina, c’è chi cura e c’è chi raccoglie; ma senza il lavoro, senza
i talenti di ciascuno di noi, non c’è speranza per l’uomo.
Questa certezza è
chiara nella preghiera di mons. Elder Camara, un vescovo
brasiliano che negli anni ‘60/’70 denunciò con forza il potere delle
multinazionali e la povertà che queste creavano nel Terzo Mondo;
preghiera che può diventare una prospettiva di senso anche per noi:
“Benedetto sei
tu Padre per la sete che ci fai sentire,
per i piani
coraggiosi che ci ispiri,
per la fiamma,
che sei Tu stesso, che arde in noi.
Cosa importa
che la sete rimanga in gran parte bruciante,
guai a quelli
che non hanno più sete!
Cosa importa
che i progetti rimangano di più sulla carta
di quanto
passino nella realtà,
chi meglio di
Te sa che il risultato non dipende da noi
e che Tu ci
chiedi soltanto
il massimo di
abbandono e di buona volontà”.
Conti Alberto
a cura del diacono Leondino
Cipolletti
disegni
e vignette di Silvia Cipolletti
data ultimo aggiornamento:
Monday 13 April 2009 14.59.38
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