IL
DISCERNIMENTO PER L’ESERCIZIO DEL MINISTERO
relazione
del Prof. Don Giuseppe Bellia
CONVEGNO
NAZIONALE DIACONI
Assisi
2-5 agosto 1998
Preghiera
Io sento
il bisogno, prima di questo nostro incontro, di invocare lo
Spirito Santo perché sarà tutto un fuori testo. Seguirò le
cose che sono scritte ma, visto l’andamento di questi giorni
ed il caldo, preferisco non tediarvi leggendo ma invece
desiderando che il Signore si serva di me, per mezzo del suo
Spirito, per dire qualcosa che sia utile a voi. E allora,
perché questo sia vero, insieme a voi invoco il Signore: “O
lume celeste previenici sempre e dovunque affinché accogliamo
con degno affetto e contempliamo con sguardo puro il mistero
di cui tu ci vuoi partecipi. Per Cristo, nostro Signore.
Amen.”
Il discernimento
Il titolo
recita: “Il discernimento per l’esercizio del
ministero”. Avete sotto la scaletta. Io cercherò di
attenermi il più rigorosamente possibile a questa scaletta.
Già l’inizio, vedete, ha un tono che io dichiaro
autoironico nel senso che, quando il bisogno di discernimento
si fa intenso, come in questi tempi, perché di fatto è poco
praticato e poco conosciuto, allora si chiamano gli
specialisti per conoscere le loro interpretazioni e per
provare le loro ricette.
“Non
conformatevi alle mentalità di questo secolo…”
Nel
testo che abbiamo fatto sul discernimento si è voluto proprio
evitare un ennesimo libro in più sul discernimento, quanto
invece fornire alcune occasioni concrete per discernere. Nel
primo dei saggi, quello biblico, si è cercato proprio di
comprendere questo. E che cosa viene fuori? Viene fuori
qualcosa che è sconcertante, anche per i maestri spirituali,
e, cioè, che la terminologia biblica del discernere non è
ampia come uno si immagina; è legata a pochi verbi - vi
rimando al saggio per queste cose - e finalmente c’è una
paradossalità che si può così esprimere: mentre la funzione
del discernimento è il senso stesso della vita cristiana, non
si riesce a chiudere, ad intrappolare il discernimento,
l’atto del discernere, all’interno di alcuna terminologia
conclusa e definita. E perché questo? Perché esattamente la
parola che noi usiamo, discernimento,
ha un valore ampio che va dalla ricerca della sapienza
fino, come è scritto in Romani 12, 1-2, che è il manifesto,
come sapete, del discernimento cristiano, a essere il senso
stesso del mistero dell’incarnazione e della
divinizzazione dell’uomo. Capitolo 12 versetti 1 e 2: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i
vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio;
è questo il vostro culto spirituale.” Io leggo dalla
traduzione della CEI, anche se gli esegeti giustamente, qui e
là, avrebbero molte cose da appuntare su questo testo. In
particolare loghichenten
latrian qui è tradotto “spirituale”; vi ricordo il
latino rationale
obsequium o una traduzione ancora più forte, per esempio
quella che dice “secondo la parola”; quindi c’è
un’ampia possibilità di senso. Ma guardate il versetto 2: “Non conformatevi alla
mentalità di questo secolo ma trasformatevi
rinnovando la vostra mente, per
poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a
lui gradito e perfetto”. Adesso io non mi lego,
lo ripeto ancora, per non essere tedioso e pedante… qui
forse tutta la traduzione andrebbe quanto meno conosciuta nel
suo valore originale. Per esempio, l’ultima espressione, “perfetto”, ai più non so cosa richiama, mentre invece il testo
allude a una conclusività di un cammino, di un processo, insomma
di un atto, come cercheremo assieme di vedere.
Dunque
la terminologia del discernere, nel Nuovo Testamento, comporta
due cose essenziali, si può esprimere in vario modo: uno
svestirsi e un vestirsi; meglio ancora, uno svuotarsi e un
riempirsi, oppure, come è detto qui, un non
conformarsi e un trasfigurarsi,
un trasformarsi. Dunque su questo bisogna che noi abbiamo le
idee molto chiare. Non è possibile ad alcun livello e grado
immaginare che quest’opera si possa fare a metà, o l’uno
o l’altro. Guardate, l’immagine è molto semplice; i padri
del deserto ce la comunicano con molta plasticità quando
dicono: “se hai un contenitore, un vaso, un bicchiere ed è
pieno, ci puoi mettere qualcosa d’altro? La risposta è no.
E nella misura in cui lo svuoti ci puoi mettere qualcosa?
Certo. E chi è più riempito? Chi più si è svuotato”. Ora
voi sapete che dietro questa affermazione non c’è una
regola morale; c’è il mistero stesso dell’incarnazione,
lo ripetiamo, di colui che da Dio si è fatto uomo, si è
fatto servo, si è fatto cadavere, si è fatto pane e vino, si
è fatto Parola scritta. Un Dio poteva andare oltre?
Il
processo esodiale della Parola
Se
avete voglia di andare a vedere il processo esodiale a partire
dai grandi testi – Giobbe 28, Proverbi 8, Siracide 24 –
questo processo esodiale che vede la Parola uscita dalla bocca
dell’Altissimo mettere la sua tenda, avendo passato tutto
l’universo, in Israele e scegliere come sua dimora
Gerusalemme e fissare lo sgabello dei suoi piedi nel Tempio,
ecco, si comprende che cos’è questo processo conclusivo.
Proprio il testo del Siracide dice: “Tutto questo è il
libro della Legge dell’Altissimo”. Perciò c’è già una
rivoluzione cosmica rispetto, oso dire, a certe concezioni di
sapienza convenzionale, perché già Israele ha la coscienza,
che…C’è un verbo in ebraico, tsintsun, questo abbreviarsi di Dio, questo accorciarsi che poi
porterà, nella terminologia neotestamentaria, alla kenosi. Ora però la kenosi
non ha e non deve essere interpretata come moralità, come
simbolo di una realtà, per così dire, alta. E’ il mistero
della stessa potenza di Dio, visto nella sua duplice
inseparabilità, di colui che è contestualmente il primo e
l’ultimo, l’alfa
e l’omega.
Guardate come siamo fissati noi! Quando interpretiamo anche il
testo dell’Apocalisse, l’alfa e l’omega, c’è
sempre una certa enfasi, mentre invece il senso –
l’agnello sgozzato che siede sul trono – indica che Lui è
veramente l’ultimo, non nel senso “principio e fine”,
cioè tutto, che è verissimo e sono attributi della sua
onnipotenza, ma la divinità di Dio consiste, in modo
sconcertante, nel pretendere di essere il crocifisso
l’Onnipotente, il debole il più forte, l’ultimo il primo!
Altrimenti non si comprende nulla della originalità del Nuovo
Testamento.
Il
discernimento come giudizio.
E
allora si comprende anche perché non c’è una terminologia
definita, conclusa, per indicare il discernimento; perché il
discernimento non è una regola perché gli imbecilli la
pratichino, non è un metodo perché gli sprovveduti lo
applichino. Il
discernimento è un atto, più esattamente un processo, cioè
un cammino che dunque cresce con chi lo compie. Ecco perché
il discernimento non può essere racchiuso in alcuna formula,
come le Scritture di fatto ci indicano. Ci indicano alcuni
elementi che cercheremo insieme brevemente di accogliere.
Cosa
vuol dire che il discernimento è un atto, più esattamente
l’atto del discernere? Vuol dire che finalmente il
discernimento è un giudizio. Ma il giudizio non è mai un
atto immediato; è piuttosto un atto
mediato. Dunque il discernimento non è intuito e non è
nemmeno semplice logica deduttiva.
In
un altro scritto mi sono occupato del legame profondo che
unisce il mistero della croce al discernimento. Per troppi
anni ci hanno abituato ad un criterio in cui il discernimento,
a sentire certe vite di santi, era semplicissimo, cioè il
“tanto peggio, tanto meglio”: dove più hai da prendere lì
più è sicuro che c’è la volontà di Dio. Ma questo da
dove deriva? Certo non dalle Scritture. Certo forse da quelli
che hanno imposto questa regola e poi loro questi pesi non li
portano nemmeno con un dito. E se questa era l’accusa che si
faceva un tempo solo all’ultimo grado della gerarchia o ai
superiori, voi sapete che adesso questo si può estendere, ma
senza puntare il dito su alcuno, a qualunque livello il potere
venga esercitato. In questi giorni abbiamo visto la mania di
clericalismo che in questo fine millennio sta toccando un
po’ tutti quanti, anche i laici - e ieri si chiariva che
cosa si intende per clericalismo.
Il
discernimento è un atto complesso
E allora adesso torniamo al
senso delle cose che stiamo dicendo. Dunque il discernimento
è un atto che si configura come punto di arrivo di una
attività probatoria giudiziale, che si esprime finalmente in
un giudizio. E il giudizio è non, come dire, falso oppure,
come dire, bello; il giudizio è: vero o no. E’ un giudizio
che attiene la verità, la bontà, la giustizia; insomma è un
giudizio qualitativamente impegnativo. Non è possibile
discernere e poi, come dire, comportarsi con sussiego o
distrazione, come chi può fare a meno del punto di arrivo di
questa indagine che ha compiuto. Dunque è un atto, che si
configura come un giudizio. Più esattamente è un atto complesso – non vuol dire complicato; complesso vuol dire che
lo stesso atto si configura come composto di più atti in sé
o di più protagonisti o di più elementi; vuol dire che il
giudizio non viene fatto, per esempio, solo dall’uomo, solo
dal credente ma ci sono elementi immancabili, dunque tempi
immancabili, dunque modalità da rispettare. Lo vedremo
insieme. Per esempio un dato. Se il giudizio fosse soltanto
operato dall’uomo, se il giudizio di discernimento non fosse
anche un dono di Dio…eh, voi capite che è tutta un’altra
roba! E’ un atto complesso perché nel giudizio interviene
Dio con la sua grazia, Dio con l’illuminazione delle
Scritture, Dio con la pacificazione del nostro essere, Dio col
tempo per poter fare tutto questo; e noi con una attitudine
che si mostra, all’appuntamento, capace di cogliere, nella
vigilanza del cuore, ciò che Dio vuole o no. Dunque non basta
nemmeno l’attitudine del soggetto ma bisogna che ci sia
un’attitudine sviluppata. Molte delle cose di cui oggi
manchiamo nella Chiesa non è che la gente non sia buona, che
i vescovi non siano buoni, che i preti non siano buoni – lo
so che lì abbiamo molte cose da dire al riguardo -i diaconi,
in compenso, sono un po’ più buoni… Ma il rischio è che
abbiamo tanta gente brava, buona e inutile perché, nel
momento giusto, non fa emergere esattamente quella potenza
della grazia che tuttavia il mondo deve vedere perché,
vedendo, creda.
Anche
qui. Quando diciamo la potenza della grazia, che cosa intende
l’uomo carnale? Intende la potenza; poi che cosa sia questa
grazia, se sia una signora, una signorina o che cos’altro o
un oggetto, non si comprende! Ma la potenza del Signore è
potente secondo la mondanità del giudizio? O è sconvolgente?
E su questo abbiamo una omologazione costante, purtroppo
costante, della Chiesa al mondo, a partire da tutti i luoghi
di efficienza in cui noi ci catapultiamo per non essere da
meno del mondo. E su questo avremmo molte cose da dire e
sempre, come è comandato, nella carità, senza puntare il
dito ma perché la profezia non si estingua nella Chiesa.
Perché c’è anche questo: questa omologazione sempre
continua in cui, come è scritto, “l’uomo nella prosperità
non comprende” e oggi noi affoghiamo in questa prosperità.
Chi in un modo, chi in un altro e di fatto non comprendiamo le
cose minime, essenziali. Vedremo se il Signore ci dona questa parresia.
Dunque
un atto che termina in un giudizio ed è un atto complesso. Io
vi rimando un po’ al saggio che è stato scritto perché il
tempo qui va avanti. Riprenderò, non in modo specifico e
ordinato, questi elementi.
L’atto
del discernere è un processo
L’inquietudine
del cuore
Dunque
è un atto complesso. Più esattamente pare che il termine più
giusto per configurare l’atto del discernere sia
“processo”, cioè un procedere, perciò, come ho detto
prima; si compone di tempi e atti diversi e di protagonisti
diversi. Vediamo adesso insieme di cogliere questa
processualità.
Innanzi
tutto l’atto del discernere interviene
perché due cose, in qualche modo, segnalano
l’urgenza di tutto ciò. Che cos’è che segnala questa
urgenza? Adesso io non so cosa viene prima o dopo, vedete voi
nella vostra esperienza, ma in genere si dice che è una certa
inquietudine del cuore,
una certa insoddisfazione del cuore. Ora, come voi sapete –
se no lo imparate adesso – esistono due inquietudini, una
che viene dall’alto e una che viene dal basso. Quella che
viene dall’alto è benedizione: ci obbliga a rivedere
esattamente chi siamo, davanti a chi, che cosa cerchiamo, che
cosa desideriamo. Quella che viene dal basso punta i piedi: si
chiama mormorazione, critica ed è un piangersi addosso, un
essere lagnosi. L’effetto è abbastanza simile in un primo
momento; molto diverso nella sua configurazione finale.
L’inquietudine che viene dall’alto, per esempio, spinge
alla preghiera, quella che viene dal basso ci allontana dalla
preghiera. Quella che viene dall’alto ci spinge a ricercare
umilmente verso chiunque sa, ci fa bussare a ogni porta, ci fa
logorare il gradino del saggio, come è scritto. Quella che
viene dal basso comincia con una sorta di disillusione che si
trasforma in delusione, diventa atteggiamento un po’
rancoroso, astioso. Sapete il seguito della vicenda; so che
siete tutti esperti in questa vicenda, purtroppo; è così,
alla nostra portata ed è scritto: “il tuo istinto è alla
tua porta ma tu lo dominerai”. Tutti facciamo esperienza che
spesse volte siamo dominati e non dominiamo, questa ...(disturbo
nella registrazione) … perdita che ci tocca qui e là,
perché di delusioni ce ne abbiamo tutti; non è detto che poi
tutte siano fondate, ma certo che questa esperienza la
conosciamo.
Dunque primo grado
di questa processualità è un’inquietudine. Ora questa
inquietudine può sopravvenire, dicevo prima, o per un fatto
esterno a noi o per una vicenda tutta interna. Certe volte
sono i fatti della vita che ci inseguono e ci aspettano a
certi appuntamenti in cui noi siamo obbligati a dichiararci:
non so, per esempio un lutto, una disgrazia, un evento che ci
sveglia da quella situazione di torpore, da quella pigrizia
concettuale in cui ci siamo adeguati perché…, perché non
sentiamo altro che quello. Certo questo è un modo tipico con
cui la grazia arriva rompendo i vetri, dicevano gli scrittori
francesi, e però c’è da dire che la storia della
spiritualità ci insegna che non sono mai i fatti bruti che in
se stessi portano il discernimento. Per esempio, siamo qui.
Francesco vi ricordate che il discernimento non lo opera nella
malattia ma nella convalescenza, perché Dio non opera alcun
ricatto verso i suoi: lascia integra la libertà dell’uomo.
Dunque i fatti della vita e l’inquietudine del cuore ci
segnalano che siamo come obbligati a emettere un certo
giudizio. I fatti della vita sono tantissimi, sapete,
tantissimi; spesse volte sono fatti non procurati da noi,
anzi! Quando sono procurati da noi è così semplice: dal
frutto si riconosce l’albero. Come un ladro che rubando
scappa e poi sbatte in un palo oppure incappa nei poliziotti
cosa può discernere?. Il discernimento, beninteso, lo
vedremo, non attiene il peccato; attiene la positività della
volontà di Dio: non il male da evitare ma il bene positivo da
compiere nel suo nome.
La
creaturalità
Dunque
questa complessità dell’atto del discernere fa sì che non
soltanto nel suo inizio c’è un’inquietudine del cuore e
una incapacità di arginare la vita, ma c’è un secondo
elemento. C’è anche il fatto che in tutto questo l’uomo
deve scoprire un elemento intrinseco della sua verità: è
quella che si chiama nella Scrittura la creaturalità dell’uomo. Noi siamo portati, per via delle cose che
facciamo, del benessere, della salute, insomma da tutto, siamo
portati a dimenticare che non siamo Dio. Può sembrare una
cosa banalissima ma non lo è affatto. Cito Romani cap. 1 v.
17 e seguenti e molti brani a cui potremmo rifarci: “Stolti
tutti quegli uomini che non comprendono”. Dunque
l’elemento essenziale di questa seconda fase è il recupero
della verità creaturale: non sono Dio, dunque non so tutto,
dunque non ho capito tutto, dunque ho bisogno degli altri,
dunque è necessario che io cerchi, indaghi, mi sforzi, compia
un cammino.
La
ricerca
Ed
è proprio in questa fase che interviene quello che si chiama
la ricerca. Ma dove
cercare? Come cercare? Che cosa cercare? E qui è fondamentale
che si capisca come, nell’atto del discernere, la cosa
cercata e le modalità coincidono; del resto nel cristianesimo
è tutto così. Dunque si ricerca con assiduità, con
pazienza, con umiltà. Ma si ricerca dove? E qui cominciano
molti sbrachi anche nella Chiesa -passo già all’ultimo
punto-. Quante volte c’è un’abdicazione di discernimento,
cioé di ricerca, perché si delega a presunti specialisti e
competenti una intelligenza del fatto che è solo e finalmente
spirituale. Anche nel discernimento vocazionale, quante volte
un presunto psicologo ha come carta libera e zona franca in
cui può decidere, di che cosa decidere? Non certo della
santità di una vocazione, non certo della, come dire, forza
dello Spirito che sta operando! Al massimo può decidere la
patologia, insomma se lì abbiamo a che fare con un matto o
no, se abbiamo a che fare con un equilibrato o no; ma questo
non è un criterio di discernimento della vocazione semmai,
questo è un criterio di discernimento dell’uomo in sé.
Sono altri i criteri e non possono intervenire e non è
possibile che ci si accorga soltanto dopo certi anni che un
tale è, per esempio, come dire, squilibrato o che non batta
pari. E questo è assurdo che non si comprenda. Dico queste
cose, è vero, ma voi siete adulti e potete capire anche
quello che non dico dietro queste cose.
Dunque
l’atto del discernere interviene come ricerca
specifica, come avete sentito nella lettera ai Romani, della
volontà di Dio. Ora la volontà di Dio è manifestata
esattamente nella sua Parola: noi conosciamo i suoi pensieri
nella sua Parola, sicché, come la Chiesa ripete, citando
Girolamo che a sua volta cita i Padri del deserto,
l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo. E,
dovremmo dire, quest’ignoranza è diffusa e, oggi, in modo
ingiustificabile, perché abbiamo tanti di quegli strumenti,
abbiamo tante di quelle possibilità e abbiamo accesso, anche
economicamente, a queste possibilità! Dunque la Scrittura
è il secondo elemento in cui, vedremo, bisogna entrare: la
Scrittura intesa in due modi, io insisto. Prima di tutto come
conoscenza quantitativa. Non dovete disprezzare la quantità;
se viene da Dio si chiama benedizione! Forse che qualcuno si
lamenta che ha troppa salute? Oh, ditemelo! Si fa a cambio con
qualcuno che conosco! E allora quando mai? C’è tutta questa
abbondanza della Parola di Dio e qualcuno si ritaglia come
piccole icone scritturali. Un tempo nella Chiesa questo si
chiamava eresia - aireo
vuol dire “selezione” -: uno che si fa la sua scritturina,
ha individuato il cuore della Scrittura, che poi modestamente
coincide sempre con il suo. L’idolatria è un processo
inarrestabile! Spesse volte noi immaginiamo che l’idolatria
sia soltanto il farsi un dio banale. No! È qualunque
procedimento instaura un’estensione di quello che noi siamo
a Dio. L’ipocrita, finalmente, è colui che, avendo una
buona stima di sé, fa Dio buono come se stesso. Ma proprio
questo è il peggiore di tutti coloro che non possono seguire
lo scandalo del crocifisso, di colui che si fa ultimo. E di
questo perbenismo morale, qui e là, a piene mani, a piene
sorsate, ne stiamo bevendo in questi anni. Quando penso a
questo, perché sia chiaro, ho detto già nell’omelia
dell’altro giorno, non dovete guardare quelli che stanno in
alto. Ognuno pensi proprio al suo ombelico perché da lì in
poi la prospettiva è più realistica. Quindi, a motivo di
questo, noi dobbiamo guardare esattamente a quello che accade.
Non so, fate voi l’esperienza: quando vi hanno chiesto un
consiglio, un parere, voi da dove rispondete? Non so, c’è
anche una formula linguistica: se iniziate dicendo “secondo
me”, potete chiudere perché già il “secondo me”,
secondo tre, secondo quattro non vuol dire niente. Ma quando,
davanti a un parere, uno dice: “aspetto, prego, chiedo,
ricordo”, ecco allora che lì comincia un’altra attività,
cioè si comincia a fare quella mediazione che è il mistero
stesso dell’incarnazione, perché Dio nessuno l’ha visto
ma il Figlio, nella sua umanità, ce lo ha rivelato. E
finalmente il Figlio noi non lo vediamo ma la mediazione che
è la Parola scritta, l’Eucaristia, la Chiesa, i poveri, ce
lo rivelano. Queste cose non le sto dicendo io, sapete che
sono scritte. Se avete i “prenotanda”
– sarebbe un libro che tutti i diaconi dovrebbero avere –
già ieri il padre Barile vi ricordava quale alta teologia la
Chiesa santa ci ha consegnato in moltissimi di questi testi
che sembrano minori e che molto spesso sono ignorati da preti
e diaconi. Bisogna avere soltanto la pazienza di leggerli:
c’è una teologia vera, non fumosa, non intellettualistica
ma il meglio di ciò che la Chiesa crede. È la famosa “lex
orandi statuat etiam legem credendi”, insomma, dimmi
come preghi e ti dico quello che credi. L’intelligenza della
fede vi brilla pura o, se non brilla, è sotto gli occhi di
tutti dagli effetti che procura.
Dunque è
fondamentale che la Scrittura sia interpretata come il luogo
di questo processo.
Infine, terzo
elemento essenziale, cogliere tutto questo nella luce,
possiamo dire, sconvolgente di Cristo; perché non basta
leggere le Scritture, non basta leggerle in modo
esegeticamente corretto. Dico di più: non basta nemmeno
leggerle nel loro contesto canonico. Finalmente c’è questa
accelerazione che Cristo, la “tigre”, ha portato
nell’adolescenza dell’anno, dicono i poeti, e che ci ha
obbligato a rigiudicare tutto a partire da Lui. Quindi la fede
in Gesù Cristo diventa elemento essenziale dell’atto
del discernere.
Passo al secondo
punto.
motivo
delle cose che ho detto adesso possiamo intendere che tipo di
movimento imprime la fede cristocentrica alla lettura delle
Scritture e l’illuminazione che ci deriva dalle Scritture
alla ricerca della volontà di Dio. Se si guardano bene le
Scritture si vede come esse portano in sé sigillato, un
duplice impulso, un duplice movimento. Da una parte sono memoria,
anzi sono l’oggettività della memoria. Addirittura c’è
una garanzia: lo Spirito Santo presiede a questa oggettività
della memoria: “tutto quello che io ho detto vi ricorderà”.
Però la memoria che lo Spirito suscita non è consegnata solo
all’oggettività della parola scritta. Capite la differenza?
La parola orale vaga, come dire; quello che si diceva già un
tempo, scripta manent,
e in questo permanere dello scritto c’è una kenosi della stessa cosa detta, perché, una volta detta, chi la
legge la legge anche a prescindere da colui che l’ha detta.
Guardate che è reale questa kenosi
della Parola! Eretici e santi leggono le stesse cose e la
crocifissione del Figlio di Dio nella sua umanità non avviene
solo sulla croce ma avviene tutte le volte che si, come dire,
che si allarga la Scrittura, la si restringe esattamente
secondo la misura del nostro interesse, della nostra paura.
Dunque
la memoria non è consegnata solo alla Scrittura: a partire
dalla Scrittura – “in principio è la Parola” – certo,
ma poi viene consegnata, per esempio, ai sacramenti –
pensateci – com’è scritto. Tutti i sacramenti non sono
parola e gesti? Potete voi modificare l’oggettività dei
sacramenti? Ma non per il gesto magico per cui
“abracadabra” e resta la formula! Ma esattamente per il
fatto obbedienziale. Già ieri vi si ricordava che anche i
santi, nelle loro distrazioni, dicono cose che non son dette
bene, però il popolo di Dio, quando non è santo, ma quando
non è nemmeno sapiente, piglia le cose più stupide dei santi
e le fa moltiplicare. In ogni eucaristia non c’è
l’obbedienza di Dio a noi, non c’è affatto; avete sentito
che c’è il contrario, c’è la nostra assoluta obbedienza
a Lui: “fate questo in memoria di me”. Dunque
l’oggettività della memoria viene custodita anche dai
sacramenti. E perché no? Anche dalla Chiesa, dalla struttura,
dall’istituzione. Certo, su questo bisogna essere molto
attenti. Quando parliamo di struttura e di istituzione noi
diciamo che la struttura, per essere espliciti, la gerarchia,
è da Dio. Ma sorelle e fratelli, cugini e cugine, ma insomma,
la modalità con cui si esercita la struttura gerarchica,
siamo sicuri che è tutta voluta da Dio? Almeno lasciateci il
dubbio di pensare, al di là della buona volontà, della buona
fede! Ma quando mai la buona fede coincide con la verità?
Quando mai la buona fede è sincerità? Quando mai la sincerità
è autenticità? Quando mai l’autenticità è verità?
Vedete il processo è tutto qui! In buona fede abbiamo avuto
in Sicilia un buonissimo frate e tanti preti tutti a
confessare i mafiosi; non se ne trovava più uno a confessare
quelli normali! Allora è possibile che non vi viene il dubbio
che uno che sta esercitando il latrocinio, uno che esercita un
dominio sulla tratta dei bambini, delle prostitute giovani, può
avere una Messa in privato per sé nel suo rifugio dorato? Ma
questo non suscita alcun tipo di scandalo – possibile? – a
un’intera Chiesa? E quando poi – la cosa peggiore – è
capitato che qualcuno si è giustamente indignato, la reazione
di corpo dei presbiteri è stata quella che è stata. Però,
perché le cose siano dette in pari, si possono dire altre
cose. Ultimamente abbiamo avuto degli scandali e qui e là i
giornali non aspettano altro che dirceli, su certe condotte di
presbiteri: solite storie, ma è inutile che ci soffermiamo su
queste cose. Ma la cosa che più dovrebbe indignare è che,
davanti a comportamenti manifestatamente immorali e
addirittura, a norma di codice perseguibili, dico di codice
penale, il popolo così detto di Dio, non so se santo,
infischiandosene di qualunque tipo di scandalo, ha applaudito
i preti dicendo: “a noi ci stanno bene così! Questo è il
massimo! Non è il peccato di Aronne? Quando uno si fa
accettare dal popolo e non si fa più accettare da Dio, può
avere anche l’applauso ed essere accusato di cose infamanti.
Quindi quando vi parlo di omologazione al mondo io vi dico
queste cose. Ma perché voi non le sapete?
Andiamo
al nostro testo ancora. Dunque da una parte la memoria è
parte integrante dell’istinto con cui lo Spirito opera nella
Chiesa, dell’istinto fondamentale. Non soltanto lo Spirito
presiede alla memoria intesa come commemorazione, affatto, ma
presiede all’oggettività che si chiama continuità. E però
lo stesso Spirito presiede anche al desiderio,
cioè presiede al compimento. Tecnicamente, si può dire, è
uno Spirito intenzionale perché tende verso qualcosa. E verso
che cosa tende? Quello che noi aspettiamo, la “beata
speranza”, la manifestazione di Lui. Insomma a noi non sta
bene stare così come siamo. Quando la Chiesa, un cristiano, lì
nel posto del suo esilio, come dire, stende i paletti e
comincia a piazzarsi, sapete che non sta aspettando più
nessuno. La parusia, l’avvento ultimo del Signore è operato
dallo stesso Spirito e la forma normale di questa operazione
si chiama profezia. Ora si capisce bene; è una specie di movimento, come
dire, congiunto, per cui lo Spirito che ispira la continuità,
ispira la discontinuità; lo Spirito che ispira l’oggettività,
diciamo la forma orizzontale dell’estendersi, è anche uno
Spirito che incide ed accelera il tempo. Se il primo si chiama
istinto della verità, il secondo si chiama libertà. Nella
Chiesa verità e libertà debbono coincidere. Provate a vedere
voi che cosa succede a livello di discernimento. Quando
prevale lo Spirito dell’istituzione senza la libertà della
profezia, i quartieri sono molto miserabili. Si, nella Chiesa
ci vogliono tutti e due ma nessuno si arroghi il diritto di
dire “io presiedo a questo e posso fare a meno
dell’altro”. Ma dall’altra parte quando la profezia è
senza obbedienza, quando va bene, è velleitaria, spesse volte
è soltato nociva: si tratta di capire come tutte e due le
cose sono operate.
Ora
provate ad applicare questo al proceso del discernere. Il
processo del discernere, vedete, si situa lungo un asse che
deve rispettare tutte e due le intenzionalità: da una parte
deve radicarsi nella memoria di Cristo, dall’altra deve
tendere al compimento, all’avvento di Lui, alla conoscenza
del suo volto. Allora vedete, così come non si può fare a
meno, nel discernere, delle Scritture – se uno ignora le
Scritture ignora la memoria; fa quello che vuole ma non può
dire di discernere secondo Dio – dall’altra parte, se il
discernimento fosse operato solo a partire dalla memoria senza
la libertà della profezia, è un triste discernere: allora si
diventa soltanto guardiani dell’esistente,
dell’istituzione, e voi sapete come è triste il volto ma
anche la vita dei guardiani delle istituzioni. E prima si
diceva come è insopportabile l’irrequietezza di una
profezia che si autodivora. Ora nella Chiesa dovremmo avere
tutte e due le cose ma, nell’atto del discernere, le due
cose non possono mancare.
motivo
di questo adesso cercherò di passare al terzo punto, perché
il tempo galoppa e io devo contenermi dentro l’ora prevista.
Però vorrei che fosse possibilmente chiaro che se per ragioni
di comunicazione noi dobbiamo distinguere tutti gli elementi
di questo atto del discernere, di questa processualità,
capite bene che sono inseparabili nell’atto con cui si
compiono. Come dire, è inimmaginabile uno che voglia avere
soltanto la memoria e poi non avere l’apertura reale, perché,
finalmente, che cos’è la complessità dell’atto del
discernere se non il congiungere la sapienza eterna, possiamo
dire metastorica, della Parola di Dio, con il mistero della
vita che è un fluire incontenibile. Come si fa a collegare la
vita che è continuamente nuova, rinnovante, e una Parola di
Dio scritta? Beh! Sapete come alcuni risolvono? Alcuni negano
la Parola: “non si adegua, non la trovo, non c’è”…niente;
altri invece ignorano la realtà. E non sono due terribili
esempi di discernimento personale nella Chiesa? Quante volte,
in questi giorni, ci siamo visti subito appuntati da un
diritto canonico e poi si scopre che non è il diritto
canonico in sé che risolve le cose! Il diritto interviene, la
fattispecie giuridica interviene esattamente quando la realtà
non è fruibile nella sua interezza. Ma quando mai
l’interpretazione di un canone ha tolto l’inquietudine del
cuore? Poi giustamente risolverà dei problemi pratici.
Torniamo
dunque a questo nostro terzo punto: i
soggetti concreti del discernimento. Adesso, su questo, è
stato scritto parecchio sulla rivista: avete i numeri se no vi
ci rimando indietro per anche infoltire così o sfoltire i
nostri depositi e c’è anche un ottimo articolo di Mons.
Monari, sull’ultimo numero; ci sono cose scritte anche da me
in numeri precedenti. Insomma non mi voglio soffermare sulla
elencazione dei soggetti che, come sapete, sono,
nell’ordine, il soggetto interessato o candidato al
diaconato, ai ministeri; la comunità; all’interno di questo
riscontro, confronto, la moglie, la famiglia; e, dunque,
finalmente, il vescovo, il suo delegato, nelle fasi distinte
della…diciamo dell’incidente probatorio in cui si deve
verificare se c’è un’attitudine verso la ministerialità;
poi nell’atto della formazione per vedere che tipo di
risposta c’è a questa chiamata o a questa specifica
missione; finalmente, una volta ordinati i diaconi,
nell’esercizio concreto del ministero. Sono cose risapute.
Allora
su che cosa voglio soffermarmi io? Esattamente a partire da
memoria e desiderio, vedere come l’atto del discernere, per
i singoli protagonisti si deve dover svolgere.
l
candidato, o colui che si sente da se stesso spinto verso la
ministerialità. Leghiamoli: memoria e desiderio. Io vi
chiedo: che tipo di memoria c’è alla base di certe, non
dico autocandidature, ma di certi desideri verso la
ministerialità. Spesse volte, a leggere certe cose che
mandano alcuni diaconi buoni in redazione, ci sono cose vane,
ci sono cose da poco, da nulla. Ma perché non fate, secondo
verità, lo sforzo di vedere quale Parola di Dio, parlandovi
al cuore, vi ha spinto verso la missione? È Parola di Dio
potente! Non è possibile che vi abba spinto un’emozione e
un’affettività più o meno non controllata, la mamma, il
ricordo di un parroco da chierichetto. Va bene, queste son
cose emotive, ma insomma! Ma siete tutti cresciuti! Ci dev’essere
qualcosa in più che sta alla base e che costituisce
l’oggettività di un’operazione della grazia, cioè dello
Spirito Santo. Cioè quale Parola di Dio, venendovi incontro,
vi ha parlato illuminandovi? Ma questo è significativo!
Questa Parola non va smarrita; va conosciuta, va scritta, va
spesse volte ripresa, perché nel seguito della storia
ministeriale, del cammino diaconale, quante volte non capite
più dove siete, che cosa state facendo, che cosa vi ha
attirato! Ma la Parola di Dio è fedele e la Parola di Dio è
“si e no” ma non è “si e no” contestualmente: ora Lui
ha progetti di vita e non di morte. Perciò sarebbe
interessante, almeno in qualche giorno di ritiro, di esercizi
spirituali, che voi riandiate all’oggettività di quella
Parola che vi ha generati alla ministerialità. Non c’è?
Non c’è stata? Malissimo! Trovatela, perché la verità è
che c’era e non l’avete colta, c’era e l’avete
smarrita, c’era e l’avete affogata in un mare di banalità
o, all’interno di una sovradeterminazione efficientistica,
poi non cogliete più quello che il Signore ha detto. C’è
in questo un principio di giustizia: il Signore veramente è
fedele e non rinnega quello che Lui vi ha detto nel giorno in
cui vi ha aperto il cuore. Ma questo capite bene che vale per
tutti, per presbiteri…ma anche nel matrimonio, non è la
stessa cosa? Anzi su questo voi avreste tanto da insegnare a
motivo della grazia di stato di cui partecipate, a patto che
questa sia vista esattamente non secondo le mode passeggere
degli impulsi: qui in un certo femminismo sregolato, qui in
una specie di complesso inveterato di macisti o di maschilisti
pentiti. Insomma in principio non è la lettura sociologica
delle cose. In principio è la verità di chi aderisce al
vero.
Ancora il
desiderio. Che desiderio c’è alla base di ogni vocazione?
Pensateci bene! Io non è che vi conosco, dunque posso parlare
a ruota libera. Se conoscessi qualche storia maldestra non
potrei essere qui a dirla! Ma che cosa c’è, che desideri ci
hanno mosso verso la ministerialità? Diciamo che in genere è
un desiderio ingenuo, cioè infantile: l’illusione di fare
tanto bene – eh? Sapete cosa dicono i sapienti riguardo a
questo discernimento? Dicono che ci sono strade diritte,
spaziose per l’uomo, che portano diritto allo “sheol”.
San Giovanni Climmaco, a proposito del discernimento, dice che
l’inferno è lastricato di buone intenzioni. La maggioranza
di quelli che si perdono non si perdono perché sono peccatori
ma si perdono perché sono stupidi. Lo so che qualcuno non ci
si trova in questa regola, ma le Scritture cosa dicono delle
dieci vergini? Forse che le cinque erano finte vergini? Eh
dico, andateci! Il rigore del Signore nel giuditio non è il
nostro e, per fortuna, anche la sua misericordia. E nelle
parabole dei talenti e delle mine? Quello che gli ridà
esattamente il suo? Come viene trattato? Sono esattamente le
stesse espressioni …
cambio lato cassetta …
E qual è il desiderio? Che Lui venga e si compia
la beata speranza: alla fine dell’embolismo di ogni messa:
“venga il tuo Regno”. È solo questo. Perché? E perché
dovreste saperlo! Perché dietro il servizio spesse volte ci
siamo noi. Il servizio è una forma di autopromozione
personale: tutti servono – vero? – dall’alto in basso!
Cercate uno che sta in alto e dice “sono qui perché mi
piace comandare”; ma quando mai? E pensate che a livello più
basso non sia uguale? Basterebbe vedere dagli effetti: appena
vi viene tolto quell’incarico, che succede? Altro che volontà
di servire! Santa Teresa di Gesù Bambino dice che io sono
come una pallina nelle mani di Gesù Bambino – vi ricordate?
-; gioca, poi si scorda, se vuole mi ripiglia. Questa è
pazienza, dite voi. No! Questa è sapienza del cuore. Noi
siamo assolutamente inutili all’opera di Dio. È scritto:
siamo servi qualunque. E dopo che abbiamo fatto tutto, il
Signore poteva suscitare un asino come al tempo di Baal,
figlio di Beor, l’uomo dall’occhio penetrante e spesse
volte usa proprio noi asini per fare il suo bene. Ma non lo
dico in senso di scherno; in senso di verità: che più noi
siamo ricondotti alla verità della nostra inutilità più Lui
ci utilizza. C’è una frase di Kirkegard che è bella sul
discernimento, ve la ripeto: “Dio crea sempre dal nulla e
riduce al nulla coloro di cui si serve, per creare ancora”.
È la verità. E, come vedete, la verità di chiunque ama
Cristo non ha steccati di tipo confessionale.
Potremmo ancora
continuare nei vari protagonisti. La moglie.
Anche lì c’è un’educazione che si deve fare. Se ne
parlava l’altra sera con i delegati: è fondamentale che si
dica, innanzi tutto, il vero a una Chiesa su chi sono i
diaconi, qual è il ruolo delle donne. Ma anche lì, qual è
il discernimento che una moglie deve operare? Spesse volte le
fissazioni di certe mogli sono molto, come dire, terrene –
no? - : “mi manca mio marito, ho meno tempo, meno soldi! Non
è così? Ma io, guardate, non disprezzo affatto questo; è un
principio di realtà che deve essere accettato. Guai chi ha
gli occhi lardellati, non vede niente e dopo resta deluso.
Ma
è questo il criterio di discernimeno? Se legate questo a
memoria e desiderio…beh la memoria! La memoria di che? Della
Scrittura? Ma, per esempio, andate a prendere tutti i ruoli
della coppia nella Scrittura, quando Dio affida una missione:
non sarebbe un buon punto di partenza? Cosa dice Zippora del
suo sposo? “Sposo di sangue tu sei per me”. E che cosa fa
Sara? Pensateci bene. Sara la Madre; è lei che con la sua
morte consente ad Abramo di possedere una grotta sepolcrale.
Fino a quel momento lui non aveva posseduto nulla. Ma che cosa
comprò Abramo? Un sepolcro? No, comprò la risurrezione. Ma
non fu il sacrificio di Sara, della sua donna amata, la
compagna della sua giovinezza, che lo indusse a pagare una
fortuna a Efron l’hittita, vi ricordate, che gli dette una
colossale fregatura? Approfittando della sua situazione di
debolezza qualche miliardo gli costò quella grotta
sepolcrale! Ma lui la comprò, non per la dignità della
sepoltura di Sara. Come dice Gesù: “vide il mio giorno e ne
gioì”. Dunque la memoria è fondamentale. Non può
intervenire la memoria delle prime frasette che si son dette
marito e moglie quand’erano fidanzati; non è questa la
memoria biblica di cui stiamo parlando. C’è qualcosa che ha
costituito i due in unità nel sacramento. Andate a vedere che
cosa ha costituito? Vedete sempre che c’è una dimensione
spirituale, altra rispetto all’andazzo che abbiamo sotto i
nostri occhi. Ora può darsi bene che ci sono delle coppie che
hanno avuto un cammino bellissimo, cioè in salita; hanno
cominciato secondo una grazia di Dio che non li ha mai
abbandonati. Purtroppo non è sempre così per tutti! Spesse
volte ci sono coppie che hanno riscoperto la grazia del
sacramento esattamente dopo. Non importa! Ma importa che ci
sia questa continuità della memoria che ci permette di
giudicare secondo l’oggettività della volontà di Dio.
E
poi, anche lì, il desiderio. Qual è il desiderio? Qual’è
il desiderio di ogni coppia? Perciò anche in questi giorni,
quando si presentano certe tematiche, avete visto che io fin
dall’altro ieri sono stato, mi pare, educatamente contrario
ad un certo modo di impostare. Qual’è il desiderio profondo
della coppia? Della coppia o di Dio che si rivela nella
coppia? Alla fine che si sarà marito e moglie, sposo e sposa?
E il celibato per il Regno dei Cieli che cos’è? Non è la
profezia che anticipa lo stato finale in cui né ci si mariterà
né ci si ammoglierà ma si sarà come angeli di Dio? Volete
stare sempre così, anche quando sarete vecchini,
insopportabili l’uno all’altro? Ma insomma! I discepoli
protestavano: “Allora non conviene?” Ma la risposta di Gesù
è chiarissima: “Lo so che non lo capite”; il testo parla
di fare spazio a questa Parola. Ma dice Gesù (non purtroppo
come è tradotto: “chi può capire capisca se no
s’attacchi” , non dice così il testo), dice: “chi può
fare spazio faccia spazio a questa Parola”; cioè la Parola
di Dio, dentro di voi, lieviterà fino a un senso di pienezza
tale che voi comprenderete quello che vi viene chiesto.
Vedete, sono degli esempi, ma potremmo continuare.
Una
comunità cristiana
quando deve compiere un discernimento, quale memoria deve
avere? E anche lì, memoria cioè delle efficienze mancanti?
Mi manca un sacrestano qualificato? Mi manca uno che mi faccia
un ruolo di catechista? È questa la memoria che presiede al
discernimento della comunità? Allora qui vedete bene che le
comunità non educate, possiamo dire le non comunità, perché
non è che tutte le aggregazioni sono comunità…Nell’ultima
inchiesta pubblicata di recente sapete che su 100 giovani che
frequentano, meglio dire bighellonano nelle nostre parrocchie,
siamo a indici inversi rispetto a 20 anni fa. Venti anni fa si
diceva che c’erano cristiani credenti e non praticanti; oggi
sapete cos’è accaduto? Ci sono cristiani praticanti e non
credenti. Poco importa che questi giovani vadano dietro il
Papa, dove vogliono, ma in materia sessuale sono assolutamente
autonomi, lo sapete vero? Oh, se non lo sapete voi?
Dunque,
su queste cose c’è un’obbedienza a scompartimenti stagno,
su cui oggi si interviene. Allora, quando si parla di una
memoria di una comunità, una comunità che non conosce il
travaglio di atti degli Apostoli, una comunità che non
conosce il travaglio di Corinto, ma voi pensate che abbia
elementi per discernere? Alla fine prevale la politica, cioè
le fazioni, i gruppi, la simpatia, si, no: sono determinati
come un gioco di bussolotti! Ma è così che la comunità
cristiana ha scelto? Vi risulta che normalmente, quando c’è
da emettere un giudizio o comunque un parere su una
candidatura o su una vocazione la comunità si raduna, prega,
digiuna, aspetta? Beh, si vede, dal digiuno certamente quello
è fatto. Forse la preghiera manca! Fratelli cari ma come si
fa a giocare su queste cose? Noi non possiamo condannarci
continuamente dalle cose che leggiamo, perché è scritto
nella Parola di Dio –chi vi parla non è uno stinco di santo
né pensa assolutamente in modo bigotto-. Non dico che basta
la materialità, la meccanicità di queste cose per poi avere
il discernimento, per cui non sono per un rigore estrinseco,
fittizio, di chi raduna, prega, digiuna e poi…, non è
questo che sto dicendo! Ma voglio dirvi, si entra in un clima
in cui la continuità è nient’altro che l’attenzione alla
Parola di Dio, il primo comandamento, shêma
Israel. Due domeniche fa – io non so che cosa è finito
in tutte le varie omelie -, ma tra Marta e Maria, compresa la
preghiera di oggi, con questa Marta che continua a scegliere
la parte migliore. Ma se sceglie la parte peggiore! E, ma
insomma! Il testo parla ten
agaten: a partire da quell’ebraismo di Girolamo
continuiamo sempre a dire che Maria ha scelto la parte
migliore e Marta la parte meno buona. No, ha scelto la parte
non buona, se solo una cosa è necessaria. Però qual’è il
vizio? Qui non si tratta di vedere se c’è il primato della
vita contemplativa su quella attiva. C’è il primato
dell’ascolto, perché Marta, nel suo affaccendarsi, non
ascolta Lui che parla. Shèma
Israel! E forse che al Maestro stanco sarebbe mancata
l’opportunità di fare ancora, moltiplicando i pani, e fare
scaturire l’acqua nel deserto? Marta, oltretutto, lo
accoglie in casa sua ma non lo accoglie nel suo cuore. È
esigenza della condizione apostolica. Dunque, se andiamo a
questo testo, è significativo. Una comunità che non ha
accolto la Parola di Dio non è vero che ha elementi di
discernimento.
Possiamo
andare avanti: il delegato, i vescovi. Li
risparmiamo questi? No! Io penso che tutti abbiamo lamentele
qui e là, salvo poi a non avere né il coraggio cristiano, né
la carità cristiana, che si chiama correzione fraterna, di
dire a un fratello, apertamente, quando una cosa non va che
non va. Nella Parola di Dio, a proposito del discernimento è
scritto: “meglio un rimprovero manifesto che una lode
taciuta”. E voi sapete che la profezia ci costituisce gli
uni sentinella degli altri. Noi non siamo razza di Caino che
dice, dopo aver ammazzato il fratello : “e che sono io il
custode di mio fratello?” Voi dite: ma siamo profeti? Certo,
in forza del Battesimo, della Cresima, in forza
dell’Eucaristia, siamo profeti più alti di Giovanni il
Battista perché è scritto: “Il più piccolo nel Regno di
Dio è più grande del più grande tra i nati di donna”.
Dunque per noi non è un “optional” la correzione
fraterna. Ora nel caso specifico – io parlo, credetemi,
assolutamente in generale, perché non sarebbe cristiano, non
sarebbe produttivo avercela con qualcuno e immaginare di…,
non è così. Però anche lì, un discernimento che viene
operato a partire dalla memoria delle Scritture è
significativo. Allora non ci possono essere criteri di
discernimento di tipo efficientistico, cioè il controllo sul
territorio – già il vescovo prima l’aveva accennato -. È
una tentazione! mi mancano dei pezzi e io supplisco: ogni tre
diaconi faccio un mezzo prete! Non è così! E anche sul
ministero diaconale bisogna dire con franchezza che molti
diaconi, spesse volte quelli che si dichiarano più
soddisfatti, sono semplicemente più efficienti all’interno
di una macchina clericale, perché sono più, come dire,
usati, ma non è affatto vero che stanno facendo i diaconi. La
diaconia è il servire secondo Dio e secondo le Scritture e
secondo la sapienza della Chiesa, cioè il Concilio Vaticano
II, ma non è l’affaccendarsi in mille cose. Quindi su
questo noi dovremmo ogni volta ribadire il primato delle
Scritture, un primato delle Scritture che poi formalmente è
conosciuto. Quante volte questi brani, anche il primo giorno
li abbiamo letti! Ma non basta leggerli; bisogna che diventino
carne della nostra carne, osso dei nostri ossi.
E
allora su questo criterio, il duplice criterio è
fondamentale, il criterio, insisto, della memoria e del
desiderio. In modo particolare perché avere paura di dire da
vescovi, da presbiteri, da diaconi a una comunità: “è il
Signore che apre e chiude il seno, è Lui che dà e nega i
figli, è Lui che dà e nega le vocazioni.”? Ma tutte le
campagne pubblicitarie per la promozione vocazionale vi
daranno mai una grazia di Dio secondo il suo operato? Importa
la quantità degli operai della vigna o gli operai qualificati
della vigna? Mille operai bighelloni che non fanno nulla non
servono un servo vero e fedele che opera secondo Dio! Quanti
sono i dottori della Chiesa? Ma possiamo pretendere che tutti
i dottori in teologia siano dottori della Chiesa? Ma non
resterà traccia, lo sapete da voi stessi! Già in passato si
diceva: quanti grandi papi abbiamo avuto? Poi la storia
giustamente deve fare il suo corso! Ma oggi siamo qui a
parlare di Teresa di Gesù Bambino e di tutti i papi del suo
tempo? Grandissimi, sapete! Dio ha un altro suo modo di
procedere: ma la Chiesa lo fa per sfizio, per sfregio che
nomina patrona delle missioni una che non s’è mai mossa dal
suo convento? E su questo dobbiamo rifletterci!
Dunque
si tratta di avere il coraggio di dire, quando mancano
vocazioni, di chiedere a tutta la Chiesa: “pregate il
Signore perché mandi operai della messe”. “Pregate”
vuol dire far sentire anche il bisogno. Ma tutta la tradizione
profetica ci spinge a comprendere come certe volte la mancanza
di vocazioni è esattamente un dono del Signore, in certe
situazioni! Non è un’assenza della sua presenza! Per molto
tempo abbiamo avuto tentissime vocazioni che sapete come sono
finite e come finiscono. Ma allora è la quantità che
determina? Certo, anche! Ma non voglio dire contrapponendo
quantità e qualità; voglio dire che c’è un problema di
fondo nel modo di porsi il problema della ministerialità. Noi
vogliamo che il Regno di Dio venga? Ma allora non viene con
cattivi operai, malformati, poco entusiasti oppure ingenui
fino a uno zelo spropositato. Allora qui, se c’è una parola
da dire, la formazione ben venga, la più rigorosa possibile,
certamente, ma voi sapete che tutti i testi danno, come è
giusto che sia, danno all’ordinario, al vescovo la capacità
di discernere quando stringere la misura e quando allargare.
Questo senza arbitrii. Ma insomma, è l’uomo fatto per il
sabato o il sabato per l’uomo? Siamo ancora alla vecchia
alleanza o siamo nel regime della libertà? A patto che la
libertà non venga intesa come arbitrio contro il rigore. E
questo è significativo. Se mi permettete fare un appunto,
spesse volte la diceria corrente vuole che quando i diaconi
fanno le omelie, purtroppo una buona metà si situa a un
livello non più alto dei presbiteri, quanto a bigottismo,
devotismo, moralismo, frasi scontate; eh? Queste sono
lamentele conosciute, conosciute dai luoghi dove queste
lamentele sono poste. Spesse volte non si capisce, ma questo
sta valendo anche per i giovani preti, sapete? Passano indenni
da un “tunnel” di cinque, sei anni di insegnamento
teologico e biblico; appena arrivano all’omelia, tutto il
peggio delle cose mai spurgate giungono lì! Guardate che è
impressionante! Ora, se anche a livello diaconale, alla fine,
le sole cose che sapete - perché poi è così! - sono le
devozioni, tutte queste apparizioni, tutte queste promesse
stranissime fatte qui e là, possibile che emergano solo
queste cose? Ma tutti gli studi che avete fatto a che cosa
servono? La verità è che uno può studiare senza accogliere,
perché la verità è che ognuno dice le cose che crede e
comunica l’intelligenza della fede che ha, non quella che ha
letto: la cultura è ciò che resta quando chiudete tutti i
libri e parlate di vostro. E qui, capite, che non è un fatto
di titoli, perché l’operaio e il contadino che hanno
aderito perfettamente e sinceramente alla Parola di Dio, sono
in grado di dire una parola che smuove le montagne mentre uno
con tanti titoli va lì e fa accademia.
uarto
punto. Gli strumenti
del discernimento nei frutti secondo lo Spirito. Guardate,
i brani famosi sono Galati cap. 5, 16-23, Efesini cap. 5, v.
9, 1Corinti 13, 4-7, 2Pietro 1, 5-7.
Ora che cosa
si deve dire riguardo a questo punto? Si deve dire che
nell’ottica sapienziale, come ci viene trasmessa dai Padri
della Chiesa e dai maestri dello spirito, i frutti dello
Spirito sono anche i segni per discernere se siamo o no dallo
Spirito. Quando voi leggete in Galati – leggiamo solo questo
brano -; c’è scritto: “Vi
dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati
a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti ha
desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri
contrari alla carne; queste cose si oppongono” si può
dire, si escludono a vicenda, “sicché
voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare
dallo Spirito, non siete più sotto la legge. Del resto le
opere della carne sono ben note” non
c’è bisogno che nessuno ve le insegni. Quando, durante il
Concilio di Trento, Lutero voleva dare ai vescovi una lezione
sul peccato gli dissero: “adesso datti una calmata perché
sul peccato siamo esperti quanto te”. E quindi, questa è la
verità! “Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità,
libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia,
gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze,
orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come
già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di
Dio. Il frutto dello Spirito, invece, è amore, gioia, pace,
pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé”.
Ora
questo è il cosidetto elenco abbondante. Se voi fate il
paragone con i passi similari si capisce che poi i grandi
frutti dello Spirito sono riconducibili a tre. Nell’ordine
questi frutti dello Spirito sono innanzi tutto la pace
– qui sono elencati -, dunque la luce,
finalmente la forza.
Cerchiamo di vedere bene questi tre elementi che presiedono a
ogni atto del discernere.
Se è da Dio, il
frutto immediato di quest’azione dello Spirito è, insieme a
un aumento di conoscenza, a una illuminazione, per cui capiamo
più cose che prima, vediamo le cose in modo diverso da prima
(quella che si chiama metanoia,
cambiamento di testa, di modo di pensare). Però la verità è
che prima non viene il cambiamento di testa: nella
conversione, la prima cosa che accade è la modifica dei
nostri comportamenti, più esattamente della nostra condotta,
dei nostri costumi, e il dato che segnala questa innovazione
che viene solo da Dio si chiama pace.
Ma che cos’è questa pace? Non è assenza di problemi, non
è paciocconeria. La pace, innanzi tutto, è un elemento
essenziale: è l’essere pacificati con se stessi; meglio,
essere pacificati con il proprio passato. La pace è questo;
la pace è un accettarsi profondamente come siamo; perché?
Perché un altro ci accetta e ci ama come siamo. Dunque capite
bene che stiamo descrivendo nient’altro che la modalità
dell’amore: Romani 5, 5: lo Spirito interviene nelle nostre
vite e ci copre con la sua benevolenza. Insomma ci sentiamo
amati da uno che vale infinitamente più di tutto il resto e,
a motivo di questo amore con cui ci sentiamo amati, siamo
indotti ad amarci come Lui ci ama. Qui è il primo e ultimo
comandamento. Quando si dice, nel secondo, che è simile al
primo ma non è il primo, “ama il prossimo come te
stesso”, il “come te stesso” è fondante. Quindi quando
uno non si sa amare ma volete che sappia amare il prossimo? E
lo chiamano amore! Ma si odiano e si trasmettono odio!
Nell’incapacità dei giovani – solo dei giovani, eh? –
di prendersi come se fosse un atto di ginnastica
(lo chiamano sesso, vero?), senza l’attitudine
reciproca ad accogliersi in profondità, c’è un’opera di
rapina! E voi lo chiamate amore? È rapacità; che si scontra
con la paura e il condizionamento dell’altro.
Ora di questo noi
dobbiamo avere intelligenza, perché la pacificazione con noi
stessi è il dato essenziale in cui noi avvertiamo la
misericordia di Dio. Ora questa pacificazione di noi stessi
significa – sapete che cosa? – una gioconda serenità
riguardo al nostro passato, poco importa quello che siamo
stati, poco importa quello che siamo. Ma, come nel cantico,
colui che ci ama è potente, colui che trattiene è il più
forte. Questa esperienza dell’amore induce alla
pacificazione! Questa pacificazione verso noi stessi è
l’unica che possiamo sperimentare! Vedrete che si trasformerà
in misericordia verso gli altri, dunque in atteggiamenti non
aggressivi verso gli altri, dunque di comprensione, di
predisposizione, cioè di pace. E si può essere nella pace
anche quando tu, abituato a vedere la tua miseria, non te
l’addebiti, perché un altro l’ha pagata per te! Quando
questo è vero, questo lo fate anche con gli altri. Allora
quella famosa distinzione tra peccato e peccatore resta salva:
noi dobbiamo condannare il peccato e usare misericordia al
peccatore; insomma il contrario di quello che facciamo
abitualmente – eh? – che puntiamo il dito! Ci sono elenchi
di peccatori, continuamente; e la misericordia di Dio dov’è?
Anche su tutto un certo modo di parlare, ci siamo mondanizzati
anche in questo! Ma perché non si sentono più ministri di
Dio o diaconi o altri che siano, parlare del mistero del
corpo? Questo insistere sempre sul sesso, sul sesso! Anche gli
insegnanti di religione – eh? – sempre! Ma è una
stupidaggine incredibile! La Scrittura non parla mai di
sessualità, parla di corpo nella sua integrità. E noi
siamo… che cosa? Siamo i difensori di certe pratiche o siamo
i propositori e gli annunciatori di un mistero più grande,
che è la stessa eucaristia? Il corpo ha a che fare con
l’eucaristia, il corpo non ha a che fare con la moralità;
perché, per esempio, anche i monaci buddisti praticano
l’ascesi ma vedete come son tristi? Per forza, perché il
dono della gioia e della pace vengono solo dallo Spirito, non
ci sono imitazioni possibili fuori da tutto questo.
Dunque è
significativo che noi accettiamo la pace come pacificazione.
Ora, parlando a dei diaconi sposati, io dovrei tacere e
imparare da voi, perché come fate ad accogliervi l’un
l’altro? La forma più vera, finito l’innamoramento, che
cos’è? Non è il fatto che accettate l’altro con tutti i
suoi limiti? Non perché glieli continuate a rimproverare –
eh? -: “mi fossi voltato dall’altra parte quel giorno che
t’ho visto” o cose del genere! Non è possibile. La pace
che deriva da una coppia cristiana non deriva perché sono
belli e stupidi, perché non si capiscono. Ma si capiscono
profondamente! Ma attenzione; la pace non è darsi connivenza,
complicità; la pace è usarsi misericordia, che è un’altra
cosa. Dove c’è connivenza c’è copertura del peccato, non
del peccatore; dove c’è misericordia io ti amo nell’atto
in cui ti riprendo. Guardate, l’esperienza l’avete fatta
tutti. Se venite da famiglie numerose…è un’esperienza che
ho fatto io da bambino ma è estendibile a tutti; quando
capitava che mi mettevo un vestito all’incontrario, perché
avevo voglia di uscire, era mia sorella che me lo diceva; ma
quando mia sorella non me lo diceva ci fosse uno fuori che mi
dicesse: “guarda che sei uscito con una maglia messa
all’incontrario!” però dopo ridevano, non è così?
Allora spesse volte nella correzione reciproca che si usa c’è
una misura di misericordia che si deve dare. Ma perché
questo, per la grazia che voi avete a partire dal matrimonio,
non si può estendere alla Chiesa? Sto citando il documento
dei vescovi dove loro si augurano che ci sia questo, come
dire, contagio di grazia, che la Chiesa sia veramente una
famiglia, dove la correzione fraterna non è fatta per
imputare all’altro la colpa che finalmente lo affligge e lo
disonora e lo affossa ma perché l’altro sia come Dio vuole.
Secondo frutto, la
luce. Dico che è
secondo ma capite che è un modo di essere discorsivamente
comunicanti.
La luce è innanzi
tutto un guadagno sia in termini quantitativi che qualitativi
delle cose che sapevamo. Cioè insomma, si cresce nella
conoscenza. Certe volte è un crescere soltanto di materiale
che si accumula, altre volte è invece una grazia dello
Spirito per cui tutte le tessere del mosaico si combinano in
una intelligenza nuova. Certe volte c’è qualcuno che ha
fretta, non ha ancora tutti i pezzi e dice: “ho visto”.
Anche questo è un modo insipiente di fare discernimento,
perché – Qoèlet cap. 3 – “c’è
un tempo per ogni cosa sotto il sole” e, se andate al
vangelo di Giovanni, i parenti di Gesù zelanti e i suoi gli
dicono: “senti, la vuoi smettere di stare in periferia?
Vattene a Gerusalemme! Se ti accolgono a Gerusalemme è
fatta!” E Gesù cosa dice: “Ah si? Andateci voi, perché
per voi è sempre tempo, per me non è così.” E che ci sia
un tempo per ogni cosa è esattamente la sapienza del sapiente
e il senso del discernimento. Quindi c’è un tempo per
raccogliere sassi e un tempo per lanciarli.
Francesco
andava a raccogliere sassi per rabberciare la chiesa, vero? In
pieno congresso eucaristico proprio la chiesa di Francesco
crolla. Ma ci fosse stato un profeta che ha letto questo
fatto! E magari quella sera c’era uno strano, come dire,
intrattenimento dove per giustificare l’eucaristia si
chiamano i cantanti e i divi del “trallalà”. Ma nessuno
si scandalizza più di queste cose? Per la carità, tutto in
buona fede! Ma lo so che è fatto in buona fede, se no non
sarei qui a dirvelo, ma non c’è nessuno che può cogliere
oltre l’accaduto e dire: “ma è così che si onora il
mistero di uno che si fa nulla, che si fa niente”? Il mondo
capisce la mondanità e, a ripetizione, dopo, c’era una
specie di gara fra santi, santa Diana e santa Teresa – vero?
– tutti a fare chi aveva piu…Ma insomma! Ma su queste cose
il mondo celebra se stesso e quelle cose le capisce. Ma ci
fosse stato un potente della terra che ai funerali
dell’altra avesse detto: “ora condoniamo una parte del
debito pubblico, per lo meno io personalmente ci provo”.
Potenti qui, potenti lì, tutti contenti e i poveri sempre al
loro posto. Su questo non ci possiamo fare ingannare. Io dico
queste cose - perché? - ,perché sono eccessive. Ma lo capite
bene che lo sto dicendo a voi perché la mancata vigilanza su
questi fatti significa che, quando voi siete nella stessa
situazione, non siete in grado di fare quello che lo Spirito
dice alla Chiesa. Quindi non ce l’ho con quelli che stanno
sopra, è a voi che sto parlando. E potremmo continuare su
questi fatti.
Dunque
luce. Luce significa crescita nell’intelligenza della fede.
Oggi assistiamo a qualcosa di mostruoso mentre si dilatano –
chi vi parla insegna in una facoltà teologica – tutti i
luoghi dove si dà appuntamento con l’intelligenza della
fede. Ma è vero che bastano questi luoghi perché poi il
popolo santo di Dio cresca nell’intelligenza della fede,
nella conoscenza secondo Dio di ciò che è perfetto agli
occhi di Dio? Ah, visti i risultati dobbiamo dire proprio che
no! Ah, se bastassero delle scuole! Detto per inciso, un
discernimento, ma tanto siamo qui, vero?, non ci sono…Sulla
scuola cattolica ma il problema è solo quello dei soldi o il
problema è di grandi figure di educatori che stanno mancando?
Pensateci. Alla fine i soldi, pigia qui, urta lì, ricatta
qua, qualcosa ottieni ma le grandi figure di educatori, i San
Giovanni Bosco, dove sono oggi? Pensateci. Noi abbiamo un modo
per risolvere certe cose, poi venitemi a dire se è vero che
la droga non circola anche negli istituti religiosi, venitemi
a dire se la moralità di questi luoghi è più alta che in
altri! Ma non voglio puntare il dito; voglio dire: vogliamo
esercitare il discernimento prima che sia troppo tardi?
Finalmente
la forza. Il dono
dello Spirito Santo, quando arriva, contestualmente alla pace,
pacificazione, misericordia e alla luce, all’illuminazione,
ci procura una forza che si rende visibile nella pazienza.
Quando una cosa è secondo Dio non c’è niente che possa
distrarci da Lui. Noi ci stupiamo di essere rivestiti di una
forza che non abbiamo, che non avevamo prima, che, mentre ci
riflettiamo, non sapevamo nemmeno di avere. Però attenzione!
Vedete che l’ho messa per terza? Perché questa forza è
mite, è mansueta, non è aggressiva, non grida contro
l’altro; sopporta anche la stupidità dell’altro ma non si
piega. È significativo che la forza dello Spirito ha tutta la
pazienza dei tempi dello Spirito, ma non si piega. Eh! La
differenza tra i santi e noi è proprio questa; potremmo dire
tra i santi e gli stupidi alla fine perché abbiamo tutte le
cose, sappiamo tutto, poi loro hanno fatto le cose grandi di
Dio e noi facciamo le nostre piccolissime cose sperando che
siano grandi. Ma il Magnificat dice “grandi cose ha fatto in me” Lui, perché è
santo, non io; anzi io non ho coscienza di aver fatto nulla.
Ora questa forza è esattamente, secondo la verità del
vangelo, nella non coscienza della sinistra che non sa quello
che fa la destra. Non è una frase a effetto, è la verità,
fratelli. Il bene che un giorno ci verrà riconosciuto è
quello di cui non abbiamo memoria. Quando vedete uno che sta
per cadere per strada e istintivamente lo aiutate, dopo che lo
avete aiutato vi guardate con compiacimento dicendo “guarda
come sono stato bravo!”. Se uno si sta per chiudere un dito
tra i battenti della porta e voi gridate, come fate questo
bene? Esattamente come il buon samaritano che incappa in un
disgraziato e fa tutto quello che deve fare e dise “se manca
ne farò ancora”. “Se manca”! cioè non ha pensato di
aver fatto tutto. Ora anche il bene che si fa ai poveri,
dovremmo, crescendo nella fede, farlo in questa santa
incoscienza. Perché? Perché la verità è che il bene
operato in noi non siamo noi a farlo ma Lui che vive in noi; e
perciò noi siamo i primi a stupirci di questa forza. Ma
allora questa forza è sempre misericordiosa, allora questa
forza non viene gridata contro chi non ce l’ha. E certe
volte anche in gruppi ecclesiali e movimenti, quando questa
forza viene usata come una clava, non si capisce più a che
cosa serve. Perché? Perché la povertà, che abbiamo ridotta
a consiglio –vero? – quasi che Gesù a uno mormorando gli
bofonchia: “senti, io a te, privatamente, consiglierei anche
la povertà o la castità”. E insomma, abbiamo un modo così
ipocrita di…Non è un consiglio; è la verità di Dio! Ma
questa verità non può essere imposta, se non desiderata dal
cuore nuovo mediante l’azione dello Spirito Santo. Quindi
non è un consiglio, chi può e chi non può – della serie
“io può” –, ma è invece la verità di una apertura di
cuore per cui il nemico di oggi della Chiesa, Paolo, è il
grande apostolo di domani; e il fratello che oggi non capisce
le cose che io faccio, domani, è quello che invece avrà un
dono di grazia più grande e porta avanti.
Bene.
Si trattava adesso di fare l’applicazione alla ministerialità
ordinata in genere. Su questo io salto non solo perché il
tempo è concluso ma perché la 1 Timoteo 3, 8-13 e Tito 1,
6-9 sono commentati da tutti e, in genere, sono un pezzo forte
della vostra formazione al discernimento. Se mi consentite, di
questo pezzo, io leggo soltanto qualcosa che dovrebbe attirare
lo sguardo.
Dunque,
in 1 Timoteo, riguardo ai diaconi (avete notato che si parla
di vescovi e diaconi, poi in Tito si parlerà anche di
presbiteri; e si diceva di questo lento divenire
dell’intelligenza della Chiesa fino a cogliere, pare
soltanto con Ignazio, la scansione ternaria della gerarchia),
dunque “Allo stesso
modo i diaconi” – prendo così la traduzione della CEI
– vuol dire: per le stesse ragioni per cui si chiedono delle
cose ai vescovi, “siano dignitosi, non doppi nel parlare”. Questo ai vescovi non
viene chiesto. Perché perché a loro è consentito di essere
doppi nel parlare? No! Perché è così invece? Guardate forse
c’è una spia di luce che ci può aiutare, perché nella
Chiesa antica le relazioni ad extra della Chiesa non erano gestite dai vescovi e nemmeno dai
presbiteri; erano tenute dai diaconi. Vi ricodate la vicenda
di Agostino il quale, per avere favorito – quello che oggi
fanno normalmente tutti i vescovi e anzi hanno un titolo di
merito – ma lui, per favorire un povero della sua diocesi
andò a parlare col prefetto della città, dicendogli: “vedi
di aiutarlo”. La Chiesa rimase male, dicendo: “non tocca a
te vescovo fare questo, spetta al diacono”. Altri tempi,
dite voi! E Agostino dice: “ho sbagliato una volta, due non
lo farò, lo so”. E la motivazione era semplice: Cristo non
dialogò se non quando era crocifisso, cioè condannato, con
Pilato, con Erode. Cioè il vescovo è protetto dal filtro del
diacono, di non mondanizzarsi e di non andare a braccetto con
tutti i potenti. Mah!
Dunque
la doppiezza nel parlare, significa una cosa importante,
fratelli diaconi. Significa che voi, per la situazione di
confine in cui vi trovate, non dovete soltanto parlare con
quelli della parrocchia – vero? – In quanto diaconi, voi
vi esponete al mondo, siete spettacolo, dice Paolo. Con quelli
di fuori non potete avere doppiezza di parola. Il vostro
parlare sia “si si no no”. Allora meglio tacere, che
parlare a vuoto. Andate nei testi sapienziali: l’invito
pressante è a non parlare fuori posto e parlare poco.
Addirittura è scritto: “anche lo stolto, se tace, passa per
saggio”. Dunque? È tipico del diacono, per la situazione in
cui si trova sul lavoro; noi preti siamo esentati,
normalmente, dall’avere a che fare in situazioni più o meno
ambigue, ma voi sapete con chi avete a che fare! Prendete per
esempio l’esperienza di San Gregorio Magno il quale
rimpiange il convento perché, da quando è Papa,
continuamente c’è gente che lo vuole ricevere,
raccomandazioni, fregature, transazioni. E quella bella
lettura che facciamo proprio il giorno di San Gregorio Magno,
se l’andate a riprendere, e lui dice: “Signore almeno ti
sia manifesto che io ho desiderato il tuo volto e per te mi
sto affaticando”, anche se lui, che da diacono queste cose
le aveva fatto, non riesce più ad arginare questo strano
incombere, diciamo, sul vescovo di Roma, di cose che
spettavano al diacono e poi, sapete, a Roma,
all’arcidiacono. Ma già era una fase di molta…era già
cadente e finito il grande impulso diaconale a Roma…va bene,
son cose a parte.
Dunque,
questa è una spia interessante che con i vostri esegeti,
quando fate scuola, potete proporre. Significativo che nel
versetto, se leggo bene 11, si dice, mentre sta parlando dei
diaconi: “Allo stesso
modo le donne siano dignitose e non pettegole, sobrie e non
fuori posto”. Vescovi, diaconi, donne, diaconi. È
chiaro che già la Chiesa antica – interessante è che è la
Chiesa d’Oriente – interpreta questo, gentili signore,
come un attributo delle mogli dei diaconi, non tanto delle
diaconesse, certamente delle mogli dei diaconi. Beh, cari
diaconi, avete un versetto anche per le vostre mogli. “Allo stesso modo le donne siano dignitose, non pettegole, sobrie,
fedeli in tutto.” Il seguito della storia lo sapete voi
quando discorrete con le vostre mogli. Ma qesto andava
richiamato.
inalmente
il discernimento nella
Chiesa italiana. In parte l’ho trattato prima e quindi
concludo; in parte sono cose già scritte sia
nell’editoriale di due numeri fa della rivista sia sulla
rivista “Orientamenti”, come vi è stato segnalato e, con
molta, mi pare, educazione, dette anche in quella intervista a
Radio Maria. Insomma, dovunque si possono dire queste cose,
voi lo sapete quanto me. Il problema tuttavia è questo. Io
dico: esiste una educazione continua, fraterna; stamattina il
vescovo c’ha donato fraternità, ed è vero, ed è la cosa
più bella. La fraternità consiste anche nel fatto che quando
una cosa non va, manifestatela! Lo so che certe volte in una
Chiesa che si appuntisce nella piramide, immaginando che la
gerarchia sia tutta nel vertice, i gradi intermedi rischiano
di essere contrassegnati da servilismo, da convenienza - vero?
-. A voi che vi importa! Quando una cosa non vi va fatela
presente. Io dico: fa parte del discernimento cristiano dire
le cose secondo verità, dunque senza cattiveria, senza
mancanza di carità, senza volontà di ferire, scegliendo il
tempo e le frasi migliori. Però ditele! Perché, spesse
volte, tante cose dall’alto non sono conosciute o sono
conosciute male, con un filtro. Appena potete, ditelo. Poi vi
dico anche, ma questo è solo esperienza personale, perché
conterebbe poco, quando il Signore ci manda a seminare non ci
manda anche a mietere, quando il Signore ci manda a dire, non
ci manda anche a volere che poi i vescovi o i delegati
facciano come diciamo noi. Però, fratelli cari, questa è una
scommessa! Voi l’avete detto. Se credono i vescovi e
delegati e tutti gli altri che il giudizio del Signore
incombe, che non c’è soltanto la memoria ma c’è anche la
parusia, che il giudizio del Signore è conforme a verità, nessuno
potrà dire “non me l’hanno detto, non lo sapevo”.
Quando delle scelte sembrano più ispirate da politica che non
da sapienza, qualcuno lo dica. Detto questo, non si deve fare
una fazione, un partito per imporre il proprio punto di vista.
La sapienza del sapiente consiste anche nell’aspettare i
tempi secondo Dio e tuttavia io so che in questa Chiesa, così
com’è, lo Spirito non ha cessato di ispirare a voi, a me, a
tutti noi, la grazia di non soffocare quello che lo Spirito
dice alle Chiese.
|