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10 a ASSEMBLEA
DIOCESANA - CARITAS COMO |
Sondrio, 19 settembre 2009
NON CONFORMATEVI
A QUESTO MONDO - don Luca Bressan
STRALCI DALL'INTERVENTO DEL VESCOVO mons. Diego Coletti
Non conformatevi
a questo mondo!
Animazione e discernimento,
il servizio pastorale della Caritas nella Chiesa locale
Dobbiamo cercare di capire come mai
non è così facile mettere al centro la carità nella vita della
Chiesa. Lo faremo, come vedete dallo schema, sostanzialmente con 3
punti:
1° - una breve premessa per capire
come mai oggi la carità non è al centro dell’attenzione e
della vita, non solo nella nostra Chiesa ma anche nella società;
2° - in un secondo punto cercheremo di
vedere come agire all’interno di questo clima per vivere
comunque in modo serio il primato di una carità che costruisce la
Chiesa;
3° - nel terzo punto quali sono le
strutture, quindi le azioni pastorali fondamentali che occorre
oggi svolgere a livello parrocchiale e, quindi, che vengono affidate
alla caritas ma, in realtà, alla comunità cristiana nel suo
insieme per poter ridire il primato della carità.
Lo scopo di tutta la riflessione è
tentare di capire quali sono i compiti, le azioni che la Chiesa si
aspetta vengano svolte dalla Caritas.
Premessa. La costruzione dello sguardo
(giustificare il senso
di vuoto, di perdita)
A differenza che negli
anni ’70 del XX secolo oggi la carità, l’amore per il prossimo,
nella cultura mediatica, non è più il legame che definisce
l’identità cristiana. Al suo posto, se ci fate caso, ci si definisce
cristiani:
-
a partire dalla
liturgia (il cristiano è quello che va a messa),
-
dalle gravi questioni
antropologiche (è lì che tante volte il magistero episcopale fissa
il discrimine per dirsi cristiani o no)
-
dal confronto
etnico-religioso (si è cristiani perché non si è musulmani).
Il mondo delle povertà
sta subendo profonde trasformazioni.
-
Il volto dei poveri
cambia; cambia il numero e, soprattutto, cambia la provenienza. I
poveri non sono più dei nostri: vengono da lontano e sono visti,
tante volte, come intrusi, mettono paura, suscitano diffidenza,
generano meccanismi di violenza.
-
Il volto della povertà,
inoltre, sta cambiando perché la risposta alla povertà si è
tecnicizzata. La domanda non è più “che cosa possiamo fare noi di
fronte agli sbarchi che avvengono”, perché ci accorgiamo che c’è una
grande sproporzione tra la nostra povertà di mezzi e la grandezza
della domanda. Deve intervenire qualcun altro, lo Stato con
strumenti sicuramente più efficaci che rientrino nei parametri della
programmazione e dell’organizzazione tecnica (welfare). Il
rischio, quindi, è che la povertà non ci interessi più, non occupi
più la nostra mente.
-
La riflessione teologica
registra un momento di incertezza e di afasia. La teologia, dopo
aver utilizzato per tanto tempo il tema della centralità della
carità, si è accorta che probabilmente di questo tema è stato fatto
un uso troppo enfatizzato, un po’ retorico, col risultato di
svuotarlo di significato. Attualmente il rischio è che anche la
teologia parli poco di povertà e, quindi, parli poco di carità.
Questo fa sì che tante volte le caritas si ritrovano con
poche energie, con poche persone a presidiare la dimensione
caritativa dell’esistenza cristiana.
La
memoria. Le radici ecclesiali di un’attitudine
(riscoprire il senso di
una scelta)
E allora tentiamo di
capire perché la carità è una dimensione fondamentale
dell’identità cristiana. Utilizziamo le parole della Chiesa
Italiana così come sono state condensate dal magistero dei suoi
vescovi. Partiamo dal testo a pagina 1. Sono le note che i vescovi
italiani hanno elaborato come contributo da dare al Sinodo dei
vescovi che veniva celebrato per ricordare i 20 anni dalla chiusura
del Concilio Vaticano II. Ad ogni episcopato nazionale la Santa Sede
aveva chiesto: “diteci in che cosa il Vaticano II vi ha trasformato,
qual è stata la ricchezza che vi ha consegnato.
- leggere brano della CEI 1985 “Dal
Concilio…” –
Il testo che cosa intende dire? Che il
Concilio Vaticano II è stato il momento in cui la Chiesa italiana si
è accorta che la società non era un tutt’uno con la Chiesa, che era
autonoma, sviluppava dimensioni sue e, quindi, compito della Chiesa
era tornare a conoscere questa società e abitarla. La
prima via per abitarla qui indicata è la CARITA’. Sono
significativi i tre verbi usati: “riconoscersi, stare e
testimoniare dentro la storia”. Il modo per essere cristiani, il
modo per essere Chiesa è quello di testimoniare, abitando questa
storia, standoci dentro, non tirandosi fuori, accettandone le sfide,
le provocazioni.
Ecco perché allora viene
il secondo punto: lo strumento, il discernimento. La Chiesa
deve imparare a fare un esercizio che prima non aveva mai fatto:
studiare, comprendere, leggere; vedere cioè quali
azioni sono importanti. Sentite che cosa vuol dire “discernere” per
la Chiesa.
-
leggere brano della CEI “Chiesa
italiana e prospettive del paese” del 1981 –
La storia, la società non sono più un
tutt’uno con la Chiesa. Pertanto la scelta che fa la Chiesa italiana
è quella di abitare questa storia, abitare questa società, questa
cultura nella quale ha un compito, quello del discernimento, di
capire che cosa sta avvenendo per poter ripartire dai luoghi degli
ultimi. La Chiesa dice che il modo per discernere, il modo per
testimoniare l’amore di Dio dentro la storia è quello di stare al
fianco di queste persone.
È proprio in quel periodo degli anni
’80 che la Chiesa italiana sviluppa la riflessione sul discernimento
e si accorge che ha bisogno di uno strumento organizzativo, di una
istituzione che diventi il luogo che opera poi questo discernimento
a livello locale. Nasce così l’idea della Caritas. La
Caritas è quello strumento che non ha solo il compito di dare
via il di più che abbiamo a quelli che non hanno nulla, il nostro
superfluo ai poveretti, con una logica, se ci pensate, molto
borghese. La Caritas, in realtà, viene pensata come
uno strumento che aiuta la Chiesa italiana a vivere la ricezione
del Concilio Vaticano II e, quindi, ad abitare in modo serio la
storia attuale.
E quindi che cosa deve
fare la Caritas? Sono i compiti che vi elenco a pagina 2 (li
trovate nei documenti che la CEI dedica all’istituzione della figura
della Caritas.
-
La prima cosa che viene chiesta alla
Caritas non è che si occupi di dare via i beni ai poveri ma
che diventi luogo di discernimento ovvero strumento di
costruzione del linguaggio per vedere la realtà. La Chiesa ha
bisogno di un organismo che impari i linguaggi del mondo, i
linguaggi delle scienze sociali per aiutarla a vedere come la realtà
sta cambiando e dove sono questi ultimi. Per cui il primo compito
che viene dato alla Caritas è quello di essere luogo di
discernimento, che faccia vedere, che dica, che permetta ai
cristiani di capire dove siamo, chi siamo, cosa sta avvenendo.
-
Secondo compito che viene affidato
alla nascente Caritas è quello di essere dilatatore
ovvero allargatore della memoria cristiana, sempre pronta a
nutrire il vissuto quotidiano della Chiesa con la parola di amore
di Dio per noi che è Gesù Cristo, per aiutare anche i cristiani
a capire che la parola fondamentale del cristianesimo è la parola
amore di Dio in Gesù. Dovremmo continuamente tornare a meditare
questo amore, a radicarci in questo amore e a capire che noi
dobbiamo essere, vogliamo essere un’eco di questo amore perché,
altrimenti, resta valida la domanda “perché la carità non è così
importante nella vita di fede delle nostre comunità”.
-
Terza cosa che viene richiesta alla
Caritas: essere costruttori di legami, di procedure
e di competenze tecniche per apprendere i linguaggi del mondo
nel descrivere il sociale, i suoi bisogni, le operazioni di
intervento. Viviamo in una società molto organizzata, molto
tecnicizzata e, quindi, anche il discorso sulla povertà,
l’integrazione dei bisogni, soprattutto dei più poveri, è diventato
molto complesso. Abbiamo bisogno di imparare queste competenze
altrimenti c’è il rischio che un patrimonio, un tesoro di aiuto ai
poveri che abbiamo, scompaia semplicemente perché non parliamo il
linguaggio del mondo. C’è bisogno che la Caritas offra al
resto del corpo ecclesiale della Chiesa locale le competenze
tecniche che servono per sviluppare una carità adeguata ai tempi.
-
Ultimo elemento che i vescovi chiedono
alle caritas per animare il territorio: sviluppare
esperienze di risveglio, essere pungolo alle istituzioni perché
recuperino il senso autentico dell’essere uomo oggi. Compito delle
caritas sarà quello di ricordare alle istituzioni, quindi
allo Stato ma anche alle Parrocchie, che cosa vuol dire realmente
essere uomini oggi. C’è il rischio che la paura, molto cavalcata dai
media, sviluppata a partire dalla percezione che abbiamo
dell’immigrazione, generi forme regressive, per cui ciò che si perde
è il legame tra di noi, il sentirci uniti, il sentirci corpo; e
perse queste cose capite che ricostruirle si fa fatica.
L’obiettivo di
tutto questo – siamo a pagina 3 – è, quindi, trasformare la
Chiesa locale. Se una caritas lavora veramente in questo
modo, anima davvero in questo modo il territorio. Sono cose molto
semplici però molto rivoluzionarie: chi cambia, alla fine, è la
Chiesa.
Vi leggo un testo, secondo me molto
bello, una delle riflessioni più belle che ho trovato su che cos’è
la parrocchia: è questo testo della Caritas del 1999,
“Da questo vi riconosceranno”. Sentite che cos’è la parrocchia se
viene animata dalla carità.
-
Leggere “Da questo vi riconosceranno”
–
Questo testo ci dice che cosa vuol
dire animare alla carità attraverso gesti molto semplici. Non c’è
bisogno di grandi istituzioni, non servono cose nuove ma occorre
mettere uno stile nuovo nelle cose che facciamo.
La
sfida. Caritas quaerens intellectum
(per una carità che
traduce il volto profondo della fede cristiana)
Com’è questo stile nuovo? È il terzo
punto, la SFIDA. Questo stile nuovo ha bisogno di tre
strumenti.
Il primo, per una reale
ripartenza dai poveri è quello che chiamiamo “CONVERSIONE
PASTORALE”. L’origine di questo termine, diventato poi famoso nella
Chiesa italiana, è legata alla Caritas ed è ripreso dal
documento della CEI “Evangelizzare il sociale” del 1992. Che cosa
diceva questo documento? Che la Chiesa deve smettere di guardare al
sociale e soprattutto ai poveri come un destinatario della
sua azione. Deve tornare a ricordarsi che cosa il Concilio diceva e
che cosa il cristianesimo delle origini insegnava: che con i
poveri bisogna starci, non solo bisogna aiutarli; che è il
loro punto di vista quello che ci permette di vedere la storia dal
punto di vista di Dio.
Pensate che STILE NUOVO!
Secondo strumento per
imparare a rimanere tra i poveri: la “PROMOZIONE UMANA”, ovvero
un’attitudine escatologica che aiuta il mondo (e la Chiesa) a
scoprire il senso della storia, la sua destinazione, il cammino
dentro il quale si trova collocato ovvero il compimento della
manifestazione della creazione come disegno originario di amore di
Dio per gli uomini.
Il tema della promozione umana è un
tema che la Chiesa aveva sviluppato negli anni ’70 attraverso l’Evangeli
nuntiandi e con il convegno ecclesiale di Roma “Evangelizzazione
e promozione umana”. Che cosa vuol dire “promozione umana”? Vuol
dire aiutare ogni uomo a rileggere la sua identità a partire dal
destino che Dio ha dato a questa storia e, quindi, a partire dal suo
riferimento escatologico. Promozione umana, quindi, non vuol dire
solo aiutare i poveri; vuol dire aiutare tutti. Promozione umana
vuol dire aiutare i nostri cristiani a capire che la paura che
provano nei confronti del diverso non è proprio un segno di
maturità; che, magari, c’è qualcosina da sviluppare. Promozione
umana vuol dire ricordare qualche volta anche ai preti che il modo
con cui guidano le loro comunità, amministrano i beni, magari, non
ha come riferimento proprio il senso escatologico della storia ma la
custodia perché, se si spende troppo o si dà troppo, poi cosa rimane
a noi e agli altri? E così via. Promozione umana è un’attitudine
autocritica, innanzi tutto, che ci chiede di rivedere i nostri
stili di vita a partire dal destino escatologico verso il quale
camminiamo: tutto il richiamo alla sobrietà, tutte quelle cose lì
sono un modo di dire “promozione umana.
Terzo e ultimo strumento
è ricordarci la “DIFFERENZA CRISTIANA”. Non siamo O.N.G., non è che
facciamo dell’aiuto ai poveri il nostro fiore all’occhiello, se no
non sappiamo chi siamo! Lo facciamo perché ubbidiamo ad un primato
che è quello del Vangelo da annunciare al mondo, il
primato dell’evangelizzazione ovvero un’azione missionaria che
consiste nel mettere al centro Dio, la sua Parola. Quello che
dovremmo far capire è che noi non aiutiamo i poveri perché ci
sentiamo in colpa verso di loro ma perché siamo convinti che in
questo modo realizziamo l’incontro con Dio, che viviamo anzitutto
ascoltando la Parola e celebrando insieme e condividendo la memoria
dell’amore di Dio per noi in Gesù, che è stata la sua Croce, quindi
celebrando l’Eucaristia. Il primato della carità risiede lì: se
vogliamo davvero fare carità la prima cosa che dobbiamo fare è
continuamente radicarci dentro quest’amore di Dio. Sarà lì
l’esercizio del discernimento fondamentale, il modo che abbiamo per
capire dove oggi quest’amore ci scuote, dove ci punge e ci fa male e
dove ci consola perché effettivamente può capitare - ce l’ha
insegnato Gesù - che a fare del bene qualche volta si finisce per
essere odiati, si riceva male per bene ma questo, dice Gesù, è
l’esperienza suprema dell’amore che Lui stesso ci ha mostrato.
Non conformatevi a questo mondo
Per un discernimento comunitario
Stralci dall’intervento del Vescovo
Mons. Diego Coletti
La carità è un orizzonte generale della vita cristiana. Non è
un’attività parziale, specializzata, orientata in una determinata
direzione. Ricuperiamo il valore e l’importanza centrale della
carità così come ci viene presentata dalla Parola di Gesù e dal suo
contorno neo-testamentario. Gesù, infatti, è la manifestazione piena
e definitiva dell’amore di Dio, amore che noi chiamiamo “carità”.
Ora ridurre la carità a una delle attività della Chiesa che si
occupa dei poveri ha un suo senso ma è fondamentalmente fuorviante.
Bisogna ricuperare sempre la carità come orizzonte generale della
vita cristiana dentro il quale, come scelta prioritaria, c’è
l’attenzione ai poveri, ma dentro questo orizzonte. E questo
orizzonte generale della vita è “l’amore come Gesù”: questo “come”
è la cosa fondamentale. Ciò che ci distingue dalle O.N.G., con tutto
il rispetto e la stima che possiamo avere per tante iniziative di
tipo filantropico ed assistenziale è il “come Gesù”, che è il
nostro NUOVO COMANDAMENTO. Non: “ama il prossimo tuo come te
stesso”; non è il “come te stesso”: è “amatevi gli uni gli altri
come io ho amato voi”.
Ed è qui, allora, che il discernimento si attua con
quell’intelligenza di cui ci parla il Papa nell’enciclica “Caritas
in veritate”. C’è questa pagina molto bella che dice: “Nei
confronti dei fenomeni che sono sotto i nostri occhi
(immigrazione, crisi economica ecc.) la carità nella verità
richiede, prima di tutto, di CONOSCERE e di CAPIRE, nella
consapevolezza e nel rispetto della competenza specifica di ogni
livello del sapere. La carità non è un’aggiunta posteriore, quasi
un’appendice a lavoro ormai concluso delle varie discipline, bensì
dialoga con esse fin dall’inizio” e permette di capire nel
rispetto delle competenze di sociologi, psicologi, scienziati ecc.
affiancandosi subito alla loro ricerca, al loro modo di guardare
dentro alle cose (per es. i suicidi in Valtellina). “Le esigenze
dell’amore” – continua il Papa – “non contraddicono quelle
della ragione. Il sapere umano è insufficiente e le conclusioni
delle scienze non potranno indicare da sole la via verso lo sviluppo
integrale dell’uomo. C’è sempre bisogno di spingersi più in là: lo
richiede la carità nella verità. Andare oltre, pero, non significa
mai prescindere dalle conclusioni della ragione né contraddire i
suoi risultati. Non c’è l’intelligenza e poi l’amore: ci sono
l’amore ricco d’intelligenza e l’intelligenza piena di amore.”
Sullo sfondo di queste considerazioni un po’ teoriche io vedo
l’inverarsi, il succedere di questa trasformazione del nostro modo
di pensare di cui parla Paolo nella lettera ai Romani, capitolo 12:
“Non conformatevi …”. Bisogna cambiare testa,
che è la traduzione letterale di quello che Gesù ha raccomandato ai
suoi fin dall’inizio e che noi traduciamo con la parola, a volte
troppo inficiata di moralismo, che è “convertitevi”. La
conversione non è immediatamente un cambiamento di modo di agire
perché il termine greco è metanoia e c’è dentro la radice “nous”
che vuol dire “modo di pensare”; convertirsi vuol dire cambiare
il modo di pensare.
Qual è la mentalità del mondo? Ce l’ha ripetuto alla noia e gratis
la Vodafone: la mentalità del mondo è “tutto intorno a te”;
la mentalità del mondo è “life is now”; cioè se perdi
l’occasione, nel momento in cui stai vivendo, di spremere qualcosa
per te, sei stupido! Il male essenziale è lasciare: “ogni
lasciata è persa!”. Questa è la mentalità del mondo! Bisogna
cambiare l’orizzonte dei nostri progetti, dei nostri desideri, delle
nostre attese, dei nostri programmi: cambiare l’orizzonte! Da lì poi
viene l’esercizio attivo della Caritas. Io mi domando cosa
possono diventare le nostre parrocchie e se mi faccio questa domanda
è perché qualche volta mi domando che cosa sono. Non lo dico io; lo
dicono i vescovi italiani nel documento “Il volto missionario
della parrochia in un mondo che cambia” dove si parla di
“autoreferenzialità” (a cosa serve la parrocchia? alla
parrocchia; a cosa serve celebrare bene l’eucaristia? alla buona
celebrazione dell’eucaristia); quando davvero dovremmo avere in mano
un fuoco acceso: “sono venuto a portare il fuoco sulla terra”!
Cosa potrebbero diventare le comunità cristiane quando fossero
davvero inserite in questo brodo di coltura, in questa fornace dove
tutto si infuoca, dove ci vogliamo bene e, proprio perché ci
vogliamo bene tra di noi, non ci chiudiamo a riccio ma diventiamo
come un “buco nero”. Sapete cosa sono i buchi neri in
astronomia? sono quei luoghi di tale densità che addirittura non
esce più neanche la luce. Tirano dentro non nel senso di fagocitare
ma tirano dentro nel senso che nessuno è più solo, nessuno è
più anonimo, nessuno è più trasparente. Tornano i volti; le persone
sono chiamate per nome. FINALMENTE! Sei venuto! Ti aspettavamo!
Altro che rinviare i gommoni. Con intelligenza, ovvio, ma
finalmente! C’è posto anche per te!
Ma questo va detto non soltanto dei cosiddetti poveri che poi noi
identifichiamo in alcune categorie o per provenienza geografica o
per censo. Questo va detto per tutte le povertà. Pensate alle
povertà di relazioni! Pensate ai nostri bambini! interessanti le
statistiche: la differenza non è soltanto che il 32% sono nati da
extracomunitari; la differenza è il fatto che questo 32% è inserito
in gruppi familiari dove ci sono 5-6 figli mentre i nostri bambini
(il 68% dei nati) sono per il 50% dei casi, a dir poco, figli unici
e tali rimarranno, con i genitori che, siccome devono mantenere la
seconda casa, la terza macchina e il quarto televisore, devono
lavorare entrambi. E Pierino è solo, tutto il giorno; in una scuola
che tante volte, per tanti motivi, lo tratta come un utente e con
una casa dove l’unica compagnia che riesce ad avere sono i cartoni
animati giapponesi trasmessi dalla televisione. Esagero un po’. E
volete un’aggravante della situazione? voglio essere catastrofico: è
la seconda casa! Così il povero bimbo nei 5 giorni lavorativi dei
suoi genitori non riesce ad avere lo spazio per giocare insieme agli
amici (che è l’unico modo per i bambini di farsi degli amici) e nei
due giorni che fa nella seconda casa rimane un estraneo, ospite,
turista fisso, aggregato senza avere la possibilità di fare il
percorso della vita serio tra gli altri suoi coetanei che sono
rimasti in città. Questo non è un caso raro.
Questo vuol dire l’attenzione alla carità come orizzonte, come nuova
mentalità che ti fa pensare alla tua vita anzitutto e globalmente
come l’occasione di un dono e di un servizio. Provate a pensare
cosa cambierebbe nella vita delle nostre comunità se, con tutti i
nostri limiti e difetti, ci fosse, come clima determinante da parte
della più vasta rappresentanza di persone, come clima ci fosse
questo: l’occasione di un dono e di un servizio sia all’interno
della comunità sia nella condivisione che questa comunità
esperimenta nei confronti della società che non va aggredita,
giudicata, condannata o posseduta ma che va semplicemente servita in
ciò di cui ha realmente bisogno (che tante volte, per certe povertà,
non è l’aiuto di una risorsa materiale ma è la riscoperta di una
relazione fraterna che sta evanescendo.
… omissis ...
Allora io vi devo mettere in guardia da un rischio sul quale ho
cercato di dire il mio parere anche in altre occasioni.
Il rischio è la differenza tra un gruppo di specialisti con delega
e, invece, la vitamina direttamente in vena nella circolazione
sanguigna della comunità.
Credo che le due cose vadano un po’ tenute insieme nel senso che
qualche specialista, cioè qualcuno che si assume un compito
particolare di prossimità, di assistenza, di risveglio, di stimolo è
giusto che ci sia ma costui o costei dovrà sempre domandarsi se non
sta creando un alibi per tutto il resto della comunità e, invece,
non realizziamo quell’altro elemento, assolutamente indispensabile,
che è la siringa infilata in vena perché la dimensione della carità
sia una dimensione sempre più largamente condivisa e circolante
nella vita di tutti i membri delle nostre comunità cristiane.
a cura del diacono Leondino
Cipolletti
disegni
e vignette di Silvia Cipolletti
data ultimo aggiornamento:
Saturday 24 October 2009 00.03.36
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