Home page

 

diaconato

 



 

 

 

 

a cura del diacono Leondino Cipolletti  

disegni e vignette di Silvia Cipolletti

diaconicomo


 


IL DISCERNIMENTO PER L’ESERCIZIO DEL MINISTERO

relazione del Prof. Don Giuseppe Bellia

CONVEGNO NAZIONALE DIACONI

Assisi 2-5 agosto 1998

 

Preghiera

Io sento il bisogno, prima di questo nostro incontro, di invocare lo Spirito Santo perché sarà tutto un fuori testo. Seguirò le cose che sono scritte ma, visto l’andamento di questi giorni ed il caldo, preferisco non tediarvi leggendo ma invece desiderando che il Signore si serva di me, per mezzo del suo Spirito, per dire qualcosa che sia utile a voi. E allora, perché questo sia vero, insieme a voi invoco il Signore: “O lume celeste previenici sempre e dovunque affinché accogliamo con degno affetto e contempliamo con sguardo puro il mistero di cui tu ci vuoi partecipi. Per Cristo, nostro Signore. Amen.”

 

Il discernimento

Il titolo recita: “Il discernimento per l’esercizio del ministero”. Avete sotto la scaletta. Io cercherò di attenermi il più rigorosamente possibile a questa scaletta. Già l’inizio, vedete, ha un tono che io dichiaro autoironico nel senso che, quando il bisogno di discernimento si fa intenso, come in questi tempi, perché di fatto è poco praticato e poco conosciuto, allora si chiamano gli specialisti per conoscere le loro interpretazioni e per provare le loro ricette.

“Non conformatevi alle mentalità di questo secolo…”

Nel testo che abbiamo fatto sul discernimento si è voluto proprio evitare un ennesimo libro in più sul discernimento, quanto invece fornire alcune occasioni concrete per discernere. Nel primo dei saggi, quello biblico, si è cercato proprio di comprendere questo. E che cosa viene fuori? Viene fuori qualcosa che è sconcertante, anche per i maestri spirituali, e, cioè, che la terminologia biblica del discernere non è ampia come uno si immagina; è legata a pochi verbi - vi rimando al saggio per queste cose - e finalmente c’è una paradossalità che si può così esprimere: mentre la funzione del discernimento è il senso stesso della vita cristiana, non si riesce a chiudere, ad intrappolare il discernimento, l’atto del discernere, all’interno di alcuna terminologia conclusa e definita. E perché questo? Perché esattamente la parola che noi usiamo, discernimento, ha un valore ampio che va dalla ricerca della sapienza fino, come è scritto in Romani 12, 1-2, che è il manifesto, come sapete, del discernimento cristiano, a essere il senso stesso del mistero dell’incarnazione e della divinizzazione dell’uomo. Capitolo 12 versetti 1 e 2: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale.” Io leggo dalla traduzione della CEI, anche se gli esegeti giustamente, qui e là, avrebbero molte cose da appuntare su questo testo. In particolare loghichenten latrian qui è tradotto “spirituale”; vi ricordo il latino rationale obsequium o una traduzione ancora più forte, per esempio quella che dice “secondo la parola”; quindi c’è un’ampia possibilità di senso. Ma guardate il versetto 2: Non conformatevi alla mentalità di questo secolo ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. Adesso io non mi lego, lo ripeto ancora, per non essere tedioso e pedante… qui forse tutta la traduzione andrebbe quanto meno conosciuta nel suo valore originale. Per esempio, l’ultima espressione, “perfetto”, ai più non so cosa richiama, mentre invece il testo allude a una conclusività di un cammino, di un processo, insomma di un atto, come cercheremo assieme di vedere.

Dunque la terminologia del discernere, nel Nuovo Testamento, comporta due cose essenziali, si può esprimere in vario modo: uno svestirsi e un vestirsi; meglio ancora, uno svuotarsi e un riempirsi, oppure, come è detto qui, un non conformarsi e un trasfigurarsi, un trasformarsi. Dunque su questo bisogna che noi abbiamo le idee molto chiare. Non è possibile ad alcun livello e grado immaginare che quest’opera si possa fare a metà, o l’uno o l’altro. Guardate, l’immagine è molto semplice; i padri del deserto ce la comunicano con molta plasticità quando dicono: “se hai un contenitore, un vaso, un bicchiere ed è pieno, ci puoi mettere qualcosa d’altro? La risposta è no. E nella misura in cui lo svuoti ci puoi mettere qualcosa? Certo. E chi è più riempito? Chi più si è svuotato”. Ora voi sapete che dietro questa affermazione non c’è una regola morale; c’è il mistero stesso dell’incarnazione, lo ripetiamo, di colui che da Dio si è fatto uomo, si è fatto servo, si è fatto cadavere, si è fatto pane e vino, si è fatto Parola scritta. Un Dio poteva andare oltre?

Il processo esodiale della Parola

Se avete voglia di andare a vedere il processo esodiale a partire dai grandi testi – Giobbe 28, Proverbi 8, Siracide 24 – questo processo esodiale che vede la Parola uscita dalla bocca dell’Altissimo mettere la sua tenda, avendo passato tutto l’universo, in Israele e scegliere come sua dimora Gerusalemme e fissare lo sgabello dei suoi piedi nel Tempio, ecco, si comprende che cos’è questo processo conclusivo. Proprio il testo del Siracide dice: “Tutto questo è il libro della Legge dell’Altissimo”. Perciò c’è già una rivoluzione cosmica rispetto, oso dire, a certe concezioni di sapienza convenzionale, perché già Israele ha la coscienza, che…C’è un verbo in ebraico, tsintsun, questo abbreviarsi di Dio, questo accorciarsi che poi porterà, nella terminologia neotestamentaria, alla kenosi. Ora però la kenosi non ha e non deve essere interpretata come moralità, come simbolo di una realtà, per così dire, alta. E’ il mistero della stessa potenza di Dio, visto nella sua duplice inseparabilità, di colui che è contestualmente il primo e l’ultimo, l’alfa e l’omega. Guardate come siamo fissati noi! Quando interpretiamo anche il testo dell’Apocalisse, l’alfa e l’omega, c’è sempre una certa enfasi, mentre invece il senso – l’agnello sgozzato che siede sul trono – indica che Lui è veramente l’ultimo, non nel senso “principio e fine”, cioè tutto, che è verissimo e sono attributi della sua onnipotenza, ma la divinità di Dio consiste, in modo sconcertante, nel pretendere di essere il crocifisso l’Onnipotente, il debole il più forte, l’ultimo il primo! Altrimenti non si comprende nulla della originalità del Nuovo Testamento.

Il discernimento come giudizio.

E allora si comprende anche perché non c’è una terminologia definita, conclusa, per indicare il discernimento; perché il discernimento non è una regola perché gli imbecilli la pratichino, non è un metodo perché gli sprovveduti lo applichino. Il discernimento è un atto, più esattamente un processo, cioè un cammino che dunque cresce con chi lo compie. Ecco perché il discernimento non può essere racchiuso in alcuna formula, come le Scritture di fatto ci indicano. Ci indicano alcuni elementi che cercheremo insieme brevemente di accogliere.

Cosa vuol dire che il discernimento è un atto, più esattamente l’atto del discernere? Vuol dire che finalmente il discernimento è un giudizio. Ma il giudizio non è mai un atto immediato; è piuttosto un atto mediato. Dunque il discernimento non è intuito e non è nemmeno semplice logica deduttiva.

 In un altro scritto mi sono occupato del legame profondo che unisce il mistero della croce al discernimento. Per troppi anni ci hanno abituato ad un criterio in cui il discernimento, a sentire certe vite di santi, era semplicissimo, cioè il “tanto peggio, tanto meglio”: dove più hai da prendere lì più è sicuro che c’è la volontà di Dio. Ma questo da dove deriva? Certo non dalle Scritture. Certo forse da quelli che hanno imposto questa regola e poi loro questi pesi non li portano nemmeno con un dito. E se questa era l’accusa che si faceva un tempo solo all’ultimo grado della gerarchia o ai superiori, voi sapete che adesso questo si può estendere, ma senza puntare il dito su alcuno, a qualunque livello il potere venga esercitato. In questi giorni abbiamo visto la mania di clericalismo che in questo fine millennio sta toccando un po’ tutti quanti, anche i laici - e ieri si chiariva che cosa si intende per clericalismo.

Il discernimento è un atto complesso

E allora adesso torniamo al senso delle cose che stiamo dicendo. Dunque il discernimento è un atto che si configura come punto di arrivo di una attività probatoria giudiziale, che si esprime finalmente in un giudizio. E il giudizio è non, come dire, falso oppure, come dire, bello; il giudizio è: vero o no. E’ un giudizio che attiene la verità, la bontà, la giustizia; insomma è un giudizio qualitativamente impegnativo. Non è possibile discernere e poi, come dire, comportarsi con sussiego o distrazione, come chi può fare a meno del punto di arrivo di questa indagine che ha compiuto. Dunque è un atto, che si configura come un giudizio. Più esattamente è un atto complesso – non vuol dire complicato; complesso vuol dire che lo stesso atto si configura come composto di più atti in sé o di più protagonisti o di più elementi; vuol dire che il giudizio non viene fatto, per esempio, solo dall’uomo, solo dal credente ma ci sono elementi immancabili, dunque tempi immancabili, dunque modalità da rispettare. Lo vedremo insieme. Per esempio un dato. Se il giudizio fosse soltanto operato dall’uomo, se il giudizio di discernimento non fosse anche un dono di Dio…eh, voi capite che è tutta un’altra roba! E’ un atto complesso perché nel giudizio interviene Dio con la sua grazia, Dio con l’illuminazione delle Scritture, Dio con la pacificazione del nostro essere, Dio col tempo per poter fare tutto questo; e noi con una attitudine che si mostra, all’appuntamento, capace di cogliere, nella vigilanza del cuore, ciò che Dio vuole o no. Dunque non basta nemmeno l’attitudine del soggetto ma bisogna che ci sia un’attitudine sviluppata. Molte delle cose di cui oggi manchiamo nella Chiesa non è che la gente non sia buona, che i vescovi non siano buoni, che i preti non siano buoni – lo so che lì abbiamo molte cose da dire al riguardo -i diaconi, in compenso, sono un po’ più buoni… Ma il rischio è che abbiamo tanta gente brava, buona e inutile perché, nel momento giusto, non fa emergere esattamente quella potenza della grazia che tuttavia il mondo deve vedere perché, vedendo, creda.

Anche qui. Quando diciamo la potenza della grazia, che cosa intende l’uomo carnale? Intende la potenza; poi che cosa sia questa grazia, se sia una signora, una signorina o che cos’altro o un oggetto, non si comprende! Ma la potenza del Signore è potente secondo la mondanità del giudizio? O è sconvolgente? E su questo abbiamo una omologazione costante, purtroppo costante, della Chiesa al mondo, a partire da tutti i luoghi di efficienza in cui noi ci catapultiamo per non essere da meno del mondo. E su questo avremmo molte cose da dire e sempre, come è comandato, nella carità, senza puntare il dito ma perché la profezia non si estingua nella Chiesa. Perché c’è anche questo: questa omologazione sempre continua in cui, come è scritto, “l’uomo nella prosperità non comprende” e oggi noi affoghiamo in questa prosperità. Chi in un modo, chi in un altro e di fatto non comprendiamo le cose minime, essenziali. Vedremo se il Signore ci dona questa parresia.

Dunque un atto che termina in un giudizio ed è un atto complesso. Io vi rimando un po’ al saggio che è stato scritto perché il tempo qui va avanti. Riprenderò, non in modo specifico e ordinato, questi elementi.

 L’atto del discernere è un  processo

L’inquietudine del cuore

Dunque è un atto complesso. Più esattamente pare che il termine più giusto per configurare l’atto del discernere sia “processo”, cioè un procedere, perciò, come ho detto prima; si compone di tempi e atti diversi e di protagonisti diversi. Vediamo adesso insieme di cogliere questa processualità.

Innanzi tutto l’atto del discernere interviene  perché due cose, in qualche modo, segnalano l’urgenza di tutto ciò. Che cos’è che segnala questa urgenza? Adesso io non so cosa viene prima o dopo, vedete voi nella vostra esperienza, ma in genere si dice che è una certa inquietudine del cuore, una certa insoddisfazione del cuore. Ora, come voi sapete – se no lo imparate adesso – esistono due inquietudini, una che viene dall’alto e una che viene dal basso. Quella che viene dall’alto è benedizione: ci obbliga a rivedere esattamente chi siamo, davanti a chi, che cosa cerchiamo, che cosa desideriamo. Quella che viene dal basso punta i piedi: si chiama mormorazione, critica ed è un piangersi addosso, un essere lagnosi. L’effetto è abbastanza simile in un primo momento; molto diverso nella sua configurazione finale. L’inquietudine che viene dall’alto, per esempio, spinge alla preghiera, quella che viene dal basso ci allontana dalla preghiera. Quella che viene dall’alto ci spinge a ricercare umilmente verso chiunque sa, ci fa bussare a ogni porta, ci fa logorare il gradino del saggio, come è scritto. Quella che viene dal basso comincia con una sorta di disillusione che si trasforma in delusione, diventa atteggiamento un po’ rancoroso, astioso. Sapete il seguito della vicenda; so che siete tutti esperti in questa vicenda, purtroppo; è così, alla nostra portata ed è scritto: “il tuo istinto è alla tua porta ma tu lo dominerai”. Tutti facciamo esperienza che spesse volte siamo dominati e non dominiamo, questa ...(disturbo nella registrazione) … perdita che ci tocca qui e là, perché di delusioni ce ne abbiamo tutti; non è detto che poi tutte siano fondate, ma certo che questa esperienza la conosciamo.

            Dunque primo grado di questa processualità è un’inquietudine. Ora questa inquietudine può sopravvenire, dicevo prima, o per un fatto esterno a noi o per una vicenda tutta interna. Certe volte sono i fatti della vita che ci inseguono e ci aspettano a certi appuntamenti in cui noi siamo obbligati a dichiararci: non so, per esempio un lutto, una disgrazia, un evento che ci sveglia da quella situazione di torpore, da quella pigrizia concettuale in cui ci siamo adeguati perché…, perché non sentiamo altro che quello. Certo questo è un modo tipico con cui la grazia arriva rompendo i vetri, dicevano gli scrittori francesi, e però c’è da dire che la storia della spiritualità ci insegna che non sono mai i fatti bruti che in se stessi portano il discernimento. Per esempio, siamo qui. Francesco vi ricordate che il discernimento non lo opera nella malattia ma nella convalescenza, perché Dio non opera alcun ricatto verso i suoi: lascia integra la libertà dell’uomo. Dunque i fatti della vita e l’inquietudine del cuore ci segnalano che siamo come obbligati a emettere un certo giudizio. I fatti della vita sono tantissimi, sapete, tantissimi; spesse volte sono fatti non procurati da noi, anzi! Quando sono procurati da noi è così semplice: dal frutto si riconosce l’albero. Come un ladro che rubando scappa e poi sbatte in un palo oppure incappa nei poliziotti cosa può discernere?. Il discernimento, beninteso, lo vedremo, non attiene il peccato; attiene la positività della volontà di Dio: non il male da evitare ma il bene positivo da compiere nel suo nome.

La creaturalità

Dunque questa complessità dell’atto del discernere fa sì che non soltanto nel suo inizio c’è un’inquietudine del cuore e una incapacità di arginare la vita, ma c’è un secondo elemento. C’è anche il fatto che in tutto questo l’uomo deve scoprire un elemento intrinseco della sua verità: è quella che si chiama nella Scrittura la creaturalità dell’uomo. Noi siamo portati, per via delle cose che facciamo, del benessere, della salute, insomma da tutto, siamo portati a dimenticare che non siamo Dio. Può sembrare una cosa banalissima ma non lo è affatto. Cito Romani cap. 1 v. 17 e seguenti e molti brani a cui potremmo rifarci: “Stolti tutti quegli uomini che non comprendono”. Dunque l’elemento essenziale di questa seconda fase è il recupero della verità creaturale: non sono Dio, dunque non so tutto, dunque non ho capito tutto, dunque ho bisogno degli altri, dunque è necessario che io cerchi, indaghi, mi sforzi, compia un cammino.

La ricerca

Ed è proprio in questa fase che interviene quello che si chiama la ricerca. Ma dove cercare? Come cercare? Che cosa cercare? E qui è fondamentale che si capisca come, nell’atto del discernere, la cosa cercata e le modalità coincidono; del resto nel cristianesimo è tutto così. Dunque si ricerca con assiduità, con pazienza, con umiltà. Ma si ricerca dove? E qui cominciano molti sbrachi anche nella Chiesa -passo già all’ultimo punto-. Quante volte c’è un’abdicazione di discernimento, cioé di ricerca, perché si delega a presunti specialisti e competenti una intelligenza del fatto che è solo e finalmente spirituale. Anche nel discernimento vocazionale, quante volte un presunto psicologo ha come carta libera e zona franca in cui può decidere, di che cosa decidere? Non certo della santità di una vocazione, non certo della, come dire, forza dello Spirito che sta operando! Al massimo può decidere la patologia, insomma se lì abbiamo a che fare con un matto o no, se abbiamo a che fare con un equilibrato o no; ma questo non è un criterio di discernimento della vocazione semmai, questo è un criterio di discernimento dell’uomo in sé. Sono altri i criteri e non possono intervenire e non è possibile che ci si accorga soltanto dopo certi anni che un tale è, per esempio, come dire, squilibrato o che non batta pari. E questo è assurdo che non si comprenda. Dico queste cose, è vero, ma voi siete adulti e potete capire anche quello che non dico dietro queste cose.

           

Dunque l’atto del discernere interviene come ricerca specifica, come avete sentito nella lettera ai Romani, della volontà di Dio. Ora la volontà di Dio è manifestata esattamente nella sua Parola: noi conosciamo i suoi pensieri nella sua Parola, sicché, come la Chiesa ripete, citando Girolamo che a sua volta cita i Padri del deserto, l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo. E, dovremmo dire, quest’ignoranza è diffusa e, oggi, in modo ingiustificabile, perché abbiamo tanti di quegli strumenti, abbiamo tante di quelle possibilità e abbiamo accesso, anche economicamente, a queste possibilità! Dunque la Scrittura è il secondo elemento in cui, vedremo, bisogna entrare: la Scrittura intesa in due modi, io insisto. Prima di tutto come conoscenza quantitativa. Non dovete disprezzare la quantità; se viene da Dio si chiama benedizione! Forse che qualcuno si lamenta che ha troppa salute? Oh, ditemelo! Si fa a cambio con qualcuno che conosco! E allora quando mai? C’è tutta questa abbondanza della Parola di Dio e qualcuno si ritaglia come piccole icone scritturali. Un tempo nella Chiesa questo si chiamava eresia - aireo vuol dire “selezione” -: uno che si fa la sua scritturina, ha individuato il cuore della Scrittura, che poi modestamente coincide sempre con il suo. L’idolatria è un processo inarrestabile! Spesse volte noi immaginiamo che l’idolatria sia soltanto il farsi un dio banale. No! È qualunque procedimento instaura un’estensione di quello che noi siamo a Dio. L’ipocrita, finalmente, è colui che, avendo una buona stima di sé, fa Dio buono come se stesso. Ma proprio questo è il peggiore di tutti coloro che non possono seguire lo scandalo del crocifisso, di colui che si fa ultimo. E di questo perbenismo morale, qui e là, a piene mani, a piene sorsate, ne stiamo bevendo in questi anni. Quando penso a questo, perché sia chiaro, ho detto già nell’omelia dell’altro giorno, non dovete guardare quelli che stanno in alto. Ognuno pensi proprio al suo ombelico perché da lì in poi la prospettiva è più realistica. Quindi, a motivo di questo, noi dobbiamo guardare esattamente a quello che accade. Non so, fate voi l’esperienza: quando vi hanno chiesto un consiglio, un parere, voi da dove rispondete? Non so, c’è anche una formula linguistica: se iniziate dicendo “secondo me”, potete chiudere perché già il “secondo me”, secondo tre, secondo quattro non vuol dire niente. Ma quando, davanti a un parere, uno dice: “aspetto, prego, chiedo, ricordo”, ecco allora che lì comincia un’altra attività, cioè si comincia a fare quella mediazione che è il mistero stesso dell’incarnazione, perché Dio nessuno l’ha visto ma il Figlio, nella sua umanità, ce lo ha rivelato. E finalmente il Figlio noi non lo vediamo ma la mediazione che è la Parola scritta, l’Eucaristia, la Chiesa, i poveri, ce lo rivelano. Queste cose non le sto dicendo io, sapete che sono scritte. Se avete i “prenotanda” – sarebbe un libro che tutti i diaconi dovrebbero avere – già ieri il padre Barile vi ricordava quale alta teologia la Chiesa santa ci ha consegnato in moltissimi di questi testi che sembrano minori e che molto spesso sono ignorati da preti e diaconi. Bisogna avere soltanto la pazienza di leggerli: c’è una teologia vera, non fumosa, non intellettualistica ma il meglio di ciò che la Chiesa crede. È la famosa “lex orandi statuat etiam legem credendi”, insomma, dimmi come preghi e ti dico quello che credi. L’intelligenza della fede vi brilla pura o, se non brilla, è sotto gli occhi di tutti dagli effetti che procura.

            Dunque è fondamentale che la Scrittura sia interpretata come il luogo di questo processo.

            Infine, terzo elemento essenziale, cogliere tutto questo nella luce, possiamo dire, sconvolgente di Cristo; perché non basta leggere le Scritture, non basta leggerle in modo esegeticamente corretto. Dico di più: non basta nemmeno leggerle nel loro contesto canonico. Finalmente c’è questa accelerazione che Cristo, la “tigre”, ha portato nell’adolescenza dell’anno, dicono i poeti, e che ci ha obbligato a rigiudicare tutto a partire da Lui. Quindi la fede in Gesù Cristo diventa elemento essenziale dell’atto del discernere.

            Passo al secondo punto.

 

    A

 motivo delle cose che ho detto adesso possiamo intendere che tipo di movimento imprime la fede cristocentrica alla lettura delle Scritture e l’illuminazione che ci deriva dalle Scritture alla ricerca della volontà di Dio. Se si guardano bene le Scritture si vede come esse portano in sé sigillato, un duplice impulso, un duplice movimento. Da una parte sono memoria, anzi sono l’oggettività della memoria. Addirittura c’è una garanzia: lo Spirito Santo presiede a questa oggettività della memoria: “tutto quello che io ho detto vi ricorderà”. Però la memoria che lo Spirito suscita non è consegnata solo all’oggettività della parola scritta. Capite la differenza? La parola orale vaga, come dire; quello che si diceva già un tempo, scripta manent, e in questo permanere dello scritto c’è una kenosi della stessa cosa detta, perché, una volta detta, chi la legge la legge anche a prescindere da colui che l’ha detta. Guardate che è reale questa kenosi della Parola! Eretici e santi leggono le stesse cose e la crocifissione del Figlio di Dio nella sua umanità non avviene solo sulla croce ma avviene tutte le volte che si, come dire, che si allarga la Scrittura, la si restringe esattamente secondo la misura del nostro interesse, della nostra paura.

Dunque la memoria non è consegnata solo alla Scrittura: a partire dalla Scrittura – “in principio è la Parola” – certo, ma poi viene consegnata, per esempio, ai sacramenti – pensateci – com’è scritto. Tutti i sacramenti non sono parola e gesti? Potete voi modificare l’oggettività dei sacramenti? Ma non per il gesto magico per cui “abracadabra” e resta la formula! Ma esattamente per il fatto obbedienziale. Già ieri vi si ricordava che anche i santi, nelle loro distrazioni, dicono cose che non son dette bene, però il popolo di Dio, quando non è santo, ma quando non è nemmeno sapiente, piglia le cose più stupide dei santi e le fa moltiplicare. In ogni eucaristia non c’è l’obbedienza di Dio a noi, non c’è affatto; avete sentito che c’è il contrario, c’è la nostra assoluta obbedienza a Lui: “fate questo in memoria di me”. Dunque l’oggettività della memoria viene custodita anche dai sacramenti. E perché no? Anche dalla Chiesa, dalla struttura, dall’istituzione. Certo, su questo bisogna essere molto attenti. Quando parliamo di struttura e di istituzione noi diciamo che la struttura, per essere espliciti, la gerarchia, è da Dio. Ma sorelle e fratelli, cugini e cugine, ma insomma, la modalità con cui si esercita la struttura gerarchica, siamo sicuri che è tutta voluta da Dio? Almeno lasciateci il dubbio di pensare, al di là della buona volontà, della buona fede! Ma quando mai la buona fede coincide con la verità? Quando mai la buona fede è sincerità? Quando mai la sincerità è autenticità? Quando mai l’autenticità è verità? Vedete il processo è tutto qui! In buona fede abbiamo avuto in Sicilia un buonissimo frate e tanti preti tutti a confessare i mafiosi; non se ne trovava più uno a confessare quelli normali! Allora è possibile che non vi viene il dubbio che uno che sta esercitando il latrocinio, uno che esercita un dominio sulla tratta dei bambini, delle prostitute giovani, può avere una Messa in privato per sé nel suo rifugio dorato? Ma questo non suscita alcun tipo di scandalo – possibile? – a un’intera Chiesa? E quando poi – la cosa peggiore – è capitato che qualcuno si è giustamente indignato, la reazione di corpo dei presbiteri è stata quella che è stata. Però, perché le cose siano dette in pari, si possono dire altre cose. Ultimamente abbiamo avuto degli scandali e qui e là i giornali non aspettano altro che dirceli, su certe condotte di presbiteri: solite storie, ma è inutile che ci soffermiamo su queste cose. Ma la cosa che più dovrebbe indignare è che, davanti a comportamenti manifestatamente immorali e addirittura, a norma di codice perseguibili, dico di codice penale, il popolo così detto di Dio, non so se santo, infischiandosene di qualunque tipo di scandalo, ha applaudito i preti dicendo: “a noi ci stanno bene così! Questo è il massimo! Non è il peccato di Aronne? Quando uno si fa accettare dal popolo e non si fa più accettare da Dio, può avere anche l’applauso ed essere accusato di cose infamanti. Quindi quando vi parlo di omologazione al mondo io vi dico queste cose. Ma perché voi non le sapete?

Andiamo al nostro testo ancora. Dunque da una parte la memoria è parte integrante dell’istinto con cui lo Spirito opera nella Chiesa, dell’istinto fondamentale. Non soltanto lo Spirito presiede alla memoria intesa come commemorazione, affatto, ma presiede all’oggettività che si chiama continuità. E però lo stesso Spirito presiede anche al desiderio, cioè presiede al compimento. Tecnicamente, si può dire, è uno Spirito intenzionale perché tende verso qualcosa. E verso che cosa tende? Quello che noi aspettiamo, la “beata speranza”, la manifestazione di Lui. Insomma a noi non sta bene stare così come siamo. Quando la Chiesa, un cristiano, lì nel posto del suo esilio, come dire, stende i paletti e comincia a piazzarsi, sapete che non sta aspettando più nessuno. La parusia, l’avvento ultimo del Signore è operato dallo stesso Spirito e la forma normale di questa operazione si chiama profezia. Ora si capisce bene; è una specie di movimento, come dire, congiunto, per cui lo Spirito che ispira la continuità, ispira la discontinuità; lo Spirito che ispira l’oggettività, diciamo la forma orizzontale dell’estendersi, è anche uno Spirito che incide ed accelera il tempo. Se il primo si chiama istinto della verità, il secondo si chiama libertà. Nella Chiesa verità e libertà debbono coincidere. Provate a vedere voi che cosa succede a livello di discernimento. Quando prevale lo Spirito dell’istituzione senza la libertà della profezia, i quartieri sono molto miserabili. Si, nella Chiesa ci vogliono tutti e due ma nessuno si arroghi il diritto di dire “io presiedo a questo e posso fare a meno dell’altro”. Ma dall’altra parte quando la profezia è senza obbedienza, quando va bene, è velleitaria, spesse volte è soltato nociva: si tratta di capire come tutte e due le cose sono operate.

Ora provate ad applicare questo al proceso del discernere. Il processo del discernere, vedete, si situa lungo un asse che deve rispettare tutte e due le intenzionalità: da una parte deve radicarsi nella memoria di Cristo, dall’altra deve tendere al compimento, all’avvento di Lui, alla conoscenza del suo volto. Allora vedete, così come non si può fare a meno, nel discernere, delle Scritture – se uno ignora le Scritture ignora la memoria; fa quello che vuole ma non può dire di discernere secondo Dio – dall’altra parte, se il discernimento fosse operato solo a partire dalla memoria senza la libertà della profezia, è un triste discernere: allora si diventa soltanto guardiani dell’esistente, dell’istituzione, e voi sapete come è triste il volto ma anche la vita dei guardiani delle istituzioni. E prima si diceva come è insopportabile l’irrequietezza di una profezia che si autodivora. Ora nella Chiesa dovremmo avere tutte e due le cose ma, nell’atto del discernere, le due cose non possono mancare.

 

A

 motivo di questo adesso cercherò di passare al terzo punto, perché il tempo galoppa e io devo contenermi dentro l’ora prevista. Però vorrei che fosse possibilmente chiaro che se per ragioni di comunicazione noi dobbiamo distinguere tutti gli elementi di questo atto del discernere, di questa processualità, capite bene che sono inseparabili nell’atto con cui si compiono. Come dire, è inimmaginabile uno che voglia avere soltanto la memoria e poi non avere l’apertura reale, perché, finalmente, che cos’è la complessità dell’atto del discernere se non il congiungere la sapienza eterna, possiamo dire metastorica, della Parola di Dio, con il mistero della vita che è un fluire incontenibile. Come si fa a collegare la vita che è continuamente nuova, rinnovante, e una Parola di Dio scritta? Beh! Sapete come alcuni risolvono? Alcuni negano la Parola: “non si adegua, non la trovo, non c’è”…niente; altri invece ignorano la realtà. E non sono due terribili esempi di discernimento personale nella Chiesa? Quante volte, in questi giorni, ci siamo visti subito appuntati da un diritto canonico e poi si scopre che non è il diritto canonico in sé che risolve le cose! Il diritto interviene, la fattispecie giuridica interviene esattamente quando la realtà non è fruibile nella sua interezza. Ma quando mai l’interpretazione di un canone ha tolto l’inquietudine del cuore? Poi giustamente risolverà dei problemi pratici.

Torniamo dunque a questo nostro terzo punto: i soggetti concreti del discernimento. Adesso, su questo, è stato scritto parecchio sulla rivista: avete i numeri se no vi ci rimando indietro per anche infoltire così o sfoltire i nostri depositi e c’è anche un ottimo articolo di Mons. Monari, sull’ultimo numero; ci sono cose scritte anche da me in numeri precedenti. Insomma non mi voglio soffermare sulla elencazione dei soggetti che, come sapete, sono, nell’ordine, il soggetto interessato o candidato al diaconato, ai ministeri; la comunità; all’interno di questo riscontro, confronto, la moglie, la famiglia; e, dunque, finalmente, il vescovo, il suo delegato, nelle fasi distinte della…diciamo dell’incidente probatorio in cui si deve verificare se c’è un’attitudine verso la ministerialità; poi nell’atto della formazione per vedere che tipo di risposta c’è a questa chiamata o a questa specifica missione; finalmente, una volta ordinati i diaconi, nell’esercizio concreto del ministero. Sono cose risapute.

Allora su che cosa voglio soffermarmi io? Esattamente a partire da memoria e desiderio, vedere come l’atto del discernere, per i singoli protagonisti si deve dover svolgere.

 

I

l candidato, o colui che si sente da se stesso spinto verso la ministerialità. Leghiamoli: memoria e desiderio. Io vi chiedo: che tipo di memoria c’è alla base di certe, non dico autocandidature, ma di certi desideri verso la ministerialità. Spesse volte, a leggere certe cose che mandano alcuni diaconi buoni in redazione, ci sono cose vane, ci sono cose da poco, da nulla. Ma perché non fate, secondo verità, lo sforzo di vedere quale Parola di Dio, parlandovi al cuore, vi ha spinto verso la missione? È Parola di Dio potente! Non è possibile che vi abba spinto un’emozione e un’affettività più o meno non controllata, la mamma, il ricordo di un parroco da chierichetto. Va bene, queste son cose emotive, ma insomma! Ma siete tutti cresciuti! Ci dev’essere qualcosa in più che sta alla base e che costituisce l’oggettività di un’operazione della grazia, cioè dello Spirito Santo. Cioè quale Parola di Dio, venendovi incontro, vi ha parlato illuminandovi? Ma questo è significativo! Questa Parola non va smarrita; va conosciuta, va scritta, va spesse volte ripresa, perché nel seguito della storia ministeriale, del cammino diaconale, quante volte non capite più dove siete, che cosa state facendo, che cosa vi ha attirato! Ma la Parola di Dio è fedele e la Parola di Dio è “si e no” ma non è “si e no” contestualmente: ora Lui ha progetti di vita e non di morte. Perciò sarebbe interessante, almeno in qualche giorno di ritiro, di esercizi spirituali, che voi riandiate all’oggettività di quella Parola che vi ha generati alla ministerialità. Non c’è? Non c’è stata? Malissimo! Trovatela, perché la verità è che c’era e non l’avete colta, c’era e l’avete smarrita, c’era e l’avete affogata in un mare di banalità o, all’interno di una sovradeterminazione efficientistica, poi non cogliete più quello che il Signore ha detto. C’è in questo un principio di giustizia: il Signore veramente è fedele e non rinnega quello che Lui vi ha detto nel giorno in cui vi ha aperto il cuore. Ma questo capite bene che vale per tutti, per presbiteri…ma anche nel matrimonio, non è la stessa cosa? Anzi su questo voi avreste tanto da insegnare a motivo della grazia di stato di cui partecipate, a patto che questa sia vista esattamente non secondo le mode passeggere degli impulsi: qui in un certo femminismo sregolato, qui in una specie di complesso inveterato di macisti o di maschilisti pentiti. Insomma in principio non è la lettura sociologica delle cose. In principio è la verità di chi aderisce al vero.

            Ancora il desiderio. Che desiderio c’è alla base di ogni vocazione? Pensateci bene! Io non è che vi conosco, dunque posso parlare a ruota libera. Se conoscessi qualche storia maldestra non potrei essere qui a dirla! Ma che cosa c’è, che desideri ci hanno mosso verso la ministerialità? Diciamo che in genere è un desiderio ingenuo, cioè infantile: l’illusione di fare tanto bene – eh? Sapete cosa dicono i sapienti riguardo a questo discernimento? Dicono che ci sono strade diritte, spaziose per l’uomo, che portano diritto allo “sheol”. San Giovanni Climmaco, a proposito del discernimento, dice che l’inferno è lastricato di buone intenzioni. La maggioranza di quelli che si perdono non si perdono perché sono peccatori ma si perdono perché sono stupidi. Lo so che qualcuno non ci si trova in questa regola, ma le Scritture cosa dicono delle dieci vergini? Forse che le cinque erano finte vergini? Eh dico, andateci! Il rigore del Signore nel giuditio non è il nostro e, per fortuna, anche la sua misericordia. E nelle parabole dei talenti e delle mine? Quello che gli ridà esattamente il suo? Come viene trattato? Sono esattamente le stesse espressioni cambio lato cassetta … E qual è il desiderio? Che Lui venga e si compia la beata speranza: alla fine dell’embolismo di ogni messa: “venga il tuo Regno”. È solo questo. Perché? E perché dovreste saperlo! Perché dietro il servizio spesse volte ci siamo noi. Il servizio è una forma di autopromozione personale: tutti servono – vero? – dall’alto in basso! Cercate uno che sta in alto e dice “sono qui perché mi piace comandare”; ma quando mai? E pensate che a livello più basso non sia uguale? Basterebbe vedere dagli effetti: appena vi viene tolto quell’incarico, che succede? Altro che volontà di servire! Santa Teresa di Gesù Bambino dice che io sono come una pallina nelle mani di Gesù Bambino – vi ricordate? -; gioca, poi si scorda, se vuole mi ripiglia. Questa è pazienza, dite voi. No! Questa è sapienza del cuore. Noi siamo assolutamente inutili all’opera di Dio. È scritto: siamo servi qualunque. E dopo che abbiamo fatto tutto, il Signore poteva suscitare un asino come al tempo di Baal, figlio di Beor, l’uomo dall’occhio penetrante e spesse volte usa proprio noi asini per fare il suo bene. Ma non lo dico in senso di scherno; in senso di verità: che più noi siamo ricondotti alla verità della nostra inutilità più Lui ci utilizza. C’è una frase di Kirkegard che è bella sul discernimento, ve la ripeto: “Dio crea sempre dal nulla e riduce al nulla coloro di cui si serve, per creare ancora”. È la verità. E, come vedete, la verità di chiunque ama Cristo non ha steccati di tipo confessionale.

            Potremmo ancora continuare nei vari protagonisti. La moglie. Anche lì c’è un’educazione che si deve fare. Se ne parlava l’altra sera con i delegati: è fondamentale che si dica, innanzi tutto, il vero a una Chiesa su chi sono i diaconi, qual è il ruolo delle donne. Ma anche lì, qual è il discernimento che una moglie deve operare? Spesse volte le fissazioni di certe mogli sono molto, come dire, terrene – no? - : “mi manca mio marito, ho meno tempo, meno soldi! Non è così? Ma io, guardate, non disprezzo affatto questo; è un principio di realtà che deve essere accettato. Guai chi ha gli occhi lardellati, non vede niente e dopo resta deluso.

Ma è questo il criterio di discernimeno? Se legate questo a memoria e desiderio…beh la memoria! La memoria di che? Della Scrittura? Ma, per esempio, andate a prendere tutti i ruoli della coppia nella Scrittura, quando Dio affida una missione: non sarebbe un buon punto di partenza? Cosa dice Zippora del suo sposo? “Sposo di sangue tu sei per me”. E che cosa fa Sara? Pensateci bene. Sara la Madre; è lei che con la sua morte consente ad Abramo di possedere una grotta sepolcrale. Fino a quel momento lui non aveva posseduto nulla. Ma che cosa comprò Abramo? Un sepolcro? No, comprò la risurrezione. Ma non fu il sacrificio di Sara, della sua donna amata, la compagna della sua giovinezza, che lo indusse a pagare una fortuna a Efron l’hittita, vi ricordate, che gli dette una colossale fregatura? Approfittando della sua situazione di debolezza qualche miliardo gli costò quella grotta sepolcrale! Ma lui la comprò, non per la dignità della sepoltura di Sara. Come dice Gesù: “vide il mio giorno e ne gioì”. Dunque la memoria è fondamentale. Non può intervenire la memoria delle prime frasette che si son dette marito e moglie quand’erano fidanzati; non è questa la memoria biblica di cui stiamo parlando. C’è qualcosa che ha costituito i due in unità nel sacramento. Andate a vedere che cosa ha costituito? Vedete sempre che c’è una dimensione spirituale, altra rispetto all’andazzo che abbiamo sotto i nostri occhi. Ora può darsi bene che ci sono delle coppie che hanno avuto un cammino bellissimo, cioè in salita; hanno cominciato secondo una grazia di Dio che non li ha mai abbandonati. Purtroppo non è sempre così per tutti! Spesse volte ci sono coppie che hanno riscoperto la grazia del sacramento esattamente dopo. Non importa! Ma importa che ci sia questa continuità della memoria che ci permette di giudicare secondo l’oggettività della volontà di Dio.

E poi, anche lì, il desiderio. Qual è il desiderio? Qual’è il desiderio di ogni coppia? Perciò anche in questi giorni, quando si presentano certe tematiche, avete visto che io fin dall’altro ieri sono stato, mi pare, educatamente contrario ad un certo modo di impostare. Qual’è il desiderio profondo della coppia? Della coppia o di Dio che si rivela nella coppia? Alla fine che si sarà marito e moglie, sposo e sposa? E il celibato per il Regno dei Cieli che cos’è? Non è la profezia che anticipa lo stato finale in cui né ci si mariterà né ci si ammoglierà ma si sarà come angeli di Dio? Volete stare sempre così, anche quando sarete vecchini, insopportabili l’uno all’altro? Ma insomma! I discepoli protestavano: “Allora non conviene?” Ma la risposta di Gesù è chiarissima: “Lo so che non lo capite”; il testo parla di fare spazio a questa Parola. Ma dice Gesù (non purtroppo come è tradotto: “chi può capire capisca se no s’attacchi” , non dice così il testo), dice: “chi può fare spazio faccia spazio a questa Parola”; cioè la Parola di Dio, dentro di voi, lieviterà fino a un senso di pienezza tale che voi comprenderete quello che vi viene chiesto. Vedete, sono degli esempi, ma potremmo continuare.

Una comunità cristiana quando deve compiere un discernimento, quale memoria deve avere? E anche lì, memoria cioè delle efficienze mancanti? Mi manca un sacrestano qualificato? Mi manca uno che mi faccia un ruolo di catechista? È questa la memoria che presiede al discernimento della comunità? Allora qui vedete bene che le comunità non educate, possiamo dire le non comunità, perché non è che tutte le aggregazioni sono comunità…Nell’ultima inchiesta pubblicata di recente sapete che su 100 giovani che frequentano, meglio dire bighellonano nelle nostre parrocchie, siamo a indici inversi rispetto a 20 anni fa. Venti anni fa si diceva che c’erano cristiani credenti e non praticanti; oggi sapete cos’è accaduto? Ci sono cristiani praticanti e non credenti. Poco importa che questi giovani vadano dietro il Papa, dove vogliono, ma in materia sessuale sono assolutamente autonomi, lo sapete vero? Oh, se non lo sapete voi?

Dunque, su queste cose c’è un’obbedienza a scompartimenti stagno, su cui oggi si interviene. Allora, quando si parla di una memoria di una comunità, una comunità che non conosce il travaglio di atti degli Apostoli, una comunità che non conosce il travaglio di Corinto, ma voi pensate che abbia elementi per discernere? Alla fine prevale la politica, cioè le fazioni, i gruppi, la simpatia, si, no: sono determinati come un gioco di bussolotti! Ma è così che la comunità cristiana ha scelto? Vi risulta che normalmente, quando c’è da emettere un giudizio o comunque un parere su una candidatura o su una vocazione la comunità si raduna, prega, digiuna, aspetta? Beh, si vede, dal digiuno certamente quello è fatto. Forse la preghiera manca! Fratelli cari ma come si fa a giocare su queste cose? Noi non possiamo condannarci continuamente dalle cose che leggiamo, perché è scritto nella Parola di Dio –chi vi parla non è uno stinco di santo né pensa assolutamente in modo bigotto-. Non dico che basta la materialità, la meccanicità di queste cose per poi avere il discernimento, per cui non sono per un rigore estrinseco, fittizio, di chi raduna, prega, digiuna e poi…, non è questo che sto dicendo! Ma voglio dirvi, si entra in un clima in cui la continuità è nient’altro che l’attenzione alla Parola di Dio, il primo comandamento, shêma Israel. Due domeniche fa – io non so che cosa è finito in tutte le varie omelie -, ma tra Marta e Maria, compresa la preghiera di oggi, con questa Marta che continua a scegliere la parte migliore. Ma se sceglie la parte peggiore! E, ma insomma! Il testo parla ten agaten: a partire da quell’ebraismo di Girolamo continuiamo sempre a dire che Maria ha scelto la parte migliore e Marta la parte meno buona. No, ha scelto la parte non buona, se solo una cosa è necessaria. Però qual’è il vizio? Qui non si tratta di vedere se c’è il primato della vita contemplativa su quella attiva. C’è il primato dell’ascolto, perché Marta, nel suo affaccendarsi, non ascolta Lui che parla. Shèma Israel! E forse che al Maestro stanco sarebbe mancata l’opportunità di fare ancora, moltiplicando i pani, e fare scaturire l’acqua nel deserto? Marta, oltretutto, lo accoglie in casa sua ma non lo accoglie nel suo cuore. È esigenza della condizione apostolica. Dunque, se andiamo a questo testo, è significativo. Una comunità che non ha accolto la Parola di Dio non è vero che ha elementi di discernimento.

Possiamo andare avanti: il delegato, i vescovi. Li risparmiamo questi? No! Io penso che tutti abbiamo lamentele qui e là, salvo poi a non avere né il coraggio cristiano, né la carità cristiana, che si chiama correzione fraterna, di dire a un fratello, apertamente, quando una cosa non va che non va. Nella Parola di Dio, a proposito del discernimento è scritto: “meglio un rimprovero manifesto che una lode taciuta”. E voi sapete che la profezia ci costituisce gli uni sentinella degli altri. Noi non siamo razza di Caino che dice, dopo aver ammazzato il fratello : “e che sono io il custode di mio fratello?” Voi dite: ma siamo profeti? Certo, in forza del Battesimo, della Cresima, in forza dell’Eucaristia, siamo profeti più alti di Giovanni il Battista perché è scritto: “Il più piccolo nel Regno di Dio è più grande del più grande tra i nati di donna”. Dunque per noi non è un “optional” la correzione fraterna. Ora nel caso specifico – io parlo, credetemi, assolutamente in generale, perché non sarebbe cristiano, non sarebbe produttivo avercela con qualcuno e immaginare di…, non è così. Però anche lì, un discernimento che viene operato a partire dalla memoria delle Scritture è significativo. Allora non ci possono essere criteri di discernimento di tipo efficientistico, cioè il controllo sul territorio – già il vescovo prima l’aveva accennato -. È una tentazione! mi mancano dei pezzi e io supplisco: ogni tre diaconi faccio un mezzo prete! Non è così! E anche sul ministero diaconale bisogna dire con franchezza che molti diaconi, spesse volte quelli che si dichiarano più soddisfatti, sono semplicemente più efficienti all’interno di una macchina clericale, perché sono più, come dire, usati, ma non è affatto vero che stanno facendo i diaconi. La diaconia è il servire secondo Dio e secondo le Scritture e secondo la sapienza della Chiesa, cioè il Concilio Vaticano II, ma non è l’affaccendarsi in mille cose. Quindi su questo noi dovremmo ogni volta ribadire il primato delle Scritture, un primato delle Scritture che poi formalmente è conosciuto. Quante volte questi brani, anche il primo giorno li abbiamo letti! Ma non basta leggerli; bisogna che diventino carne della nostra carne, osso dei nostri ossi.

E allora su questo criterio, il duplice criterio è fondamentale, il criterio, insisto, della memoria e del desiderio. In modo particolare perché avere paura di dire da vescovi, da presbiteri, da diaconi a una comunità: “è il Signore che apre e chiude il seno, è Lui che dà e nega i figli, è Lui che dà e nega le vocazioni.”? Ma tutte le campagne pubblicitarie per la promozione vocazionale vi daranno mai una grazia di Dio secondo il suo operato? Importa la quantità degli operai della vigna o gli operai qualificati della vigna? Mille operai bighelloni che non fanno nulla non servono un servo vero e fedele che opera secondo Dio! Quanti sono i dottori della Chiesa? Ma possiamo pretendere che tutti i dottori in teologia siano dottori della Chiesa? Ma non resterà traccia, lo sapete da voi stessi! Già in passato si diceva: quanti grandi papi abbiamo avuto? Poi la storia giustamente deve fare il suo corso! Ma oggi siamo qui a parlare di Teresa di Gesù Bambino e di tutti i papi del suo tempo? Grandissimi, sapete! Dio ha un altro suo modo di procedere: ma la Chiesa lo fa per sfizio, per sfregio che nomina patrona delle missioni una che non s’è mai mossa dal suo convento? E su questo dobbiamo rifletterci!

Dunque si tratta di avere il coraggio di dire, quando mancano vocazioni, di chiedere a tutta la Chiesa: “pregate il Signore perché mandi operai della messe”. “Pregate” vuol dire far sentire anche il bisogno. Ma tutta la tradizione profetica ci spinge a comprendere come certe volte la mancanza di vocazioni è esattamente un dono del Signore, in certe situazioni! Non è un’assenza della sua presenza! Per molto tempo abbiamo avuto tentissime vocazioni che sapete come sono finite e come finiscono. Ma allora è la quantità che determina? Certo, anche! Ma non voglio dire contrapponendo quantità e qualità; voglio dire che c’è un problema di fondo nel modo di porsi il problema della ministerialità. Noi vogliamo che il Regno di Dio venga? Ma allora non viene con cattivi operai, malformati, poco entusiasti oppure ingenui fino a uno zelo spropositato. Allora qui, se c’è una parola da dire, la formazione ben venga, la più rigorosa possibile, certamente, ma voi sapete che tutti i testi danno, come è giusto che sia, danno all’ordinario, al vescovo la capacità di discernere quando stringere la misura e quando allargare. Questo senza arbitrii. Ma insomma, è l’uomo fatto per il sabato o il sabato per l’uomo? Siamo ancora alla vecchia alleanza o siamo nel regime della libertà? A patto che la libertà non venga intesa come arbitrio contro il rigore. E questo è significativo. Se mi permettete fare un appunto, spesse volte la diceria corrente vuole che quando i diaconi fanno le omelie, purtroppo una buona metà si situa a un livello non più alto dei presbiteri, quanto a bigottismo, devotismo, moralismo, frasi scontate; eh? Queste sono lamentele conosciute, conosciute dai luoghi dove queste lamentele sono poste. Spesse volte non si capisce, ma questo sta valendo anche per i giovani preti, sapete? Passano indenni da un “tunnel” di cinque, sei anni di insegnamento teologico e biblico; appena arrivano all’omelia, tutto il peggio delle cose mai spurgate giungono lì! Guardate che è impressionante! Ora, se anche a livello diaconale, alla fine, le sole cose che sapete - perché poi è così! - sono le devozioni, tutte queste apparizioni, tutte queste promesse stranissime fatte qui e là, possibile che emergano solo queste cose? Ma tutti gli studi che avete fatto a che cosa servono? La verità è che uno può studiare senza accogliere, perché la verità è che ognuno dice le cose che crede e comunica l’intelligenza della fede che ha, non quella che ha letto: la cultura è ciò che resta quando chiudete tutti i libri e parlate di vostro. E qui, capite, che non è un fatto di titoli, perché l’operaio e il contadino che hanno aderito perfettamente e sinceramente alla Parola di Dio, sono in grado di dire una parola che smuove le montagne mentre uno con tanti titoli va lì e fa accademia.

 

Q

uarto punto. Gli strumenti del discernimento nei frutti secondo lo Spirito. Guardate, i brani famosi sono Galati cap. 5, 16-23, Efesini cap. 5, v. 9, 1Corinti 13, 4-7, 2Pietro 1, 5-7.

            Ora che cosa si deve dire riguardo a questo punto? Si deve dire che nell’ottica sapienziale, come ci viene trasmessa dai Padri della Chiesa e dai maestri dello spirito, i frutti dello Spirito sono anche i segni per discernere se siamo o no dallo Spirito. Quando voi leggete in Galati – leggiamo solo questo brano -; c’è scritto: “Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono” si può dire, si escludono a vicenda, “sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge. Del resto le opere della carne sono ben note”  non c’è bisogno che nessuno ve le insegni. Quando, durante il Concilio di Trento, Lutero voleva dare ai vescovi una lezione sul peccato gli dissero: “adesso datti una calmata perché sul peccato siamo esperti quanto te”. E quindi, questa è la verità! “Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito, invece, è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé”.

Ora questo è il cosidetto elenco abbondante. Se voi fate il paragone con i passi similari si capisce che poi i grandi frutti dello Spirito sono riconducibili a tre. Nell’ordine questi frutti dello Spirito sono innanzi tutto la pace – qui sono elencati -, dunque la luce, finalmente la forza. Cerchiamo di vedere bene questi tre elementi che presiedono a ogni atto del discernere.

            Se è da Dio, il frutto immediato di quest’azione dello Spirito è, insieme a un aumento di conoscenza, a una illuminazione, per cui capiamo più cose che prima, vediamo le cose in modo diverso da prima (quella che si chiama metanoia, cambiamento di testa, di modo di pensare). Però la verità è che prima non viene il cambiamento di testa: nella conversione, la prima cosa che accade è la modifica dei nostri comportamenti, più esattamente della nostra condotta, dei nostri costumi, e il dato che segnala questa innovazione che viene solo da Dio si chiama pace. Ma che cos’è questa pace? Non è assenza di problemi, non è paciocconeria. La pace, innanzi tutto, è un elemento essenziale: è l’essere pacificati con se stessi; meglio, essere pacificati con il proprio passato. La pace è questo; la pace è un accettarsi profondamente come siamo; perché? Perché un altro ci accetta e ci ama come siamo. Dunque capite bene che stiamo descrivendo nient’altro che la modalità dell’amore: Romani 5, 5: lo Spirito interviene nelle nostre vite e ci copre con la sua benevolenza. Insomma ci sentiamo amati da uno che vale infinitamente più di tutto il resto e, a motivo di questo amore con cui ci sentiamo amati, siamo indotti ad amarci come Lui ci ama. Qui è il primo e ultimo comandamento. Quando si dice, nel secondo, che è simile al primo ma non è il primo, “ama il prossimo come te stesso”, il “come te stesso” è fondante. Quindi quando uno non si sa amare ma volete che sappia amare il prossimo? E lo chiamano amore! Ma si odiano e si trasmettono odio! Nell’incapacità dei giovani – solo dei giovani, eh? – di prendersi come se fosse un atto di ginnastica  (lo chiamano sesso, vero?), senza l’attitudine reciproca ad accogliersi in profondità, c’è un’opera di rapina! E voi lo chiamate amore? È rapacità; che si scontra con la paura e il condizionamento dell’altro.

            Ora di questo noi dobbiamo avere intelligenza, perché la pacificazione con noi stessi è il dato essenziale in cui noi avvertiamo la misericordia di Dio. Ora questa pacificazione di noi stessi significa – sapete che cosa? – una gioconda serenità riguardo al nostro passato, poco importa quello che siamo stati, poco importa quello che siamo. Ma, come nel cantico, colui che ci ama è potente, colui che trattiene è il più forte. Questa esperienza dell’amore induce alla pacificazione! Questa pacificazione verso noi stessi è l’unica che possiamo sperimentare! Vedrete che si trasformerà in misericordia verso gli altri, dunque in atteggiamenti non aggressivi verso gli altri, dunque di comprensione, di predisposizione, cioè di pace. E si può essere nella pace anche quando tu, abituato a vedere la tua miseria, non te l’addebiti, perché un altro l’ha pagata per te! Quando questo è vero, questo lo fate anche con gli altri. Allora quella famosa distinzione tra peccato e peccatore resta salva: noi dobbiamo condannare il peccato e usare misericordia al peccatore; insomma il contrario di quello che facciamo abitualmente – eh? – che puntiamo il dito! Ci sono elenchi di peccatori, continuamente; e la misericordia di Dio dov’è? Anche su tutto un certo modo di parlare, ci siamo mondanizzati anche in questo! Ma perché non si sentono più ministri di Dio o diaconi o altri che siano, parlare del mistero del corpo? Questo insistere sempre sul sesso, sul sesso! Anche gli insegnanti di religione – eh? – sempre! Ma è una stupidaggine incredibile! La Scrittura non parla mai di sessualità, parla di corpo nella sua integrità. E noi siamo… che cosa? Siamo i difensori di certe pratiche o siamo i propositori e gli annunciatori di un mistero più grande, che è la stessa eucaristia? Il corpo ha a che fare con l’eucaristia, il corpo non ha a che fare con la moralità; perché, per esempio, anche i monaci buddisti praticano l’ascesi ma vedete come son tristi? Per forza, perché il dono della gioia e della pace vengono solo dallo Spirito, non ci sono imitazioni possibili fuori da tutto questo.

            Dunque è significativo che noi accettiamo la pace come pacificazione. Ora, parlando a dei diaconi sposati, io dovrei tacere e imparare da voi, perché come fate ad accogliervi l’un l’altro? La forma più vera, finito l’innamoramento, che cos’è? Non è il fatto che accettate l’altro con tutti i suoi limiti? Non perché glieli continuate a rimproverare – eh? -: “mi fossi voltato dall’altra parte quel giorno che t’ho visto” o cose del genere! Non è possibile. La pace che deriva da una coppia cristiana non deriva perché sono belli e stupidi, perché non si capiscono. Ma si capiscono profondamente! Ma attenzione; la pace non è darsi connivenza, complicità; la pace è usarsi misericordia, che è un’altra cosa. Dove c’è connivenza c’è copertura del peccato, non del peccatore; dove c’è misericordia io ti amo nell’atto in cui ti riprendo. Guardate, l’esperienza l’avete fatta tutti. Se venite da famiglie numerose…è un’esperienza che ho fatto io da bambino ma è estendibile a tutti; quando capitava che mi mettevo un vestito all’incontrario, perché avevo voglia di uscire, era mia sorella che me lo diceva; ma quando mia sorella non me lo diceva ci fosse uno fuori che mi dicesse: “guarda che sei uscito con una maglia messa all’incontrario!” però dopo ridevano, non è così? Allora spesse volte nella correzione reciproca che si usa c’è una misura di misericordia che si deve dare. Ma perché questo, per la grazia che voi avete a partire dal matrimonio, non si può estendere alla Chiesa? Sto citando il documento dei vescovi dove loro si augurano che ci sia questo, come dire, contagio di grazia, che la Chiesa sia veramente una famiglia, dove la correzione fraterna non è fatta per imputare all’altro la colpa che finalmente lo affligge e lo disonora e lo affossa ma perché l’altro sia come Dio vuole.

            Secondo frutto, la luce. Dico che è secondo ma capite che è un modo di essere discorsivamente comunicanti.

            La luce è innanzi tutto un guadagno sia in termini quantitativi che qualitativi delle cose che sapevamo. Cioè insomma, si cresce nella conoscenza. Certe volte è un crescere soltanto di materiale che si accumula, altre volte è invece una grazia dello Spirito per cui tutte le tessere del mosaico si combinano in una intelligenza nuova. Certe volte c’è qualcuno che ha fretta, non ha ancora tutti i pezzi e dice: “ho visto”. Anche questo è un modo insipiente di fare discernimento, perché – Qoèlet cap. 3 – “c’è un tempo per ogni cosa sotto il sole” e, se andate al vangelo di Giovanni, i parenti di Gesù zelanti e i suoi gli dicono: “senti, la vuoi smettere di stare in periferia? Vattene a Gerusalemme! Se ti accolgono a Gerusalemme è fatta!” E Gesù cosa dice: “Ah si? Andateci voi, perché per voi è sempre tempo, per me non è così.” E che ci sia un tempo per ogni cosa è esattamente la sapienza del sapiente e il senso del discernimento. Quindi c’è un tempo per raccogliere sassi e un tempo per lanciarli.

Francesco andava a raccogliere sassi per rabberciare la chiesa, vero? In pieno congresso eucaristico proprio la chiesa di Francesco crolla. Ma ci fosse stato un profeta che ha letto questo fatto! E magari quella sera c’era uno strano, come dire, intrattenimento dove per giustificare l’eucaristia si chiamano i cantanti e i divi del “trallalà”. Ma nessuno si scandalizza più di queste cose? Per la carità, tutto in buona fede! Ma lo so che è fatto in buona fede, se no non sarei qui a dirvelo, ma non c’è nessuno che può cogliere oltre l’accaduto e dire: “ma è così che si onora il mistero di uno che si fa nulla, che si fa niente”? Il mondo capisce la mondanità e, a ripetizione, dopo, c’era una specie di gara fra santi, santa Diana e santa Teresa – vero? – tutti a fare chi aveva piu…Ma insomma! Ma su queste cose il mondo celebra se stesso e quelle cose le capisce. Ma ci fosse stato un potente della terra che ai funerali dell’altra avesse detto: “ora condoniamo una parte del debito pubblico, per lo meno io personalmente ci provo”. Potenti qui, potenti lì, tutti contenti e i poveri sempre al loro posto. Su questo non ci possiamo fare ingannare. Io dico queste cose - perché? - ,perché sono eccessive. Ma lo capite bene che lo sto dicendo a voi perché la mancata vigilanza su questi fatti significa che, quando voi siete nella stessa situazione, non siete in grado di fare quello che lo Spirito dice alla Chiesa. Quindi non ce l’ho con quelli che stanno sopra, è a voi che sto parlando. E potremmo continuare su questi fatti.

Dunque luce. Luce significa crescita nell’intelligenza della fede. Oggi assistiamo a qualcosa di mostruoso mentre si dilatano – chi vi parla insegna in una facoltà teologica – tutti i luoghi dove si dà appuntamento con l’intelligenza della fede. Ma è vero che bastano questi luoghi perché poi il popolo santo di Dio cresca nell’intelligenza della fede, nella conoscenza secondo Dio di ciò che è perfetto agli occhi di Dio? Ah, visti i risultati dobbiamo dire proprio che no! Ah, se bastassero delle scuole! Detto per inciso, un discernimento, ma tanto siamo qui, vero?, non ci sono…Sulla scuola cattolica ma il problema è solo quello dei soldi o il problema è di grandi figure di educatori che stanno mancando? Pensateci. Alla fine i soldi, pigia qui, urta lì, ricatta qua, qualcosa ottieni ma le grandi figure di educatori, i San Giovanni Bosco, dove sono oggi? Pensateci. Noi abbiamo un modo per risolvere certe cose, poi venitemi a dire se è vero che la droga non circola anche negli istituti religiosi, venitemi a dire se la moralità di questi luoghi è più alta che in altri! Ma non voglio puntare il dito; voglio dire: vogliamo esercitare il discernimento prima che sia troppo tardi?

Finalmente la forza. Il dono dello Spirito Santo, quando arriva, contestualmente alla pace, pacificazione, misericordia e alla luce, all’illuminazione, ci procura una forza che si rende visibile nella pazienza. Quando una cosa è secondo Dio non c’è niente che possa distrarci da Lui. Noi ci stupiamo di essere rivestiti di una forza che non abbiamo, che non avevamo prima, che, mentre ci riflettiamo, non sapevamo nemmeno di avere. Però attenzione! Vedete che l’ho messa per terza? Perché questa forza è mite, è mansueta, non è aggressiva, non grida contro l’altro; sopporta anche la stupidità dell’altro ma non si piega. È significativo che la forza dello Spirito ha tutta la pazienza dei tempi dello Spirito, ma non si piega. Eh! La differenza tra i santi e noi è proprio questa; potremmo dire tra i santi e gli stupidi alla fine perché abbiamo tutte le cose, sappiamo tutto, poi loro hanno fatto le cose grandi di Dio e noi facciamo le nostre piccolissime cose sperando che siano grandi. Ma il Magnificat dice “grandi cose ha fatto in me” Lui, perché è santo, non io; anzi io non ho coscienza di aver fatto nulla. Ora questa forza è esattamente, secondo la verità del vangelo, nella non coscienza della sinistra che non sa quello che fa la destra. Non è una frase a effetto, è la verità, fratelli. Il bene che un giorno ci verrà riconosciuto è quello di cui non abbiamo memoria. Quando vedete uno che sta per cadere per strada e istintivamente lo aiutate, dopo che lo avete aiutato vi guardate con compiacimento dicendo “guarda come sono stato bravo!”. Se uno si sta per chiudere un dito tra i battenti della porta e voi gridate, come fate questo bene? Esattamente come il buon samaritano che incappa in un disgraziato e fa tutto quello che deve fare e dise “se manca ne farò ancora”. “Se manca”! cioè non ha pensato di aver fatto tutto. Ora anche il bene che si fa ai poveri, dovremmo, crescendo nella fede, farlo in questa santa incoscienza. Perché? Perché la verità è che il bene operato in noi non siamo noi a farlo ma Lui che vive in noi; e perciò noi siamo i primi a stupirci di questa forza. Ma allora questa forza è sempre misericordiosa, allora questa forza non viene gridata contro chi non ce l’ha. E certe volte anche in gruppi ecclesiali e movimenti, quando questa forza viene usata come una clava, non si capisce più a che cosa serve. Perché? Perché la povertà, che abbiamo ridotta a consiglio –vero? – quasi che Gesù a uno mormorando gli bofonchia: “senti, io a te, privatamente, consiglierei anche la povertà o la castità”. E insomma, abbiamo un modo così ipocrita di…Non è un consiglio; è la verità di Dio! Ma questa verità non può essere imposta, se non desiderata dal cuore nuovo mediante l’azione dello Spirito Santo. Quindi non è un consiglio, chi può e chi non può – della serie “io può” –, ma è invece la verità di una apertura di cuore per cui il nemico di oggi della Chiesa, Paolo, è il grande apostolo di domani; e il fratello che oggi non capisce le cose che io faccio, domani, è quello che invece avrà un dono di grazia più grande e porta avanti.

Bene. Si trattava adesso di fare l’applicazione alla ministerialità ordinata in genere. Su questo io salto non solo perché il tempo è concluso ma perché la 1 Timoteo 3, 8-13 e Tito 1, 6-9 sono commentati da tutti e, in genere, sono un pezzo forte della vostra formazione al discernimento. Se mi consentite, di questo pezzo, io leggo soltanto qualcosa che dovrebbe attirare lo sguardo.

Dunque, in 1 Timoteo, riguardo ai diaconi (avete notato che si parla di vescovi e diaconi, poi in Tito si parlerà anche di presbiteri; e si diceva di questo lento divenire dell’intelligenza della Chiesa fino a cogliere, pare soltanto con Ignazio, la scansione ternaria della gerarchia), dunque “Allo stesso modo i diaconi” – prendo così la traduzione della CEI – vuol dire: per le stesse ragioni per cui si chiedono delle cose ai vescovi, “siano dignitosi, non doppi nel parlare”. Questo ai vescovi non viene chiesto. Perché perché a loro è consentito di essere doppi nel parlare? No! Perché è così invece? Guardate forse c’è una spia di luce che ci può aiutare, perché nella Chiesa antica le relazioni ad extra della Chiesa non erano gestite dai vescovi e nemmeno dai presbiteri; erano tenute dai diaconi. Vi ricodate la vicenda di Agostino il quale, per avere favorito – quello che oggi fanno normalmente tutti i vescovi e anzi hanno un titolo di merito – ma lui, per favorire un povero della sua diocesi andò a parlare col prefetto della città, dicendogli: “vedi di aiutarlo”. La Chiesa rimase male, dicendo: “non tocca a te vescovo fare questo, spetta al diacono”. Altri tempi, dite voi! E Agostino dice: “ho sbagliato una volta, due non lo farò, lo so”. E la motivazione era semplice: Cristo non dialogò se non quando era crocifisso, cioè condannato, con Pilato, con Erode. Cioè il vescovo è protetto dal filtro del diacono, di non mondanizzarsi e di non andare a braccetto con tutti i potenti. Mah!

Dunque la doppiezza nel parlare, significa una cosa importante, fratelli diaconi. Significa che voi, per la situazione di confine in cui vi trovate, non dovete soltanto parlare con quelli della parrocchia – vero? – In quanto diaconi, voi vi esponete al mondo, siete spettacolo, dice Paolo. Con quelli di fuori non potete avere doppiezza di parola. Il vostro parlare sia “si si no no”. Allora meglio tacere, che parlare a vuoto. Andate nei testi sapienziali: l’invito pressante è a non parlare fuori posto e parlare poco. Addirittura è scritto: “anche lo stolto, se tace, passa per saggio”. Dunque? È tipico del diacono, per la situazione in cui si trova sul lavoro; noi preti siamo esentati, normalmente, dall’avere a che fare in situazioni più o meno ambigue, ma voi sapete con chi avete a che fare! Prendete per esempio l’esperienza di San Gregorio Magno il quale rimpiange il convento perché, da quando è Papa, continuamente c’è gente che lo vuole ricevere, raccomandazioni, fregature, transazioni. E quella bella lettura che facciamo proprio il giorno di San Gregorio Magno, se l’andate a riprendere, e lui dice: “Signore almeno ti sia manifesto che io ho desiderato il tuo volto e per te mi sto affaticando”, anche se lui, che da diacono queste cose le aveva fatto, non riesce più ad arginare questo strano incombere, diciamo, sul vescovo di Roma, di cose che spettavano al diacono e poi, sapete, a Roma, all’arcidiacono. Ma già era una fase di molta…era già cadente e finito il grande impulso diaconale a Roma…va bene, son cose a parte.

Dunque, questa è una spia interessante che con i vostri esegeti, quando fate scuola, potete proporre. Significativo che nel versetto, se leggo bene 11, si dice, mentre sta parlando dei diaconi: “Allo stesso modo le donne siano dignitose e non pettegole, sobrie e non fuori posto”. Vescovi, diaconi, donne, diaconi. È chiaro che già la Chiesa antica – interessante è che è la Chiesa d’Oriente – interpreta questo, gentili signore, come un attributo delle mogli dei diaconi, non tanto delle diaconesse, certamente delle mogli dei diaconi. Beh, cari diaconi, avete un versetto anche per le vostre mogli. “Allo stesso modo le donne siano dignitose, non pettegole, sobrie, fedeli in tutto.” Il seguito della storia lo sapete voi quando discorrete con le vostre mogli. Ma qesto andava richiamato.

 

F

inalmente il discernimento nella Chiesa italiana. In parte l’ho trattato prima e quindi concludo; in parte sono cose già scritte sia nell’editoriale di due numeri fa della rivista sia sulla rivista “Orientamenti”, come vi è stato segnalato e, con molta, mi pare, educazione, dette anche in quella intervista a Radio Maria. Insomma, dovunque si possono dire queste cose, voi lo sapete quanto me. Il problema tuttavia è questo. Io dico: esiste una educazione continua, fraterna; stamattina il vescovo c’ha donato fraternità, ed è vero, ed è la cosa più bella. La fraternità consiste anche nel fatto che quando una cosa non va, manifestatela! Lo so che certe volte in una Chiesa che si appuntisce nella piramide, immaginando che la gerarchia sia tutta nel vertice, i gradi intermedi rischiano di essere contrassegnati da servilismo, da convenienza - vero? -. A voi che vi importa! Quando una cosa non vi va fatela presente. Io dico: fa parte del discernimento cristiano dire le cose secondo verità, dunque senza cattiveria, senza mancanza di carità, senza volontà di ferire, scegliendo il tempo e le frasi migliori. Però ditele! Perché, spesse volte, tante cose dall’alto non sono conosciute o sono conosciute male, con un filtro. Appena potete, ditelo. Poi vi dico anche, ma questo è solo esperienza personale, perché conterebbe poco, quando il Signore ci manda a seminare non ci manda anche a mietere, quando il Signore ci manda a dire, non ci manda anche a volere che poi i vescovi o i delegati facciano come diciamo noi. Però, fratelli cari, questa è una scommessa! Voi l’avete detto. Se credono i vescovi e delegati e tutti gli altri che il giudizio del Signore incombe, che non c’è soltanto la memoria ma c’è anche la parusia, che il giudizio del Signore è conforme a verità, nessuno potrà dire “non me l’hanno detto, non lo sapevo”. Quando delle scelte sembrano più ispirate da politica che non da sapienza, qualcuno lo dica. Detto questo, non si deve fare una fazione, un partito per imporre il proprio punto di vista. La sapienza del sapiente consiste anche nell’aspettare i tempi secondo Dio e tuttavia io so che in questa Chiesa, così com’è, lo Spirito non ha cessato di ispirare a voi, a me, a tutti noi, la grazia di non soffocare quello che lo Spirito dice alle Chiese.



data ultimo aggiornamento: Wednesday 06 May 2009 17.56.38

Il presente sito è ottimizzato per l'utilizzo di Internet Explorer versione 4 e successive

 

© 2001-Elledici Multimedia - Alcune immagini sono state tratte dal CD-rom della Elledici Multimedia "Mille immagini per..."

Tutti i diritti sono riservati